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lunedì 16 maggio 2011

Machete

Machete
Azione / Splatter
(2010)



Ritorna Rodriguez con quello che da alcuni anni viene presentato come una bomba a orologeria, un cult già consacrato prima della sua stessa uscita: Machete. Un assalto all'arma bianca figlio dei b-movies e del pulp più trash in circolazione. A renderlo unico e tanto atteso è soprattutto Danny Trejo, al quale (finalmente!) spetta un ruolo da protagonista. È proprio la sua presenza fisica ad attrarre e magnetizzare: stazza imponente e scolpita (ma non troppo), tatuaggi in ogni dove, faccia butterata, baffoni e capelli lunghi, ghigno beffardo. Uno sgherro pericoloso, un vero e proprio latin thug. Il Corpo come centro di attrazione e luogo di potere, la figura del mito scolpita nella carne, un moderno Achille figlio di tempi cinici e bastardi. Il leader che guida le masse alla rivoluzione e che si erge sul nemico abbattuto. Trejo avrebbe incarnato ottimamente un ruolo così interessante, se solo avesse avuto alle spalle una regia migliore. Rodriguez si conferma (di nuovo) come un'ombra di Tarantino, inchiodato ai soliti clichè e ad uno stile fin troppo schematico e ripetitivo, incapace di re-inventarsi. La formula è quella già vista in passato, qui rimescolata con toni volutamente trash che purtroppo non fanno che sminuire quei (pochi) momenti tragici o epici. E non basta dichiarare apertamente che si tratta di un b-movie per giustificare la piattezza che, più o meno evidente, pervade l'intera pellicola. Quella che avrebbe dovuto essere un'escalation di violenze volta a coronare il trionfo della vendetta viene completamente sminuita, resta solo macelleria, divertente sì, ma niente di più. Trejo stesso, l'uomo-leggenda Machete, è altrettanto svilito, ridotto ad una macchina da guerra poco appassionata. L'esagerazione forzata si rivela anche nel cast, troppi personaggi che sembrano rubarsi la scena l'un l'altro, ridotti spesso a macchiette o caricature. Il divertimento c'è (ma non troppo, diverse sono le scene d'azione, finale compreso, decisamente scialbe) ma questo è abbastanza? Partendo dal presupposto che l'intenzione di Rodriguez fosse sfornare un storia fine a se stessa e volontariamente esagerata, fino a che punto questo può fungere da salvagente? È un eccesso che emoziona veramente poco, che sembra più mascherare una mancanza di idee interessanti, incasellate una dietro l'altra in una struttura debole e stantia. Solo io mi chiedo a cosa avremmo assistito se alla regia ci fosse stato Tarantino? E non parlo da fan sfegatato, ma da spettatore che si rende conto di come Rodriguez viva ormai sotto l'ala protettrice del fratello maggiore, andando avanti a spanne nella speranza di fare centro. Machete è un'occasione sprecata, che non si sgancia da una discreta sufficienza.

VOTO: 6

mercoledì 6 aprile 2011

Nel paese delle creature selvagge

Nel paese delle creature selvagge
Fantasy / Commedia / Drammatico
(2009)



