Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post

mercoledì 5 gennaio 2011

Death in June - All pigs must die

Death in June - All pigs must die
Neofolk / Industrial / Noise
(2001)



A detta di molti l'inizio della fine per Douglas Pearce, il canto del cigno per l'enigmatico padrino del neofolk. Pubblicato nel 2001, All Pigs Must Die prosegue la collaborazione con Boyd Rice iniziata nei primi anni novanta (e terminata nel 2004 con “Alarm Agents”), che contamina diverse tracce con il suo tocco industrial cacofonico e funereo. La struttura dell'album, almeno per la prima parte, è molto simile a quella del periodo d'oro tra “Brown Book” e “Rose Clouds of Holocaust”, costruita sul binomio chitarra acustica/voce con qualche contorno a incorniciare il tutto. Andreas Ritter è uno degli ospiti dell'album, questa volta alle prese con l'accordéon, uno strumento francese molto simile alla fisarmonica che ci accompagna per alcune canzoni. Mischiandosi all'acustica, che a differenza del passato si presenta con un tocco molto più deciso, ritmato e riverberante, crea un tessuto sonoro molto marcato, sul quale la voce di Pearce si adagia alla perfezione. Rispetto ai lavori dei primi anni novanta, probabilmente a causa dell'influenza di Rice, la Morte in Giugno ha guadagnato una maggiore aggressività che si distacca molto dalle sonorità introspettive e delicate di vent'anni or sono. Fino alla sesta traccia (“Flies have their house”) ci troviamo quindi di fronte a un classico neofolk-sound, segnato da un incipit quasi scanzonato (“All pigs must die”) ma comunque efficace, per poi passare a momenti più paranoici (“Tick Tock” e “We said destroy II”) ed altri decisamente malinconici (“Disappear in every way” e “The enemy within”). È proprio questa prima parte la migliore dell'album, che vanta alcuni pezzi molto validi (la title-track e “The enemy within”) degni del miglior Pearce. Quando il nostro, assieme al fidato Ritter (e senza dimenticare il fedele trombettista Campbell Finley), punta su melodie più malinconiche dalle tinte grigiastre e decadenti, riesce a dare il meglio di sé. Da “With bad blood” è Rice che, dopo aver fatto capolino in “Tick Tock” e “Flies have their house”, prende in mano le redini fino alla conclusione dell'album. La seconda parte stride con quella precedente ed esplode in soluzioni sonore cacofoniche e deliranti, proseguendo con un distorto industrial/noise dai toni psicotici e sanguinari. Tra urla filtrate, grugniti di maiali dilaniati, sussurri e riverberi metallici l'album scorre fino alla fine lasciando un po' il tempo che trova. A parte la discreta “With bad blood” l'estremismo sonoro di Rice tende a stancare presto, riuscendo comunque a mantenere una costante atmosfera claustrofobica e angosciante. Da una parte abbiamo quindi il vecchio Pearce che ancora ci diletta con soluzioni di vecchio stampo, seppure sfruttando una nuova ironia e una proposta sonora rivisitata, dall'altra Boyd Rice che, sempre fedele al NON-sound, fa sanguinare le orecchie dell'ascoltatore col suo terrorismo sonoro intransigente. In definitiva un discreto album a due facce, comunque consigliato piuttosto che sorbirsi la solita band-clone monocorde.

VOTO: 7

Tracklist:
1. All pigs must die
2. Tick Tock
3. Disappear in every way
4. The enemy within
5. We said destroy II
6. Flies have their house
7. With bad blood
8. No pig day (some night we're going to party like it's 1969)
9. We said destroy III
10. Lords of the sties
11. Ride out!

martedì 4 gennaio 2011

Rome - Berlin

Rome - Berlin
Apocalyptic Folk / Martial / Retrò
(2006)



Quando si dice un piccolo gioiello mai il paragone potrebbe essere azzeccato come in questo caso. Berlin è stato il debutto dei Rome, ormai diventati uno dei gruppi più importanti della scena neofolk, sommersa da quasi cinque anni a questa parte da una release dietro l'altra. Si parla di neofolk ma il termine calza stretto, le sonorità proposte spaziano dall'apocalyptic al martial industrial, il tutto contaminato da una componente dark e retrò che è andata un po' scemando negli ultimi album. Questo mini e il primo full-lenght “Nera” sono inoltre caratterizzati da una forte venatura classicheggiante, che li ha resi a mio parere decisamente più interessanti delle successive produzioni.
Berlin è una tormentata storia d'amore vissuta in una città in rovina, è il desiderio capace di scuotere gli amanti dalla desolazione che li circonda. Berlin è il simbolo di un'epoca decadente, è il racconto di cameratismi traditi. Berlin è iprite che soffoca interi popoli, è zyklon B che si propaga per tutta l'Europa. Berlin è una stupenda stele marmorea che abbaglia ogni atrocità. Questo è quello che vedo nei soli venti minuti dell'album, un affresco malinconico e a tratti brutale, ma raffinato, di un tetro periodo storico contrastato dalla vitalità e dalle passioni di uomini qualunque.
“Like Lovers” ci accompagna indietro nel tempo con ritmi marziali e il sentore di un bombardamento incombente. La guerra totale si avvicina, presagi di stermini e violenze sono alle porte. Si sussurra, non si parla più, mentre loro possono urlare e marciare impettiti, impartendo ordini. Un suono flebile e sempre più smorzato introduce “The Orchards” e mai il dolore e la disperazione sono stati così sublimi. Mentre rimbombano lontane le campionature distorte di grida e sussurri, l'incedere marziale e lo stupendo giro di chitarra incorniciano la profonda voce di Jerome. Crepuscoli estivi, frutteti, scritte nere su muri bagnati, il torpore del sangue; visioni viscerali e drammatiche scatenate una dietro l'altra accrescono il sentore di tragedia, che ci pervade completamente. “Un Autre Vision” ci riporta alle sonorità marziali accennate all'inizio, che esplodono nei rabbiosi ordini militari ripetuti fino alla fine della traccia, spazzando via il limpido tessuto sonoro costruito sullo sfondo. “Clocks” e “Wake” estremizzano la componente cacofonica, oscurando del tutto ogni bagliore di speranza; la tragedia si consuma, senza gloria né onore. Chiude “Herbstzeitlose”, le lacrime si cristallizzano sulle note di un pianoforte, che ridondante e lento riepiloga l'orrore appena attraversato e che sempre si ripresenterà. Disperazione, tradimento e guerra mai si potranno abbandonare, cinici e fedeli compagni di viaggio che accompagneranno l'uomo nelle ceneri dei secoli.
Un piccolo capolavoro in bianco e nero, folgorante e ammaliante.

In the blue dawns of summer black writing on wet walls
Let us float in a stupor of blood...


VOTO: 8+

Tracklist:
1. Like Lovers
2. The Orchards
3. Un Autre Vision
4. Clocks
5. Wake
6. Hebstzeitlose

Carbon Based Lifeforms - Hydrophonic Garden

Carbon Based Lifeforms - Hydrophonic Garden
Ambient / Chill-out / Acid
(2003)



I Carbon Based Lifeforms, duo svedese nato nel 1996 e composto da Johannes Hedberg e Daniel Sagerstad (né Ringström), rappresentano la punta di diamante della scena ambient elettronica, assieme al compositore connazionale Magnus Birgersson e il suo progetto Solar Fields. Ci troviamo di fronte al sodalizio moderno tra Brian Eno e Future Sound of London, sommersi da suoni sintetizzati che lentamente ci cullano nell'etere. Non da meno è l'influenza degli imprescindibili Autechre, ma è abbastanza scontato sottolineare la straordinaria importanza di Incunabula che dal 1993 è un punto di riferimento per tutti gli amanti dell'elettronica, soprattutto quando si ha a che fare con certe sonorità estremamente atmosferiche e oniriche. Non è facile registrare un album ambient senza risultare noiosi o troppo ripetitivi, c'è sempre il rischio di tirarla per le lunghe elaborando melodie abbozzate e banali, lasciando all'ascoltatore il dubbio di avere avuto a che fare con dilettanti della campionatura che si sono divertiti a giocherellare con sintetizzatori e sequencer. Hydrophonic Garden si mantiene invece su buoni livelli pur sforando un po' troppo nei tempi (poco più di un'ora e un quarto), fluttuante attraverso onde elettromagnetiche che ci abbandonano in balia di irresistibili correnti. A parte alcuni momenti sottotono (“Tensor” e “Artificial Island”) vanta dei picchi veramente degni di nota, come il pezzo d'apertura “Central Plains” e “MOS 6581”, la delicata “Exosphere” e la finale “Refraction 1.33”. Una trasmigrazione continua in Shangri-La naturali e artificiali, si spazia dall'immaginario di metropoli futuristiche a campi lunari siderali, attraversando sterminate distese artiche sulle quali si riflettono le danze di supernove agonizzanti. Il connubio tra terra e galassia implode in rilassanti visioni dalle tinte glaciali, proiettandoci verso l'immensità astrale. I suoni si impastano in sinergie a tratti lisergiche che scatenano percezioni ovattate, mentre la forza di gravità cede. Un trip visionario e rilassante condito da passaggi anfetaminici e beat ipnotici, una discesa negli sconfinati abissi della nostra mente.
Introspettivo e sidereo.

VOTO: 7+

Tracklist:
1 Central Plains
2 Tensor
3 MOS 6581 (Album Version)
4 Silent Running
5 Neurotransmitter
6 Hydroponic Garden
7 Exosphere
8 Comsat
9 Epicentre (First Movement)
10 Artificial Island
11 Refraction

lunedì 22 novembre 2010

Franco Battiato - Gommalacca

Franco Battiato - Gommalacca
Elettronica / Pop / Sperimentale
(1998)



Gommalacca, ventesimo album di Franco Battiato, è il punto di partenza per le nuove sonorità proposte dall'artista siciliano. Al suo stile cantautorale, contraddistinto da un ermetico stream of consciousness e dal tono aristocratico (a volte odioso) si aggiungono componenti più moderne di contaminazione rock ed elettronica. Scritto a quattro mani con Manlio Sgalambro (autore dei testi) l'album si rivela decisamente ibrido e sperimentale, senza che però vengano raggiunti risultati eclatanti (al di là di copie vendute e premi vinti). Il limite principale risiede nelle melodie e nelle strutture spesso troppo facilotte e ruffiane che, nonostante la presenza lisergica di chitarre elettriche e sintetizzatori, risultano troppo scontate e fastidiose.
“Shock in my town” è uno dei pezzi migliori dell'album, in cui campionature e componente ritmica mantengono un equilibrio incalzante che esplode nel ritornello. Le tinte plumbee creano un'atmosfera allucinogena e futuristica, resa palpabile dai versi cantati con voce filtrata. Un Battiato in massima forma. “Auto da fé” parte insopportabilmente scanzonata, per poi riprendersi nelle strofe ed ammosciarsi nel ritornello, mentre “Casta diva” (dedicata a Maria Callas) alza leggermente il livello, grazie ad un pathos drammatico accentuato dalle campionature che riprendono la stessa Callas e la sua originale Casta Diva. Sullo sfondo di ritmi tribali e canti aborigeni si apre “Il ballo del potere”, travolgente ma non troppo, rovinato verso il finale da una voce fuori campo che descrive in inglese il T'ai Chi e che conferisce all'intero pezzo una ridicola contaminazione new age. Segue “La preda”, che continua sulla falsariga di quanto già sentito, esente però dalle esplosioni sonore solitamente legate al ritornello. È il pezzo passionale del lotto, che mescola tenerezza ad aspro erotismo, ma senza mordente. Il grosso difetto di questo album sta nelle invadenti sonorità pop inserite quasi ovunque, che purtroppo rovinano delle canzoni potenzialmente interessanti. Ci pensa “Il mantello e la spiga” a risollevare la situazione, grazie alle tonalità austere e apocalittiche. Un senso di inesorabilità assale l'ascoltatore, i momenti di calma sono costruiti su una base grigia e desolante, che sfocia in cacofonie elettriche ed elettroniche mentre la voce, con il suo timbro bionico, si fa sempre più tagliente. La seconda strofa è introdotta da un verso terribilmente impassibile, che recita “Come sempre le foglie cadono d'autunno”; una semplicità disarmante in grado di sprigionare una potenza evocativa straordinaria. “È stato molto bello” è il terzo ed ultimo pezzo degno di nota, la cui calma cristallina si rivela estremamente introspettiva ed emozionante. Con “Quello che fu” e “Vite parallele” si torna alla deriva, ma è con la conclusiva “Shakleton” (dedicata all'omonimo, celebre esploratore) che si sprofonda nell'abisso. Traccia peggiore dell'album (nonostante le discrete soluzioni melodiche), descrive con un tono tra il recitativo e il cantato la spedizione fallita di Shackleton e del suo equipaggio attraverso l'Antartide. I dati biografici vengono sputati da Battiato come se lo stessero ingozzando, creando un effetto ridicolo che rende la canzone inascoltabile.
Siamo quindi di fronte ad un album con buone potenzialità sfruttate male, soprattutto a causa della semplicità e ripetitività di almeno una metà dei pezzi. Spiccano alcune canzoni degne del miglior Battiato e un aborto messo in chiusura. L'intento di immergersi nel mondo contemporaneo attraverso un viaggio mescalinico e meccanizzato è ammirevole, purtroppo il risultato non è dei migliori. Nell'insieme si raggiunge comunque la sufficienza, la pacchianeria è sfiorata solo in certi passaggi e nel complesso l'album è scorrevole e vanta i suoi picchi. Ma non si può parlare di un buon lavoro, né tanto meno di un capolavoro.

VOTO: 6

Tracklist:
1. Shock in my town
2. Auto da fé
3. Casta diva
4. Il ballo del potere
5. La preda
6. Il mantello e la spiga
7. È stato molto bello
8. Quello che fu
9. Vite parallele
10.Shakleton

venerdì 10 settembre 2010

Francesco Guccini - Radici

Francesco Guccini - Radici
Cantautore
(1972)