Spike Jonze alle prese con il libro illustrato di Maurice Sendak “Nel paese dei mostri selvaggi”. Il nostro, vedovo dello sceneggiatore Charlie Kaufman, realizza una commedia fantasy dalle tinte fosche in cui enormi pupazzi bestiali e per l'appunto selvaggi rapiscono l'attenzione dello spettatore, incantato da questa strana alchimia di dolcezza infantile e istinto primordiale. Il protagonista Max è un bambino vivace, forse troppo. La sorella maggiore è abituata a stragli alla larga, dedicandogli al massimo qualche sguardo pietoso. Il padre è assente e la madre troppo presa dal lavoro per occuparsi di lui. Max, durante un eccesso di euforia, arriva addirittura a morderla, scatenandone un'ira quasi schifata. Fugge di casa e dopo uno straordinario viaggio in barca approda su un'isola abitata da mostruose creature, alle quali si presenta come un re. Viene accolto dalla tribù, che su proposta di Max inizia a costruire un regno dove tutti sarebbero vissuti assieme, tranquilli e felici. Ma le cose non andranno così. Il gruppo è un ritratto famigliare di Max, il quale a sua volta è riflesso in Carol, il più infantile e pericoloso nei sue eccessi d'ira. La madre, traslata in KK, rappresenta la componente più matura ma ancora incompleta, incapace di fronteggiare le sfuriate di Carol, dinnanzi alle quali preferisce voltare le spalle e fuggire. La sorella e il suo ragazzo (Judith e Ira) seminano discordia, rispecchiando una fase adolescenziale di insicurezza e incapacità di comprendere appieno le situazioni relazionali in cui ci si trova coinvolti. Alexander è così docile da non essere mai preso in considerazione, è il Max in cerca di comprensione, mentre Bernard è un burbero toro sempre sulle sue, cioè il Max più introverso, due figure estreme che proprio per questi comportamenti eccessivi sono isolate nel gruppo (e che se fuse darebbero il lunatico Carol). Durante la convivenza egoismi e infantilismi destabilizzeranno i rapporti fino a portare Max alla soluzione estrema dell'esilio, in un finale in cui un'importante fase di maturità sboccia in tutti. Un'ottima fotografia incornicia scenografie fiabesche; deserti digitali e boschi si rivelano tanto meravigliosi quanto insidiosi, in perfetta sintonia con le proiezioni mentali del giovane Max, che, abituato a isolarsi nelle sue avventure, arriva a viverle con tale intensità da renderle palpabili. La colonna sonora, composta da Karen O and the Kids, contribuisce notevolmente a mantenere l'atmosfera fanciullesca. Un viaggio onirico, un'avventura di formazione vissuta in bilico tra il gioco e il pericolo, l'infanzia che lotta con fauci e artigli.
Per quanto è stato detto fino ad ora sembrerebbe un film veramente entusiasmante e ricco di spunti. In realtà mi ha detto veramente poco, seppur magnificamente realizzato a livello visivo, seppur commovente e divertente nell'insieme, non è mai decollato, non mi ha mai realmente emozionato, mi ha fatto lo stesso effetto di uno stupendo giocattolo che una volta scartato annoia dopo pochi minuti. È potenzialmente interessante sotto molti aspetti, ma solo potenzialmente. Non bastano l'atmosfera fiabesca (ma non troppo) o i costumi bestialmente teneroni o le bizzarrie digitali a lasciare a bocca aperta. Resta pur sempre un film particolare e non mi sento di sconsigliarne la visione, ma non riesco nemmeno a unirmi agli entusiasti che sono riusciti a emozionarsi.

VOTO: 5,5

giovedì 6 gennaio 2011

American: the Bill Hicks story

American: the Bill Hicks story
Documentario
(2010)



Quando si parla di Stand-up Comedy è impossibile non pensare a quello che, a distanza di quasi vent'anni dalla sua morte, è considerato uno dei maggiori comici di sempre: Bill Hicks. Un grande sognatore ma anche icona dell'eccesso, dotato di una fortissima carica irriverente e corrosiva che spesso sfocia in escandescenze isteriche. Per condividere il suo idealismo c'è una sola strada ed è a senso unico: assistere per prima cosa all'esponenziale annientamento di tutte le convenzioni della nostra quotidianità, ma soprattutto di quei valori vuoti e retorici con cui i governi da sempre indottrinano i propri cittadini, in nome di guerre e autoritarismi che negano ogni logica e ogni libertà di gestire la propria vita se non entro folli schemi autodistruttivi e insensati. Solo dopo questa escalation di violenza, strabiliante e lucidissima, subentrano i desideri speranzosi di Bill, che torna a riappacificarsi con il genere umano. Un personaggio sempre in bilico tra misantropia e una sorta di francescanesimo moderno. Le sue critiche spietate e velenose si abbattono sullo stile di vita comunemente adottato, in cui monotonia, egoismo e mediocrità prendono il sopravvento, generando veri e propri mostri. Colpisce furiosamente ogni simbolo di decadenza contemporanea, tanto governi, eserciti e nazionalismi quanto religione, propaganda mediatica e marketing pubblicitario. È proprio questo bizzarro connubio tra razionalismo, con cui falcia ogni suo demone, e sognante idealismo a rendere tanto esilarante e strabiliante Hicks. I suoi spettacoli rapiscono dalla prima all'ultima battuta, ogni istante è una molla che si tende ed esplode in fragorose risate, senza tempi morti. E non sono solo le sue idee a renderlo unico, ma anche una tecnica elaborata e rielaborata negli anni che sfrutta ritmi, tempi e accenti calibrati alla perfezione, nonché una mimica e una gestualità ipnotiche e perfettamente accordate con il testo. Una bomba a orologeria.