Francesco Guccini, uno dei nomi di punta del cantautorato italiano, è stato capace di unire numerose generazioni quanto pochi altri (De Andrè, De Gregori, Battisti). Durante i suoi concerti si può notare una fauna molto eterogenea, a dimostrazione di un notevole carisma e di una capacità compositiva solidissima in grado di coinvolgere un po’ chiunque, senza per questo risultare banale o scadente. Nonostante questo è sempre stato anche un personaggio al centro di alcune critiche, principalmente “politiche”: da una parte chi lo accusa di essere “comunista!!” (da leggersi in tono berlusconian-dispregiativo), dall’altra chi lo accusa di essere un finto compagno troppo moderato. Insomma, a differenza dei sopracitati De Andrè o De Gregori la componente politica in Guccini è sempre stata più evidente. Sinceramente non ne capisco il motivo, reputo molto più “politicizzato” De Andrè ad esempio. Probabilmente i vecchi legami (più o meno solidi) con certi ambienti e gruppi politici hanno lasciato un marchio che ancora oggi non si dissolve. Ma non importa minimamente. Le tematiche principali affrontate da Guccini ruotano attorno alla solitudine, ai rapporti umani, a stati d’animo malinconici e via dicendo. È appunto la malinconia a caratterizzare la sua produzione, amplificata da un timbro grave e ruvido, che si discosta dalla maggior parte delle voci del panorama italiano (ma non solo), tendenzialmente più alte e melodiose. Anche questa caratteristica è stata spesso soggetta a critiche, sostanzialmente la sua voce non è abbastanza armoniosa e quindi poco adatta al canto. Ma a quanto pare lui non è d’accordo. E nemmeno io, anche perché la tecnica c’è e si sente pure dal vivo (vorrei vedere altri settantenni riuscire a reggere due ore di concerto come è ancora in grado di fare lui).
Passando all’album in questione, ritengo Radici una pietra miliare, uno degli album più belli mai prodotti nella storia della musica e, per quanto riguarda la musica italiana, siede di fianco ad un altro classico dei classici, “Tutti morimmo a stento”, del grande Faber. Radici è un tuffo nel passato, i ricordi del cantautore ci scorrono davanti agli occhi e veniamo coinvolti in prima persona in una storia che riusciamo a sentire nostra. È condivisione emotiva di frammenti di vita, un microcosmo che può essere comune a tutti senza che venga persa la necessaria soggettività. Ognuno a modo suo è in grado di perdersi nei meandri della memoria, rievocando tempi perduti. È ovviamente la malinconia a caratterizzare ogni pezzo dell’album, come una patina brumosa che appanna le immagini evocate. “Radici” ci introduce in questo mondo di ricordi, visioni quasi bucoliche di un ambiente famigliare abbandonato da tempo, il ricongiungimento con il nostro passato. “La locomotiva” è probabilmente il classico per eccellenza di Guccini, recentemente eletta come miglior canzone popolare italiana, descrive il folle gesto del macchinista Pietro Rigosi, anarchico, che nel 1893 si diresse a tutta velocità verso la stazione di Bologna. Gesto che ovviamente viene attualizzato nel clima politico dei primi anni ’70: la lotta che dilaga, le illusioni di giustizia, i sogni di rivalsa. Capolavoro indescrivibile, un pezzo al di fuori del tempo, che ancora oggi fa venire la pelle d’oca. “Piccola Città” è il ricordo di alcuni mesi d’infanzia trascorsi a Modena, si intrecciano rabbia e nostalgia, è il pezzo che maggiormente rappresenta il legame con un luogo abbandonato da anni. Altro classico, è un sublime affresco di un tempo perduto, quando ancora giovani e spensierati si sognavano “gli eroi, le armi e la bilia”. Segue “Incontro”, un amore rievocato dopo anni e anni; nonostante questo, pur essendo praticamente l’unico pezzo “d’amore” dell’album è il meno malinconico, anzi, si direbbe quasi che spunti dell’ironia nei confronti del tempo andato, della giovinezza sfiorita. “La Canzone dei Dodici Mesi”, come da titolo, è lo scorrere del tempo per eccellenza, uno stupendo calendario caratterizzato da un triste giro di chitarra; qui Guccini sfoggia la sua grande cultura, citando una serie di poeti in maniera più o meno velata. Il ritornello è la quintessenza dell’album: “O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia / diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale, la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…”. Arrivando a “La Canzone della Bambina Portoghese” i sapori si fanno agrodolci, è invocata l’immagine dell’oceano, che si staglia all’orizzonte e incornicia la “bambina portoghese”. Tutto sembra immenso e incomprensibile, il clima surreale è amplificato dalla sensazione di un caldo asfissiante che assopisce, trasportando l’ascoltatore nel mondo onirico. Si conclude con una serie di domande senza risposta sulla natura controversa e contraddittoria dell’uomo. “E poi, e poi / che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere / ma il qualcosa che ti porti dentro / cioè vivere, vivere e poi, poi vivere e poi, poi vivere...”. L’album si conclude con l’ennesimo capolavoro, un altro classico costantemente riproposto in sede live negli anni, “Il vecchio e il bambino”. Due estremi a confronto, l’infanzia innocente e incosciente e la vecchiaia, che incarna simbolicamente la saggezza e l’esperienza, in un vortice di ricordi non sempre nitidi e a volte esagerati. Il vecchio porta il bambino su una pianura desolata e grigia e gli racconta con le lacrime agli occhi di come era una volta, verde e rigogliosa. È evidente la critica nei confronti dell’eccessiva urbanizzazione ed industrializzazione, che distrugge il territorio cementificando ed inquinando in ogni dove. È l’incontro tra due generazioni figlie di epoche lontane tra loro, ognuno porta con se ricordi differenti che tramanderà, sempre con un senso di malinconia e di perdita irrimediabile, tempi irripetibili che vivono solo nel cuore e nella mente.
Un grandissimo album che non sbiadisce mai negli anni, intenso dalla prima all'ultima nota.

"con l' anima assente, con gli occhi bagnati, seguiva il ricordo di miti passati..."

Tracklist:
1.Radici
2.La locomotiva
3.Piccola città
4.Incontro
5.Canzone dei dodici mesi
6.Canzone della bambina portoghese
7.Il vecchio e il bambino

venerdì 13 agosto 2010

Agalloch - Ashes Against the Grain

Agalloch - Ashes Against the Grain
Black Metal / Dark Ambient
(2008)



Terzo album di uno dei più interessanti gruppi degli ultimi dieci anni. Questa band dell'Oregon non inventa nulla, intendiamoci, ma crea un perfetto connubio tra una base black/dark ambient, sprazzi doom e intermezzi acustici/folk da brividi. Un'emozione in coda all'altra, intimi, introspettivi, atmosferici, glaciali. E quest'album ne è la conferma definitiva. Gli intermezzi acustici vengono meno, si lascia più spazio all'elettrica che in ogni traccia crea melodie sempre più suggestive, in grado di intrecciarsi l'una all'altra in un crescendo gelido ma al tempo stesso carico di emozioni, di calore. Si raggiunge il top nel trittico "Falling snow", "Fire above, ice below" e "Not unlike the waves". La prima, guidata da uno screaming non propriamente black, lascia puro spazio all'immaginazione, soprattuto grazie al fantastico lavoro di chitarra che crea un tessuto sonoro sempre più elaborato ed incalzante, pare di assistere alla caduta di neve cristallina che malinconicamente ricopre ogni lembo di terra. In "Fire above, ice Below" siamo dinnanzi ad una sorta di ballad letteralmente glaciale (sì, glaciale ricorre un po' troppo spesso come aggettivo ma non avrei altre parole per descrivere quest'album), che nel ritornello sfocia nel binomio (in antitesi) citato dal titolo, un fuoco così vivo che scioglie la cortina di ghiaccio. "Not unlike the waves" inizia con l'infrangersi delle onde sulla spiaggia, in una nebbiosa giornata invernale, subentrano gli arpeggi, subentra il distorto, subentra la voce e si sogna ad occhi aperti, atmosfera ed introspezione si amalgamano crescendo in ogni singolo istante, la tanta blasonata sensazione di gelo trova qui l'apice al grido di "Solstafir!". Ho delineato i tre momenti essenziali di questo album ma non che gli altri siano da meno, ogni traccia si incastra nella successiva ed ha radici nella precedente, consiglio l'ascolto in giornate invernali, quando l'atmosfera generata puo' essere resa molto più efficacemente e il connubio visivo-uditivo trova l'apice.
"White as the falling snow, black as our citadels burned against the sky"

VOTO: 8

Tracklist:
1. Limbs
2. Falling Snow
3. This White Mountain On Which You Will Die
4. Fire Above, Ice Below
5. Not Unlike the Waves
6. Our Fortress Is Burning... I
7. Our Fortress Is Burning... II - Bloodbirds
8. Our Fortress Is Burning... III - The Grain

Spite Extreme Wing - Vltra

Spite Extreme Wing - Vltra
Black Metal
(2008)



Non ho mai considerato Argento un genio, a differenza di molti che ritengono un capolavoro “Non Dvcor Dvco”, rintronati probabilmente dai testi evolan-mistico-decadenti. Buon album per carità, ma tralasciando un attimo il fattore testi, i suoni troppo cacofonici (e pure qui, divenne kvltissimo perchè registrato nel forte Geremia a Genova) e una certa monotonia dei pezzi lo rendono a mio parere troppo acerbo. Zì zì, belo belo, è biù blegmedol! diranno molti, peccato che nel 2004 sentire un album registrato ancora come Panzerfaust non ha molto senso. Anche “Magnificat” era un buon album, forse pure migliore di NDD, con “Kosmokrator” si raggiungono livelli decisamente interessanti. “VLTRA”. Siamo veramente oltre. Innanzitutto è registrato come si deve, produzione pulita, chitarra in rilievo, basso e batteria che spingono per bene senza sovrastare tutto, screaming tipico di Argento (quasi recitativo) ed inserti corali che fanno da cornice. In secondo luogo siamo davanti a componimenti veramente interessanti, ben congegnati, pensati e ragionati come si deve, si alternano pezzi più o meno lunghi ad altri più brevi e furiosi, sono canzoni destinate a durare. L’intro ("I") ci fa già intuire che le sonorità sono diverse (maggiori melodie, inserzioni di cori – mai messi in primo piano, spesso quasi soffusi e incastonati nell’organico-), passando a “II” è chiaro che Argento ha abbandonato gli stilemi passati e si è avvicinato al suono proposto dai compaesani Janvs. Senza andare a scandagliare l’album track-by-track posso tranquillamente affermare che si viaggia su livelli decisamente alti, non saprei trovare un pezzo svigorito, tra tutti spiccano “II”, “IV” (un minuto e quattordici secondi di epicità pura, una sfuriata quasi hardcore celebrante le gesta degli arditi in trincea, che trova respiro in un improvviso boato per poi infrangersi nuovamente nel fragore dello scontro) e “V”. In definitiva è una rivelazione (almeno per me), che trova il suo punto di forza nell’epicità trapelante, nelle melodie (mai troppo marcate) e nella varietà. Assieme agli Janvs introducono un nuovo modo di suonare black che differenzia il suono made in Italy, personale ed originale.
"Eroe olimpico sospeso tra caos e dèi, riportami alla casa dei padri tra i proci grassi e rei! Vita somnium est! Oltre! Vltra!"

Tracklist:

1. I
2. II
3. III
4. IV
5. V
6. VI
7. VII
8. VIII
9. IX
10. X (Helter Skelter - Beatles)


VOTO: 7+

The Misfits - Walk Among Us

The Misfits - Walk Among Us
Hardcore / Horror Punk
(1982)



Sono spudoratamente di parte, i Misfits, anzi i THE Misfits, quelli veri, quelli con quel genio di Danzig alla voce sono tra i miei gruppi preferiti di sempre. Questo album, il loro primo full-lenght, segna un confine, un nuovo inizio per quelle che poi saranno alcune tra le sonorità più estreme nella storia della musica, l'hardcore e il thrash. Seppur a livello ancora abbastanza embrionale questo è un album hc, forse il primo o comunque uno dei primi, che andrà ad influenzare artisti del calibro di Metallica, Slayer, Sepultura, Negazione, Discharge e chi più ne ha più ne metta, insomma tutta la futura scena hc e thrash.
Chi si è già avvicinato alla scena hardcore, soprattutto quella attuale, molto più potente e tecnica rispetto a quella old school, storcerà il naso vedendo etichettato questo album come hc, anche io non lo considero un album hardcore al 100% (a differenza di "Earth A.D./Wolfsblood") ma lo ritengo una pietra miliare di una sonorità che si puo' definire di transizione tra il classico punk '77 e la nascente musica hc.
Ma non credo sia così fondamentale etichettare il genere, l'importante è che si riconosca l'importanza storica di questo straordinario gruppo, fondamentale a dire poco.
Perchè adoro così tanto i Misfits? Perchè adoro la voce di Glen ("l'Elvis del punk", prendetela con le pinze e anche con un po' di ironia, mi raccomando), perchè adoro quei primi anni '80 e la scena punk-hc che andava formandosi, perchè adoro il cinema horror e di conseguenza il loro modo ironico di sfruttarlo (a livello estetico-tematico sono definiti horror-punk) e infine adoro quella sensazione che riescono a darmi, una sensazione che non riesco a spiegare, un miscuglio di ciò che ho appena elencato, un vortice che ti trascina in un immaginario orrorifico che sa di perduto.
Ogni canzone di questo album è un classico, inutile commentarle una per una, sonorità semplici(fondamentalmente pochi power-chord in stile Ramones), veloci e personali, tra tutti i pezzi spiccano gli ultra-classici "Hatebreeders", "Night of the living dead", "Skulls" e l'immortale "Astro Zombies".

"...with just a touch of my burning hand
i'm gonna live my life to to destroy your world
prime directive, exterminate the whole fuckin' race
then your face drops in a pile of flesh
and then your heart, heart pounds and it pumps in death
prime directive, exterminate the whole fuckin' place..."

Tracklist:

01)20 eyes
02)I turned into a martian
03)All hell breaks loose
04)Vampira
05)Nike a go go
06)Hatebreeders
07)Mommy can I go out & kill tonight (live)
08)Night of the living dead
09)Skulls
10)Violent world
11)Devils whorehouse
12)Astro zombies
13)Braineaters

venerdì 6 agosto 2010

Ianva - L'Occidente

Ianva - L'occidente
Neofolk
(2007)



Ottimo EP dei nostrani Ianva, nome di spicco della scena neofolk tricolore. Se il precedente “Disobbedisco!” soffriva di alcuni passaggi forzati, tempi morti e momenti scialbi (ma parliamo sempre di un album valido) questo “L’Occidente” appare come rinforzato, rinvigorito. I suoni si fanno più composti, il muro melodico è decisamente più presente e meglio costruito: chitarre acustiche, violino, oboe, violoncello, pianoforte, trombone, fisarmonica e altro ancora si impastano armoniosamente, creano un muro solido. Solo quattro i pezzi che compongono questo EP, ma di alta caratura. “L’Occidente” spalanca sontuosamente le porte dell’Europa, per poi ricadere in un lamento decadente, “Santa Luce dei Macelli” è il nuovo “Tango della Menade”, pezzo al femminile carico di visioni viscerali. Anche la strumentale “Il sereno e la tempesta” è ben costruita, segna il passaggio verso la cover di Dave Cousins, “The Battle”. Italianizzata, “In Battaglia”, riesce a evocare scorci di trincee tra le montagne brumose del nord Italia, pezzo di chiusura veramente emozionante, da pelle d’oca. Se potete reperirlo (anche se ormai fuori produzione) non esitate.