Per conoscere meglio il personaggio e la sua formazione il documentario “American: the Bill Hicks story”, uscito il 14 Maggio 2010, è quanto di più completo si possa trovare in circolazione. Girato da Matt Harlock e Paul Thomas, racconta la vita di Bill dall'infanzia alla morte, avvenuta il 26 Febbraio 1994 a causa di un tumore al pancreas. Gran parte del documentario è stato costruito come una sorta di fumetto digitale realizzato con fotografie modellate su personaggi virtuali, in un collage perfettamente riuscito. Un'ora e quaranta scorrevolissima alla quale fa da sfondo un'ottima colonna sonora, per la maggior parte composta da pezzi dallo stesso Hicks. Folgorato da Woody Allen, fin da ragazzino sa quello che avrebbe voluto fare nella vita: il comico. Veramente impressionante e ammirevole la tenacia con cui anno dopo anno si esercita e continua ad esibirsi ovunque possibile, e non solo agli esordi ma anche dopo il successo riscosso nel 1984. Sempre on the road, arrivò a fare tour che lo impegnavano fino a 300 giorni consecutivi. Il Bill Hicks che conosciamo noi è quello post-1988, quando smise una volta per tutte con droghe e alcool. È in questo periodo che la sua tecnica migliora notevolmente e le sue performances lasciano sempre più spazio a passaggi impegnati, tentando inoltre di veicolare il suo ormai celebre messaggio di fratellanza universale. Estremamente esemplare anche la forza emotiva con cui affronta la malattia, consapevole che il sipario sarebbe calato molto presto. Senza perdere coraggio né lucidità prosegue con i suoi spettacoli, non lasciando presagire nulla nemmeno ai familiari. Si ritira pochi mesi prima della morte e vive sereno fino alla fine dei suoi giorni. Un'altra notevole caratteristica di questo documentario sta nelle intense emozioni che riesce a suscitare senza scadere nella solita retorica da quattro soldi o in pacchiani momenti strappalacrime, cosa che Bill molto probabilmente avrebbe detestato. Il titolo “American” è spiegato verso il finale, quando l'amico Kevin Booth definisce Hicks come un patriota: “Faceva quello che fanno i veri americani e i veri patrioti: metteva in discussione il governo. Ed è questo che significa essere patrioti: mettere in discussione il potere”. Non so fino a che punto si possa definire Hicks un “patriota”, considerando anche il nichilismo con cui lui stesso svuotava simili concetti, ma si può considerare un uomo che a modo suo ha creduto nell'american dream per poi spogliarlo, mettendone a nudo tutte le falsità su cui è stato costruito e che da sempre abbagliano i cittadini statunitensi. Il suo essere americano è stata la sua essenza e in qualche modo anche il suo limite; la fama è arrivata in ritardo soprattutto a causa di quell'apatico pubblico di cui spesso si lamentava, incapace di assimilare una proposta troppo innovatrice e radicale (e lo show del 1990 al West End di Londra, così come il successivo tour internazionale in paesi anglofoni confermarono questa sua opinione riguardo agli spettatori americani). È però anche difficile pensare a un Hicks inglese o australiano; non sarebbe stato lo stesso Hicks e probabilmente non sarebbe mai esistito lo stesso grande comico.
Consiglio quindi a chiunque di procurarsi questo documentario, testimonianza e ricordo di un uomo che ci è stato strappato troppo presto. Non solo un comico immenso, ma anche una persona immensa.
It's just a ride.

Film: http://www.fileserve.com/file/bhQzHUa/American.The.Bill.Hicks.Story.2009.DVDRip.XviD-EPiSODE.avi
Sottotitoli: http://www.comedysubs.org/2010/12/23/american-the-bill-hicks-story-2010/

sabato 20 novembre 2010

PTU

PTU
Thriller / Noir
(2003)



Un Johnnie To più minimalista del solito, che ammorbidisce anche il tocco noir per costruire un elegante thriller metropolitano. Girato nei ritagli di tempo tra una commedia e l’altra (impiegando quasi due anni per concluderlo), PTU (Police Tactical Unit) rappresenta un unicum nella filmografia del regista. Tutto si svolge nell’arco di una nottata nei vicoli desolati di Hong Kong: il sergente Lo (il solito Lam Suet) perde la pistola d’ordinanza durante il rocambolesco tentativo di arrestare una giovane gang locale. La PTU, capitanata dal sergente Ho (Simon Yam), giunge sul luogo dell’incidente; per evitare che i superiori vengano a sapere dell’accaduto, Lo chiede l’aiuto di Ho per recuperare la pistola ed evitare di perdere la promozione. Le vicende dei protagonisti si intersecano inconsapevolmente a scontri tra clan rivali.
La sensazione di uno scontro a fuoco imminente o di un improvviso capovolgimento di scena, tipica del To a cui si è abituati, è qui sostituita da una calma e una linearità che non permettono alcuna sfuriata. L’azione lascia spazio ad uno svolgimento molto più intimo ed astratto.
Lam Suet è il solito impacciato, con la testa (s)fasciata e la sigaretta perennemente tra le labbra, rappresenta il soggetto più scapestrato, incapace di farsi rispettare. Nonostante questo tenta sempre di imporre la propria autorità, con conseguenze spesso ridicole e umilianti. Il sergente Ho è invece più austero e rigido, dirige una squadra e non si fa scrupoli ad abusare del proprio potere pur di ottenere gli indizi necessari. Simon Yam si cala perfettamente nella parte, grazie alla sua immagine severa ed un carisma magnetico che ricordano molto il Kitano più impassibile. Abbiamo anche una terza figura poliziesca, l’ispettrice Leigh (Ruby Wong) , incaricata di supervisionare il lavoro degli altri colleghi. Ostenta una rigorosità a volte eccessiva che lascia trasparire una certa insicurezza, dettata probabilmente dalla scarsa esperienza sul campo. Il guscio protettivo si spezza nel finale, mettendo in mostra la fragilità nascosta. I rapporti tra i protagonisti, seppur contagiati da inevitabili rivalità, raggiungono il cameratismo, senza che sfori nelle classiche manifestazioni machiste o in spacconate gratuite.