VOTO: 7,5

Tracklist:
01. L'Occidente
02. Santa Luce Dei Macelli
03. Il Sereno E La Tempesta
04. In Battaglia - The Battle

mercoledì 4 agosto 2010

Wu-tang Clan - Enter the Wu-Tang (36 Chambers)

Wu-tang Clan - Enter the Wu-Tang (36 Chambers)
Hardcore Rap
(1992)



Inchiniamoci di fronte ad una colonna portante del rap, a mio parere il miglior album della scena mai prodotto. Esordio col botto di uno dei più importanti gruppi hardcore-rap, uscito quasi vent’anni fa ma che ancora fa tremare la terra con i suoi beat al fulmicotone e il suo vertiginoso incedere. Mixato sfruttando soprattutto spezzoni di film di Kung fu e completato dalle voci degli otto (!) membri del Clan, si tratta di un album letteralmente incalzante, completo, aspro e sporco quanto basta, a tratti tamarro, un assalto a mano armata. C’è veramente tutto quello che serve per comporre un album impeccabile, compresi i “grandi classici” ("C.R.E.A.M." o "Wu-Tang Clan Ain't Nuttin ta F' Wit"), miscela bene momenti aggressivi ad altri più orecchiabili. Essere travolti da una "Shame on a nigga" e rendersi conto che è stata scritta nei primi anni novanta è dimostrazione del talento di un gruppo che è riuscito negli anni a crearsi un vero e proprio impero, al di là del valore delle successive produzioni e degli inutili eccessi mediatici e commerciali. Questo è l’old style che riesce ad essere ancora interessante e a non sbiadire di fronte ai nuovi tecnicismi, pietra miliare che non va inutilmente idolatrata né sterilmente “studiata”, semplicemente tenuta in considerazione per ciò che il rap è stato e ciò che sarà. Menzione d’onore per il pezzo caratterizzato dalla base più emozionante mai realizzata, “Tearz”; base presa in prestito dalla canzone “After Laughter” di Wendy Rene e qui remixata superbamente, la quintessenza del rap.
En garde, I'll let you try my Wu-Tang style.

Tracklist:
1.Bring da Ruckus
2.Shame on a Nigga
3.Clan in da Front
4.Wu-Tang: 7th Chamber
5.Can It All Be So Simple
6.Da Mystery of Chessboxin'
7.Wu-Tang Clan Ain't Nuttin ta F' Wit
8.C.R.E.A.M.
9.M.E.T.H.O.D. Man
10.Protect Ya Neck
11.Tearz
12.Wu-Tang: 7th Chamber - Part II
13.M.E.T.H.O.D. Man Skunk RMX (bonus track)
14.Conclusion

lunedì 12 aprile 2010

Fabrizio De Andrè - Tutti Morimmo a Stento

Fabrizio De Andrè - Tutti Morimmo a Stento
Cantautore
(1968)



Quando si parla di pietra miliare si può tranquillamente prendere in considerazione un album come questo, un punto di riferimento non solo per la musica ma per tutta l’arte. Un’opera eterna che salverei dall’Inquisizione del Culturame (già operativa da decenni) a qualsiasi costo. Perché dico questo? Perché purtroppo mi è capitato molte volte di sentire critiche nei confronti di De Andrè, critiche per altro davvero argomentate. “È lento, è noioso! È triste! È roba vecchia!”. Non spenderei più una parola per controbattere, ho la nausea di discuterne, ma un paio di cose le devo sempre dire. Una cosa lenta non è necessariamente brutta, né noiosa, una cosa triste non è necessariamente brutta, una cosa vecchia non è necessariamente brutta. È così difficile? Certe “argomentazioni” valgono meno di zero. Punto secondo: l’arte non è solo soggettiva. Che si tratti di musica, cinema, pittura, scultura, letteratura, poesia o quello che volete. Esistono criteri oggettivi per valutare un disco, un quadro o un film. La scorciatoia dell’ “ehhhh ma i gusti sono gusti!” la lascio a chi non ha le capacità di affinare l’orecchio (in questo caso) e spesso… a chi non ha gusto. Ebbene sì, perché la maggior parte delle volte chi taglia corto con queste massime non ha proprio alcun gusto. Culturame appunto. Cultura approssimativa, per chi si ciba di scarti e pappa già masticata, vomitata sul mercato.
Ma passiamo all’album in questione. “Tutti morimmo a stento”. Il titolo è in grado di sprigionare una potenza evocativa ed una malinconia incredibili. È un esempio lampante della forza della parola, di come sia in grado di stimolare un vortice di emozioni e di immagini.
Chi sono i protagonisti delle canzoni di De Andrè? Sono i drogati, i condannati a morte, gli alcolizzati, i morti di fame, le puttane, i matti, gli ignoranti, gli anarchici, gli zingari, insomma, tutte quelle persone che la società imborghesita benpensante solitamente etichetta come perdenti, falliti, maniaci, psicopatici, parassiti. Faber è in grado di descrivere i suoi personaggi slegandoli completamente dalle convinzioni comuni, guardando tutto in prospettiva, o meglio, senza alcuna prospettiva. Al di là del giusto e dello sbagliato, al di là di inutili moralismi. Utilizzerei gli ultimi versi di una sua canzone, “La città vecchia”, per descriverli: “Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”. Non esistono santi, non esistono demoni. Ognuno commette i propri errori, ognuno ha il diritto di redimersi. Il mondo è quello dominato dalla logica del profitto, da spietato arrivismo e free-climbing sociale, da “Banchieri, pizzicagnoli, notai, coi ventri obesi e le mani sudate, coi cuori a forma di salvadanai“ (“Recitativo”). Erigere come tiro a segno per le nostre frustrazioni un nemico più debole, più emarginato. E baciare le mani inanellate di potenti aguzzini, sperando di trarne un qualche becero vantaggio, perfettamente inseriti in questo rivoltante mosaico delle disgrazie umane. Ognuno fa la sua parte. Sieg Heil, indottrinamento, sottomissione, adeguamento, lobotomia catodica, potere per il potere, lavoro per il lavoro.
“Tutti morimmo a stento” è un album abbastanza a se stante rispetto alla restante produzione del cantautore genovese. Non c'è molta ironia, che fa capolino solo in alcuni momenti. Predominano sentimenti malinconici che spesso sfociano in passaggi tristi, quasi disperati, a volte rabbiosi ed angoscianti. La tinta è grigia, cupa. Si inizia con la disperazione allucinata di un tossicodipendente emarginato e terrorizzato, passando per il trauma di una ragazzina violentata e gli ultimi momenti di un condannato a morte, amori perduti e guerre inevitabili. Nel finale traspare qualcosa di diverso, un cerchio che si chiude: prima un monito per i potenti, poi un re che vuole redimersi ma fallisce. La miseria umana non trova mai scampo.
Difficile per molti assimilarlo, proprio a causa della dominante malinconia che trasuda. Non per questo da sottovalutare o da ascoltare superficialmente, per quanto mi riguarda ho sempre preferito la tragedia al lieto fine.
Ed avevamo gli occhi troppo belli: che la pietà non vi rimanga in tasca.

Tracklist:
1.Cantico dei drogati
2.Primo intermezzo
3.Leggenda di Natale
4.Secondo intermezzo
5.Ballata degli impiccati
6.Inverno
7.Girotondo
8.Terzo intermezzo
9.Recitativo
10.Corale

giovedì 24 dicembre 2009

Current 93 - Soft Black Stars

Current 93 - Soft Black Stars
(1998)