Altra protagonista è la città, il cui alternarsi di aree illuminate e zone d’ombra crea uno stupendo gioco di contrasti, valorizzato da una splendida fotografia. Le indagini notturne sono incorniciate da una colonna sonora vellutata, caratterizzata da melodici giri di chitarra che accentuano l’atmosfera solitaria della metropoli.
L’intreccio si risolve in un finale convergente, dove pianificazione e coincidenza si mescolano in quella che sarà l’unica scena d’azione, regalandoci la classica sparatoria da western contemporaneo tipica di To.
Una pellicola carica di pathos e dal sapore metafisico.

VOTO: 7,5

mercoledì 17 novembre 2010

Paranormal Activity 2

Paranormal Activity 2
Horror / Presa in giro
(2010)



Il primo “Paranormal Activity” ancora non l'ho visto, ma se l'andazzo è lo stesso del seguito credo che ne farò volentieri a meno. Ci sono modi migliori per trascorrere un'ora e mezza, compreso sbattere il mignolo del piede contro spigoli di marmo. Il secondo capitolo della saga (sega?) è un ottimo esempio di presa in giro: come sfruttare il successo precedentemente riscosso senza fare il benché minimo sforzo. È un punto di riferimento se si vuole capire come NON fare cinema (anche se qui la parola “cinema” stride, sfigura, sviene, defunge senza estrema unzione). Taglio pseudo-amatoriale (qualche telecamera a circuito chiuso può considerarsi “amatoriale”?), protagonisti amorfi, storia trita e ritrita, qualche brivido scatenato essenzialmente dal volume assordante nelle scene di poltergeist, finale ridicolo. Un cinema che non è cinema (e che non si citino "Rec" o "The Blair witch project" a sproposito), un horror che non spaventa (né diverte). Tanto per precisare, l'ho visto solo perché sono uscito tardi e non proiettavano altro.
Da ergastolo.

VOTO: 2

lunedì 4 ottobre 2010

Valhalla Rising

Valhalla Rising
Drammatico
(2009)



Interessante produzione scandinava del danese Nicolas Winding Refn, Valhalla Rising ci scaraventa in un medioevo malsano e brutale. L’incipit potrebbe appartenere ad un classico film d’azione all’arma bianca, uno schiavo costretto a combattere in incontri all’ultimo sangue. In realtà siamo di fronte ad una pellicola molto statica e visionaria, caratterizzata da passaggi onirici e allucinatori. Il protagonista (Mads Mikkelsen), uno schiavo guercio che non proferisce mai alcuna parola, è un feroce combattente, ha trascorso tutta la sua vita in catene sfruttato come lottatore nelle scommesse tra tribù. Un giorno riesce a liberarsi, massacrando tutti i suoi aguzzini tranne il giovane ragazzo che quotidianamente gli medicava le ferite. Siamo nel bel mezzo dell’invasione cristiana, che si fa largo con l’acciaio, il paganesimo nordico sta appassendo cedendo il posto al Dio bianco. Sulla strada i due incontrano un manipolo di cristiani, decisi a partire per la Terra Santa. Il ragazzino battezza il guercio “One Eye” e diviene la sua voce, parlando a nome suo. Decidono di aggregarsi ai cristiani, ma durante la rotta una terribile nebbia impenetrabile manifesta un oscuro presagio. Dopo giorni e giorni di viaggio raggiungono una terra apparentemente disabitata, rendendosi conto di non essere a Gerusalemme. Il capo del gruppo si convince di essere stato messo alla prova da Dio e si infiamma in un delirio fanatico. Da questo momento l’eccitazione allucinatoria, scatenata da un liquido tracannato a turno da tutti, prende il sopravvento.
Si tratta di una produzione decisamente atipica, che potrebbe annoiare chi è alla ricerca di combattimenti e azione dura e pura. A parte i primi venti minuti, in cui il protagonista ci dimostra la sua spietata abilità guerriera, il film prosegue lentamente, con scarsi dialoghi e scene d’azione quasi inesistenti. Una splendida fotografia rende ogni scena una goduria per gli occhi, si respira un’atmosfera onirica che esplode nei brevi istanti visionari del protagonista, patinati di un rosso sanguigno e viscerale. È abbastanza chiaro il parallelismo con Odino, il padre degli dei della mitologia norrena, anche lui con un solo occhio (One Eyed God). I toni profetici sono perfettamente in linea con la religiosità nordica, caratterizzata da un destino ineluttabile al quale nessuno può sottrarsi e verso il quale non si nutre alcun timore. One Eye ha visioni di morte, compresa la propria. Combatte senza alcuna paura e va verso la propria fine senza opporre resistenza. È in questo momento che la Valhalla inizia a manifestarsi, la mitica sala dove i guerrieri vengono accolti dopo la morte. È anche abbastanza evidente la critica al fanatismo cristiano, che porta all'annientamento dell’intero gruppo. Estremamente suggestivi i paesaggi, sia le brumose terre del nord che le primordiali lande americane, il clima plumbeo onnipresente è amplificato dalla natura vergine e selvaggia. Aleggia anche un sentore di bluff in seguito alla bevuta comune dell’allucinogeno; il paesaggio circostante si trasforma, tornando ad essere quello uggioso e brullo del Nord Europa. Se in realtà non fossero mai partiti o se fossero morti durante il viaggio, se fosse tutto un sogno? Non ci è dato saperlo, è abbastanza chiaro l’intento di lasciare in sospeso gli interrogativi che nascono nel corso della narrazione, volutamente criptica.
Introspettivo, psichedelico, spietato.

VOTO: 7,5

sabato 2 ottobre 2010

Once Were Warriors - Una volta erano guerrieri

Once Were Warriors - Una volta erano guerrieri
Drammatico
(1994)



Ho visto questo film tre volte e tutte e tre le volte continuavo a dirmi che prima o poi sarei arrivato alle scena che non mi sarebbe piaciuta, che da un momento all’altro ci sarebbe stato un calo, che avrei avuto da ridire su qualcosa. La prima volta anche con l’enorme timore che tutto si sarebbe concluso nella solita minestra melliflua buonista. Ero sempre lì a chiedermi se non mi fosse sfuggito qualcosa, se ero stato attento durante la visione precedente. E sono contento di non essermi sbagliato minimamente. Lo vidi per la prima volta poco più di un anno fa, un film culto di cui avevo sentito parlare con toni entusiastici, apprezzato da una cerchia non proprio underground ma comunque abbastanza limitata. Lo rividi poi un paio di altre volte nel giro di un anno. Niente, impeccabile. È diventato uno dei miei film preferiti, entrato di prepotenza nella mia personale lista (metamorfica!) dei dieci titoli che porterei con me se venissi confinato ad vitam su Urano.
Regia di Lee Tamahori, Once were Warriors è tratto dal romanzo omonimo di Alan Duff (introvabile, almeno in italiano), ambientato nella Nuova Zelanda dei primi anni novanta. È il ritratto dello squallore di vite emarginate e precarie, distrutte dall’alcool e dalla violenza. La famiglia protagonista è succube di un patriarca violento, Jake “The Muss” Heke (Temuera Morrison), italianizzato in Jake la Furia, conosciuto e temuto in tutta la città per la sua particolare aggressività. Alcolizzato e senza lavoro fisso, ha sfornato cinque figli di cui non si cura minimamente, a stento si ricorda della loro esistenza. La moglie, Beth, è profondamente innamorata, nonostante le violenze che subisce quotidianamente. La situazione diverrà sempre più tesa, il quadro famigliare sempre più incrinato. I due figli maggiori vivono di espedienti, il più grande si unisce a una gang locale, il più giovane inizia a commettere i primi furti fino a quando non viene portato via dalla famiglia, giudicata incapace di crescerlo. La figlia più grande si occupa dei due giovani fratellini, raccontandogli favole e rimboccandogli le coperte ogni notte. È una ragazza immacolata, candida, innocente, incapace di concepire il mondo brutale in cui è stata scaraventata, perennemente infelice e afflitta da una situazione famigliare che la terrorizza e da un mondo esterno che non le offre nulla se non altrettanta disperazione. È l’unico personaggio che incarna a tutto tondo aspetti positivi, che stridono con il contesto. La sua positività verrà completamente spazzata via dalla violenza carnale che subirà in silenzio, mortificandola, senza che nessuno se ne accorga. La madre Beth è un personaggio cardine che dovrebbe rappresentare un equilibrio (molto precario) ma che di fatto si ritrova sempre incapace di fronteggiare l’ira del marito, contribuendo a rendere la situazione invivibile. Tutto si risolverà solo nel dramma finale, apoteosi tragica dell’intera pellicola, riassunto straziante della disperazione e della miseria umana.
Il titolo, “Una volta erano guerrieri”, incarna un filo diretto tra passato e presente, il decadimento di un’etnia dignitosa e guerriera, quella Maori, che in seguito alla colonizzazione inglese si ritrovò assoggettata a dominatori che corrosero gli animi con alcool e schiavitù. Una volta erano guerrieri, poi schiavi, ora dei cani che si contendono le briciole di ciò che è rimasto, incapaci di veicolare la propria rabbia e frustrazione se non contro le persone più care e più vicine.
Il momento topico e sublime dell’intera pellicola è racchiuso in un solo minuto, la gita in famiglia dopo una temporanea riappacificazione, sulle note di “What’s the time Mr.Wolf” dei Southside Of Bombay, una scena da brividi non tanto in sé ma dal momento in cui viene rapportata all’intera vicenda, uno sputo di felicità dal retrogusto doloroso.
Affresco spietato e drammatico di una realtà miserabile, stupendamente tragico.
Capolavoro.