Pochi gruppi possono vantare un produzione sterminata e soprattutto variegata come quella dei C93. David Tibet non vive di rendita, vuole sempre sperimentare, ben conscio del rischio. Fatto sta che è difficile, molto difficile dire che abbia sbagliato anche un solo colpo. Abbiamo assistito a diverse fasi della novantatreesima corrente, un primo periodo molto sperimentale e quasi indigesto (ma al tempo stesso geniale), un neofolk darkeggiante dal sapore gotico, un neofolk più puro e tradizionale fino ad arrivare alle ultime produzioni. Nonostante le diverse sonorità proposte negli anni, David è sempre riuscito ad emozionare, a scatenare visioni oniriche o oscure, ad essere viscerale. Il suo essere un personaggio apparentemente bizzarro, capace di mischiare amore, erotismo, religione e tanto altro rende tutto ancora più strano e apparentemente assurdo.
Con “Soft black stars” siamo di fronte ad un album unico, nel senso che si distacca quasi completamente da tutto ciò che è venuto prima e dopo. Minimalismo è la parola d’ordine. La voce di David e un pianoforte. Nient’altro. All’inizio spiazza molto. Ascolti e non capisci, non c’è né il neofolk “acustico” né il buon vecchio delirante David che strazia microfoni con urla isteriche. Mi ci sono voluti un bel po’ di ascolti per assimilarlo, ma quando l’ho fatto mio non c’è stato più niente da fare. Sono ormai un paio di mesi che lo ascolto quasi quotidianamente e posso tranquillamente dire che si piazza immediatamente dopo l’inarrivabile “All the pretty little horses”. È un album veramente strepitoso, è incredibile come dopo un poco di titubanza riesca a conficcarsi nel cuore e non staccarsi più, senza nemmeno perdere mordente. Come al solito è difficile analizzare traccia per traccia senza perdere qualcosa per strada, ogni pezzo nasce in quello precedente e si riversa nel successivo, personalmente reputo l’apice il trittico “A gothic love song / Soft black stars / Whilst the night rejoices profound and still”, ma non si tratta di fare classifiche. Ogni album dei C93 necessita di essere ascoltato da cima a fondo più volte per coglierne l’essenza, non siamo di fronte a qualcosa di semplice e scomposto ma a un corpo che prende forma e vita solo grazie alla sua completezza e compattezza. Le sonorità, come già detto, sono molto semplici, giri di pianoforte che compongono l’ossatura di base e la voce di Tibet, che intervalla parti cantate ad altre più simili al recitato. Anche qui non facciamoci ingannare dalle apparenze, non si tratta di qualcosa di noioso o di ripetitivo (nel senso negativo del termine). La malinconia, i ricordi e la sensazione di un qualcosa o un qualcuno ormai perduti nel tempo ricorrono nell’immaginario generato dall’album. Tutto è nero, buio, e in questa oscurità non vi è alcuna luce, né lo spazio impercettibile in cui si è immersi vuole dilatarsi per lasciare spazio ad una tinta più chiara. C’è solo il nostro corpo che si lascia andare nel vuoto, trascinato da correnti impercettibili, mentre le stelle che ancora non riusciamo a vedere ci accompagnano sussurrandoci dolcemente.

VOTO: 9

Tracklist:
1. "Judas as Black Moth" – 2:45
2. "Larkspur and Lazarus" – 6:05
3. "Gothic Love Song (For N.)" – 4:06
4. "Mockingbird" – 4:04
5. "Soft Black Stars" – 3:08
6. "It Is Time, Only Time" – 5:06
7. "Antichrist and Barcodes" – 2:26
8. "The Signs in the Stars" – 3:43
9. "Whilst the Night Rejoices Profound and Still" – 4:24
10. "Moonlight, Or Other Dreams, Or Other Fields" – 2:08
11. "Judas as Black Moth II" – 6:17
12. "Chewing on Shadows" – 14:48
13. "Chewing on Shadows (Vinyl Version)" – 12:06 (reissue bonus track)
14. "Chewing on Shadows (Unreleased Acoustic Version)" – 3:08 (reissue bonus track)

lunedì 1 giugno 2009

Spiritual Front - Armageddon Gigolò

Spiritual Front - Armageddon Gigolò
Neofolk / Pop
(2006)



Ahhh la vagina, la passione, l'ardere e lo struggersi per amori non ricambiati. E tante altre cose, tutte in salsa erotico-spirtual-grottesca. Questi gli Spiritual Front, gruppo neofolk romano che inserisce in ogni pezzo melodie e passaggi molto orecchiabili senza però risultare ruffiano, anzi. Timbro vocale caldo e carismatico, acustica in rilievo e tastiera che incornicia il tutto con pianoforti e violini. L'atmosfera è decisamente retrò, il sapore malinconico che si respira è molto lontano da quello dei padrini DI6 o Current 93, è piuttosto il lamento costante di un amante non corrisposto o un amore dimenticato nelle sabbie del tempo. A tratti una commedia passionale ed erotica. Un album veramente notevole, scorrevolissimo ma non semplicistico nè limitato. Alcuni frammenti sottotono (vedi "My Kingdom For a Horse"), ma si tratta di casi isolati, ampiamente ricompensati dalla presenza di brani del calibro di "Jesus died in Las Vegas", "The Shinning Circle" o "Love through Vaseline", alcuni dei picchi di questo "Armageddn Gigolo". Consigliato a chi vuole qualcosa di diverso dal classico neofolk apocalittico e darkeggiante, ma anche a chiunque mastica buona musica e vuole concedersi 40 minuti rilassanti. Gangbang Generation.

VOTO: 7+


Tracklist:
1. Slave
2. Bastard angel
3. I walk the deadline
4. The shining circle
5. My kingdom for a horse
6. Jesus died in las vegas
7. Crusin
8. Love through vaseline
9. Ragged bed
10. No kisses on the mouth
11. Redemption or myself

giovedì 28 maggio 2009

Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata

Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
(2008)
Cantautore




Mah. Ma proprio BOH. Tutto è nato quasi un anno fa quando in attesa del concerto degli Offlaga Disco Pax alla festa di Sant’Eufemia (BS) mi capitò di assistere allo spettacolo di questo Vasco Brondi, accompagnato dal grandissimo Canali. Il nome della band mi era noto da tempo, ma non avevo mai approfondito. Non mi piacque minimamente, quasi mi irritava. Cosa mi irritava? Il suo ibridare CCCP a Rino Gaetano in una salsa pseudo-originale, ma soprattutto la vena di cazzinculismo costante in ogni pezzo. Non la tollero. Non che non mi piacciano le atmosfere tristi e/o malinconiche, quelle per capirci sulla scia di “Radici” di Guccini o di “Tutti morimmo a stento” di De Andrè. È che qui non c’è alcuna malinconia. C’è cazzinculismo e basta. È difficile identificarlo, se non in un punto focale: il contesto generazionale. Non so quanti anni abbia Vasco, credo attorno ai 25, anno più anno meno. È quindi molto vicino alla mia generazione, una generazione capace solo di lamentarsi e piangersi addosso. E lui la rappresenta a pennello con la sua vena passivista, col tono di chi sa di avere perso la partita ma senza avere mosso un dito. Non voglio tra l’altro parlare dei passaggi in cui fa riferimento ai torcioni, veramente insopportabili, rappresentazione del ragazzo/ragazzino che trascorre pomeriggi al parchetto a fumare perché “ccccioè non c’è speranza, non me ne frega un cazzo di niente e di nessuno, sto nel mio, non c’è nulla di interessante!!”, odiosa rappresentazione di un altrettanto odioso elemento medio borghese annoiato dalla vita, forma di vita amebica parassitaria che si sta riproducendo a dismisura. Mi accorgo però che diversi conoscenti, gente che mastica musica, lo ritengono un ottimo cantautore, una grande rivelazione in questi tempi morti. Allora un po’ scettico decido di dare una possibilità all’album, questo “Canzoni da spiaggia deturpata”. Al primo ascolto scorre veloce, carino, niente male mi dico, pensavo peggio visto l’impressione che mi ha dato la prima volta. Al secondo inizio a divenire ancora sospettoso. Al terzo riaffiora l’alone di vittimismo che tanto mi aveva infastidito, alone che permea ogni traccia e si diffonde a macchia d’olio. Lo ascolto ancora ogni tanto, solo qualche pezzo estrapolato dal contesto e giungo ad una conclusione definitiva: Vasco ci sa fare abbastanza, ci sono alcune buone trovate, ma fa molto, troppo il verso a Rino e a Lindo. Inoltre non so quanto sia farina del suo sacco e quanto sia scritto (a livello prettamente musicale, non lirico) da Canali. Tutto questo però non è abbastanza, soprattutto non riesco ad ascoltare più di un paio di pezzi senza che riaffiori il già fin troppo citato vittimismo, che mi fa skippare la traccia in favore dei Dead Prez. Non conosco Vasco e non sono giudizi sulla sua persona questi, è ovviamente l’effetto che esercita su di me la sua musica, per quanto ne so puo’ anche essere un guerrigliero Tamil, purtroppo però non è la musica che fa per me. Diciamo che raggiunge la sufficienza solo considerando alcuni pezzi a se stanti, ma non nell’insieme.

VOTO: 5 / 6

Tracklist:

1. Lacrimogeni
2. Per Combattere L’Acne
3. Sere Feriali
4. Stagnola
5. Piromani
6. La Lotta Armata Al Bar
7. La Gigantesca Scritta Coop
8. Fare I Camerieri
9. Produzioni Seriali Di Cieli Stellati
10. Nei Garage A Milano Nord

giovedì 16 aprile 2009

Eyehategod - Confederacy of Ruined Lives

Eyehategod - Confederacy of Ruined Lives
Sludge
(2000)



Il gruppo più negativo, marciscente e politicamente scorretto in circolazione. Sick, sick, sick. Non c'è aggettivo più azzeccato. Cinque tossicomani di New Orleans figli sia della scena hc-crust punkeggiante sia dell'estremismo sonoro di Napalm Death, Pantera e Godflesh, anche se dire "figli" è un po' forzato, sono attivi da più di 20 anni. Ma non è facile definire un punto di partenza dello sludge, sicuramente in questo campo gli EHG sono una colonna portante. L'attitudine è quella più estremista ed oltranzista tipica della scena hardcore e crust, d'altra parte troviamo anche un onnipresente senso di malessere delirante e psicotico in stile Godflesh, senza trascurare la componente metal che rimanda un po' ai Pantera di Anselmo e soprattutto agli immortali Black Sabbath. Da tutto ciò emerge un sound violento, schizofrenico e masochista, ossessivo nel suo incedere lento e disperato, sorretto da giri di chitarra veramente ipnotizzanti, mentre Mike strazia il microfono e il ritmo esasperato pesta come si deve, per non farci dimenticare la dose di violenza che ci meritiamo. Non un passo falso nella loro discografia, questo "Confederacy of Ruined Lives" è una della tante conferme. Malato dall'inizio alla fine, schizzato, plumbeo. Tutti quegli aspetti più fastidiosi e negativi della nostra esistenza incanalati nota per nota. Avete presente quando guardate qualcosa che vi schifa e voltate lo sguardo per poi tornare irresistibilmente a guardarlo coscienti della vostra insana attrazione? Questo è Eyehategod.

VOTO:7,5

Tracklist:
1 - Revelation/Revolution
2 - Blood Money
3 - Jack Ass In The Will Of God
4 - Self Medication Blues
5 - The Concussion Machine Process
6 - Inferior And Full Of Anxiety
7 - 0001%
8 - 99 Miles Of Bad Road
9 - Last Year (She Wanted A Doll House)
10 - Corruption Scheme

venerdì 3 aprile 2009

Assalti Frontali - Un'intesa perfetta

Assalti Frontali - Un'intesa perfetta
Rap
(2008)



Nel 2008 tornano gli Assalti Frontali, padrini indiscussi dell'hip-hop made in Italy, quell'hip-hop fortemente politicizzato orbitante attorno a c.s.a., squat, autogestioni, occupazioni e indissolubile militanza. Militant A è sempre una garanzia, a distanza di ormai 20 anni dal debutto con la leggendaria Onda Rossa Posse riesce ancora a scrivere pezzi impegnati senza scadere nel banale, lontano da quei clichè riciclati a oltranza, tanto da risultare quasi fastidiosi. Deciso, diretto ma anche ironico riesce a ritrarre gli aspetti più spietati della repressione politica, descrivendo la gioia e la determinazione della lotta, tra rabbia e malinconia, evocando ricordi ed esperienze indimenticabili. Per quanto non mi piaccia citare personaggi ultra-inflazionati come Guevara mi tocca dire che la frase che riesce meglio a descrivere questo album (anzi, ogni album degli Assalti Frontali) è "essere duri senza perdere la tenerezza". Tra critiche anti-imperialiste, inni contro le barriere sociali e la gerarchie costituite, denunce della violenza neofascista, solidarietà con gli immigrati clandestini e passaggi più scanzonati e allegri celebranti ricordi e amicizie, "Un'intesa perfetta" è una album decisamente coinvolgente, che scorre veloce, supportato da ottime basi maggiormente elaborate rispetto agli album precedenti. Non fondamentale come possono esserlo stati "Banditi" o "Mi sa che stanotte...", ma comunque notevole ed interessante, molto carico, ironico, duro, pregno di speranza. Pollice alto per gli Assalti. Ancora una volta.

VOTO: 7

Tracklist:
01. E' Come Respirare
02. Mappe Della Liberta'
03. Senza Resa
04. La Mia Crew
05. Che Ora E'
06. Enea Super Rap
07. C'Est La Banlieue
08. Giu' Le Lame
09. Nell'Indotto
10. Dal Buiaccaro
11. No Smoking Area
12. Un'Intesa Perfetta

mercoledì 18 febbraio 2009

In the panchine - In the panchine street album

In the panchine - In the panchine street album
Rap
(2005)



Aò, da Roma con ignoranza. Cole, Benassa, Chicoria e Gemello, della crew Truceklan, incidono questo street album coniando lo slang romano-inglese. Sono ovviamente eccessivi, parlano della vita quotidiana nella periferia romana anche se spesso non si capisce bene cosa cazzo stiano dicendo, ma non è importante, il bello di questo album sono le perle (nonsense) sparate a raffica, unite a delle buone basi (in alcuni passaggi davvero ottime). È onnipresente la questione "ma questi sono seri?", valida per ogni album inciso dai componenti del Truceklan (Noyz, Carter, Gel, Montana, Gemello ecc.). La mia risposta è NO, o comunque NON SEMPRE, ma non posso saperlo, di sicuro vivere nelle periferie romane non è un passeggiata (ma altrettanto sicuramente non si puo' minimamente paragonare la situazione a quella dei ghetti americani o delle banlieues francesi). Fatto sta che è un album molto coinvolgente e cazzone, ricco di momenti esilaranti, tra il comico e il brutale. Tra i quattro truceboys quello che preferisco è Cole, che ha sempre un tiro della madonna (soprattutto in "Far Away From Problemi", dove parte in quinta), seguito da Benassa. Gemello non mi fa impazzire, Chicoria è allucinante, ha una voce da dodicenne, parla solo romano e di quanto sia dura fà er pusher aò, è proprio quel problema sulla serietà (e lui mi pare sempre l'unico serio) che me lo fa scadere, diciamo che lo considero proprio un caso umano. Comunque dopo la sparata in Tajerino (da "La calda notte") non posso più dire nulla, ha fatto un balzo enorme con una manciata di parole ("tutto quer sudore che ti bagna, come la fregna de 'na cagna"). Non dimentichiamo le collaborazioni, tra le quali spicca (ovviamente) Noyz Narcos, prima in "Deadly Combination" ("open my bara dorata, sniff my droga tagliata, die lungo la strada with the narice scoppiata") e poi in quello che diverrà il suo pezzo più conosciuto, "Verano Zombie" ("nation di zulù, non ne posso più, bevo rum, fuck mc.menù, chiodi in bambola e voodoo"). Gli higlights sono, oltre ai due pezzi con Noyz, "Never Do the Spia" (bella base cantata da Evelina), "Far Away from Problemi" (miglior base del lotto assieme a quella di Verano Zombie, composta da Dj Lollibar) e "Loosin' Pazienza".
Se vi piace il rap è consigliato per i momenti più cazzoni, basta non prenderli sul serio nè esaltarli come idoli indiscussi del brutal-cinismo di nuova generazione (tendenza che sta prendendo piede negli ultimi anni).