mercoledì 29 settembre 2010

Starship Troopers - Fanteria dello Spazio

Paul Verhoeven è un regista un po’ controverso, ha realizzato diverse pellicole di dubbio gusto ed alcune altre che si sono conquistate un posto nel cuore degli amanti del cinema d’azione fantascientifico (Atto di Forza e RoboCop). Tratto distintivo è la particolare violenza sfruttata dal regista, le scene d’azione sono spesso segnate da uno splatter non eccessivamente sanguinolento ma comunque molto disturbante. Il cast è solitamente scelto selezionando attori agguerriti e caratterizzati da tratti rudi, in linea con l’immaginario battagliero. Non si tratta di individui infimi à-la Seagal, ma di discreti attori con buone capacità espressive che ben si inseriscono nel contesto virilmente spietato. Diamogli in mano un mitra e il gioco è fatto.
È una breve premessa necessaria che ho deciso di inserire per anticipare una tematica un po’ ostica, che sostanzialmente riguarda la qualità di un film. Come si può (o si deve) giudicare un film? È corretto utilizzare come paragone il cinema in generale o è utile sfruttare una divisione in generi? Non solo, il film va spogliato dalle intenzioni del regista e valutato in un’ottica più “estetica” o è necessario inquadrare il punto di vista del creatore? È possibile paragonare la nuova era cinematografica (ma anche artistica in generale), l’era del “è già stato detto tutto in tutti i modi”, con gli albori e le prime evoluzioni cinematografiche (e artistiche)? Insomma, credo che di carne al fuoco ce ne sia molta e ho qui delineato giusto alcuni spunti di valutazione che ritengo fondamentali. Mi orienterò essenzialmente su questi. Prima di tutto, per dare un’idea ampia, credo che sia la componente oggettiva che quella soggettiva siano necessarie (ma va?), ma c’è una relazione molto strana e ambigua tra le due. Il de gustibus è una frase fatta che può essere sfoggiata solo in seguito ad un buon scambio di vedute e di argomentazioni, usata in partenza è solo una banale pacchianata adoperata da chi non sa motivare. E badate che in larga parte anche le motivazioni soggettive sono motivabili. Per quanto riguarda l’aspetto più oggettivo, credo derivi soprattutto dalla conoscenza e dall’esperienza. Avere una (anche minima) padronanza di un determinato argomento significa averlo analizzato, studiato o comunque trattato con frequenza nel tempo, solitamente perché spinti da passione. È in questo momento che anche i gusti iniziano a cambiare, più o meno lentamente, pur mantenendo un “nucleo di invarianza” che può anch’esso mutare nel tempo, con maggiore difficoltà. Ma capiterà comunque di vedere un film, coscienti delle grosse mancanze che presenta, e dare un giudizio positivo per motivi più inconsci, personali e intimi. Quindi, da un lato assistiamo a due estremi, l’estrema razionalità nel giudizio e una valutazione molto “passionale” e soggettiva, di mezzo abbiamo una scala di valori che vede la cooperazione del lato soggettivo con quello oggettivo, capaci di influenzarsi a vicenda ma con una certa predominanza del lato oggettivo. Questo negli aspetti più dettagliati: se siamo appassionati di fantascienza perché è un genere che intimamente riesce a farci provare determinate emozioni (passione duratura nel tempo, il già citato “nucleo di invarianza”) stiamo parlando di un gusto soggettivo abbastanza generico. La differenza è che alimentando la nostra passione svilupperemo una più profonda analisi critica e daremo valutazioni più oggettive (e dettagliate) riguardo i film di fantascienza. Passiamo ora al secondo punto, un film è relazionabile e confrontabile genericamente con ogni altra pellicola prodotta nella storia del cinema o il campo va ristretto a titoli e a generi più o meno specifici? Questo è un argomento abbastanza lungo da trattare, ci sarebbero da tenere in considerazione moltissimi aspetti, a loro volta molto sfaccettati. Detto molto in breve, ritengo fondamentale considerare un film in rapporto ad un determinato genere, sia per semplicità, sia per quanto riguarda l’intenzione e le pretese dell’autore. Non ha alcun senso paragonare un prodotto essenzialmente finalizzato a divertire e intrattenere con un’opera elaborata attorno a tematiche più “alte”, quali la critica sociale, la natura umana, il senso della vita e via dicendo. Stiamo parlando di intenzionalità: un film d’avventura non ha alcuna intenzione di essere preso in considerazione per quello che non è, bensì per il lato (ma dai!) avventuroso. Un film d’azione non va analizzato da un punto di vista metafisico o trascendentale, non ha proprio alcun senso. Quindi mi sembra chiaro che un “Otto e mezzo” di Fellini non può essere paragonato a un “Die Hard”. Sembra di parlare di ovvietà, ma assicuro che non è così, paragoni del genere si sentono molto spesso. Senza considerare inoltre che non sempre (anzi, tutt’altro!) si riesce a realizzare bei film sfruttando tematiche “alte”. È facile cadere nel pacchiano e nel retorico, tanto quanto è facile scadere nel ridicolo con film più semplicistici. Ho detto che si devono tenere in considerazione anche le intenzioni dell’autore (e qui riprendo il terzo punto di domanda). Questo non vuol dire che se un film fa schifo si salva perché era volontà del regista fare un film orrendo, l’impronta del regista non è un salvagente. È però un dato da tenere in considerazione in determinate circostanze, soprattutto quelle più dubbie e controverse; Starship Troopers è un ottimo esempio. L’elemento goliardico inserito da Verhoeven per criticare la guerra non sminuisce la pellicola in sé, né è intenzione del regista prendersi gioco del libro di Heinlein. L’ironia di fondo è calibrata correttamente, eccessiva solo nei momenti opportuni, e va quindi a giocare un ruolo fondamentale. Il regista vuole realizzare un film d’azione molto splatter ambientato in un futuro estremamente militarizzato. Per quale motivo dovrei partire prevenuto, analizzandolo partendo da premesse che non c’entrano assolutamente nulla e che vogliono solo fare polemica o finto elitarismo da erudito?
Per concludere, spesso ci si chiede se è il caso di paragonare film ormai storici con le recenti produzioni, se la nuova modernità presenta gli stessi valori sia estetici che contenutistici rispetto al passato. Credo che una buona parte della risposta risieda nel tempo stesso, non è possibile valutare immediatamente un film a 360°, sarà il tempo a determinare la sua importanza grazie all’impatto e all’influenza che ne conseguiranno (o che non ne conseguiranno affatto). C’è da dire anche molto semplicemente che ostentare la difesa dei grandi classici sminuendo le nuove leve è da perfetti idioti: in primis perché ciò che è classico lo è diventato nel tempo e non è nato tale, in secondo luogo perché è spesso una presa di posizione aprioristica odiosa, infine perché la stasi porta al ristagno, è l’innovazione (con tutta la sua carica corrosiva, contaminante o trasgressiva) che genera la novità e la differenza. La differenza, sapere che il film che sto per vedere non è la stessa minestra che mi sono già sorbito cento volte. Non è una bella cosa? A me sembra proprio di sì. Ultima considerazione, credo che l’epoca in cui è stato girato un film possa essere considerata una sorta di genere anch’essa. Un determinato contesto storico presenta una specifica realtà, caratterizzata da una certa società, da un certo pensiero comune, specifiche tecnologie e via dicendo, tutto un particolare modo di percepire e di vivere la vita che influenza a sua volta le intenzioni del regista e il taglio dato al film.
Questa voleva essere una semplice sintesi volta ad esplicare alcuni criteri di valutazione più o meno condivisibili, personalmente la mia esperienza mi ha portato a certe conclusioni che ritengo adattabili in svariati contesti. Ho deciso di scriverla come introduzione alla recensione di Starship Troopers perché si tratta di un film singolare che si trova ad un estremo, cioè quell’estremo a cui comunemente corrisponde uno zero artistico (o comunque valutazioni mediocri). Io non sono assolutamente d’accordo e posso dimostrare (o almeno provarci) che un film sostanzialmente vuoto di contenuti può dimostrare un valore artistico notevole.

Starship Troopers
Azione / Fantascienza / Splatter
(1997)



In un futuro non troppo lontano la terra è controllata da gerarchie militari e vige un regime reso impalpabile dalla propaganda mediatica lobotomizzante. Una guerra incombe: una razza aliena, gli aracnidi, minacciano la stabilità del pianeta Terra, ostentando aggressività ed intenzioni belligeranti. I coraggiosi fanti spaziali avranno l’incarico (l’onore!) di difendere la patria e la propria specie.