VOTO: 7

Tracklist:
1. Deadly Combination
2. 13 pm
3. Gemeloooo
4. Mr. G
5. Verano Zombie
6. Stolen Car
7. Fuori Misura
8. In The Panchina
9. Never Do The Spia
10. Far Away From Problemi
11. I Push My Rap, Dude
12. Chicoria
13. Loosin' Pazienza
14. (Bonus Track)

martedì 17 febbraio 2009

Forseti - Windzeit

Forseti - Windzeit
Neofolk
(2002)



Il Neofolk è un genere che riesce davvero a trasmettermi molte sensazioni. Malinconia, senso di abbandono, isolamento in un mondo che non mi appartiene, spesso il tutto inserito in una contemplazione primordiale della natura. È questo il caso di Forseti, one-man-band tedesca progetto di Andreas Ritter, compositore e polistrumentista (lo troviamo alla voce, alla chitarra, alle percussioni ed alla fisarmonica) appoggiato da una manciata di musicisti. Questo “Windzeit” è un buon album caratterizzato soprattutto dal particolare timbro di Andreas, niente di sensazionale né particolarmente talentuoso, ma efficace ed adatto all’immaginario generato. L’armonia dell’immersione in un ambiente arcadico, la quiete infusa da fisarmonica e flauto, gli intrecci di acustica che segnano il battere del vento sulla nuda roccia; tutto è finalizzato a ricreare quell’intesa bucolica andata perduta nei secoli. Sono composizioni relativamente semplici, quasi ripetitive, ma ipnotiche nell’incedere, una manciata di inni alla vita ancestrale, un desiderio di ricongiungimento avverso al mondo moderno. Pare di essere dispersi in immense vallate durante una sera autunnale, dove le fronde degli alberi sono percosse dal vento e l’orizzonte è grigio e lontano. In alcuni passaggi il tessuto sonoro è raffinato dalla presenza di un violino e di una voce femminile, ma nulla pare mai essere in primo piano se non forse la voce di Ritter. Nell’ultima traccia il padrino Douglas Pearce offre la sua voce, concludendo questo breve viaggio in terre vergini ed incontaminate. Non aspettatevi alcuna influenza apocalyptic o industrialeggiante, siamo di fronte ad un’opera semplice e basilare sostenuta dal binomio acustica-voce condito dall’inserzione di alcuni strumenti (fisarmonica – violino – flauto) volti a ricreare un’ atmosfera triste e nostalgica. Leggero e delicato come le gocce di pioggia che si infrangono sui vetri.

VOTO: 7

Tracklist:
1) Verzweiflung
2) Welkes Blatt
3) Sturmgeweiht
4) Letzter Traum
5) Wind
6) Windzeit
7) Herbstabend
8) Einsamkeit
9) Abendrot
10) Black Jena

Rome - Nera

Rome - Nera
Neofolk / Industrial / Sperimentale
(2006)



I Rome sono un duo del Lussemburgo che ha sfornato tre album ed un EP (in soli tre anni!) di uno spessore allarmante. Ultra malinconici, grazie soprattutto ad un timbro vocale profondo e caldissimo, che scioglie l'anima. A tratti bizzarri: usano sia la lingua tedesca che quella inglese e francese, inseriscono numerosi spezzoni tratti da film, canti e marce della seconda guerra mondiale e passaggi lirici, il tutto sorretto da acustica, percussioni e a volte pianoforte. Indescrivibile il vortice di emozioni che suscitano. "A Le Faveur de la Nuit" è micidiale nel suo incedere desolante, "Das Unbedingte" ipnotica, "Beasts of Pray" spazia tra richiami battaglieri e arditi slanci eroici, "Les Hirondelles" conclude maestosa e decadente. Non saprei davvero a chi paragonarli, è difficile trovare qualcuno da accostare alle loro (miste) sonorità, direi che i padrini Death in June e Current 93 fanno sempre da eco ma la loro presenza è vaga, si respira appena. La componente classica la fa da padrona, sostenuta spesso dall'acustica. Il punto di forza sta nella voce, veramente unica, tra il recitativo, il sussurrato ed il normale cantato, un timbro molto personale ed emozionante. Album classicheggiante, raffinato, ben scolpito e levigato. Come un David che si erge sulle rovine. Marmoreo, marziale, imponente nella sua delicatezza cristallina.

VOTO: 8

Tracklist:
1. Der Zeitsturm
2. A Burden of Flowers
3. Reversion
4. A la Faveur de la Nuit
5. Das Unbedingte
6. Rape Blossoms
7. Beasts of Prey
8. The Blade Unmasked
9. Hope Dies Painless
10. Nera
11. Birds of Prey
12. Les Hirondelles

Death In June - But, what ends when the symbols shatter?

Death In June - But, what ends when the symbols shatter?
Neofolk
(1992)



Stupendo pilastro del neofolk, assieme a "Rose Clouds of Holocaust" (altro capolavoro) il più accessibile della discografia DIJ ma non per questo da sottovalutare. Douglas Pearce, padrino del filone neofolk assieme a David Tibet (leader dei Current 93), un personaggio un po' controverso e spesso al centro di numerose polemiche registra questo album in un periodo di "crisi" (spirituale? mistico-religiosa? "politica"?). Il risultato sono dodici pezzi introspettivi, malinconici, onirici in grado di evocare quel malessere che permea l'animo di un uomo affranto dinnanzi al costante decadere dell'Occidente, del Vecchio Continente, quest'Europa svenduta alle lobby, alle multinazionali, ai banchieri. La morte di gloriose civiltà vista ormai con un certo distacco e con la freddezza di chi sa di avere perso la partita. Questa sensazione di sconfitta accresce l'atmosfera decadente che caratterizza l'album, che scorre veloce come la brezza autunnale. Tra tutti i pezzi, ognuno di elevato spessore, spiccano la sensazionale "Daedalus Rising", cantata da David Tibet, un fiume cristallino di lacrime che si infrange al crepuscolo, "Little Black Angel", un classico della band, dall'incedere quasi marziale che si conclude con un triste e disincantato solo di tromba. "Hollows of Devotion" scuote le più intime corde dell'io, scava nell'anima, a dimostrazione che uno spirito in grado di smuoverci forse ancora esiste. Chiude l'album la title-track "But, what ends when the symbols shatter?", un grande interrogativo sulla vita, il senso che nasconde, uno straziante inno dal gusto nichilista. Cosa aspettarsi da questo album a livello prettamente musicale? Un neofolk "puro" e semplice (pur nella sua potenza evocativa), una stupenda voce profonda, alcuni strumenti quali synth e trombe che fanno da cornice e una colonna vertebrale composta dall'acustica di Pearce. Album seminale di una (one man)band altrettanto fondamentale.

VOTO: 9,5

Tracklist:
1. "Death Is the Martyr of Beauty" – 3:50
2. "He's Disabled" – 4:08
3. "The Mourner's Bench" – 2:31
4. "Because of Him" – 3:46
5. "Daedalus Rising" – 4:52
6. "Little Black Angel" – 4:18
7. "The Golden Wedding of Sorrow" – 3:36
8. "The Giddy Edge of Light" – 5:07
9. "Ku Ku Ku" – 1:52
10. "This Is Not Paradise" – 5:27
11. "Hollows of Devotion" – 3:29
12. "But, What Ends When the Symbols Shatter?" – 3:15