AMBIENTAZIONE: Klendathu, il pianeta degli insetti, è una distesa arida e brulla, ricca di cave e formazioni rocciose sopra le quali di giorno batte un sole incandescente. Per le riprese è stato scelto “Hell's Half Acre”, nel Wyoming. L’ambientazione scarna e desolata appare forse fin troppo minimale, ma di fatto offre un campo di battaglia senza via di scampo, l’umano dato in pasto alle belve non ha rifugio ed è costretto a scontrarsi con il nemico alieno. Non c’è possibilità di fuga né di copertura. Il soldato indottrinato e sfruttato come carne da macello appare qui nella sua forma più evidente e umana, dove o è spinto da furore guerriero e si getta a capofitto nella mischia, inebriato, o volta le spalle al nemico, terrorizzato, in una ritirata impossibile. Una scelta azzeccata molto efficace nella sua semplicità.

COSTUMI: Robert A. Heinlein ha creato l’esoscheletro, una struttura che massimizza le abilità di guerra e si rivela un efficace strumento di difesa e d’assalto. Ma nel film è stata fatta un’altra scelta, probabilmente perché una riproduzione fedele sarebbe stata troppo ingombrante e dispendiosa. Semplicemente il fante ha una divisa leggermente imbottita e corazzata che lascia un’ottima libertà di movimento, fattore fondamentale nelle scene più spettacolari. Il design è ottimo, se non praticamente perfetto. Stesso dicasi per le armi, i fucili mitragliatori in dotazione sono di quanto più efficace si potesse realizzare. La semplicità anche stavolta si è rivelata il metodo migliore, garantendo un’immagine estremamente funzionale, dal sapore futuristico e militaresco, senza strafare col rischio di ridicolizzare con i soliti eccessi giustificati dal “ma è fantascienza!” (quindi tutto è possibile ed ogni cosa esagerata è sensata!). Le divise degli ufficiali e dei piloti sono le classiche uniformi elegantemente gerarchiche, il rimando alla seconda guerra mondiale (al Terzo Reich) è evidente.

SCENOGRAFIA: la prima parte si svolge soprattutto nel campo di addestramento, la seconda in avamposti abbandonati di Klenadathu e su astronavi. Si ripete anche qui lo sfruttamento di elementi classici ma ben realizzati, senza eccessi inutilmente stravolgenti, la semplicità è ben calibrata e la realizzazione degli spazi è gestita come si deve. Il campo d’addestramento è il solito che potremmo vedere nel nostro XXI secolo, gli avamposti sono rudimentali e costruiti alla bell’e meglio con materiale principalmente ferroso, gli interni sono asettici e tecnologici quanto basta. È chiaro che non sono gli eccessi quasi barocchi a caratterizzare Starship Troopers, il parallelismo con seconda guerra mondiale, attualità e futuro imminente è evidenziato da scelte stilistiche che non vogliono sconvolgere lo spettatore con roboanti agglomerati di lamiera.

COLONNA SONORA: la colonna sonora è probabilmente una delle migliori mai realizzate, trasuda epicità da ogni nota. Composta dal grandissimo Basil Poledouris, incarna perfettamente l’ardore battagliero che infervora gli animi dei soldati, rulli di tamburi militareschi sui quali si innalza un mastodontico muro di suoni. Da brividi.

EFFETTI SPECIALI: anche qui siamo di fronte ad una componente sensazionale. L’attenzione dedicata alla costruzione di effetti speciali spettacolari ma realistici è stata fondamentale. Il livello epico e distruttivo è reso alla massima potenza, esplosioni, smembramenti, fuoco alieno e altro ancora sono realizzati con destrezza, non si poteva chiedere di meglio.

L’AZIONE:
gli scontri con gli aracnidi sono caratterizzati da una componente terribilmente disfattista. Il fante sa che in uno scontro frontale difficilmente può riuscire ad abbattere il nemico, capace di resistere a diverse raffiche. Si genera in questo modo una sensazione agghiacciante, vedere malcapitati esseri umani che si lanciano all’assalto contro alieni dalla ferocia inaudita è veramente angosciante, soprattutto considerando la fine brutale alla quale vanno incontro. È qui che la violenza ultra-splatter prende il sopravvento, gli umani vengono letteralmente fatti a pezzi dagli aracnidi, che si avventano in gruppo su singoli malcapitati smembrandoli e scagliando i brandelli in ogni dove. Il senso di impotenza e di sadismo è quasi nauseante. Poche volte ho assistito ad una carica violenta di simili livelli. Non mancano ovviamente i momenti di protagonismo dei nostri eroi, che fanno assaggiare piombo su piombo alle bestie e in alcune scene si cimentano in azioni spettacolari da medaglia d’oro al valore militare.

I PROTAGONISTI: qui si passa ad un altro aspetto molto criticato, il cast di serie B. In effetti non siamo di fronte a livelli di recitazione molto alti. Ma quanto importa? Quello che serve è rappresentare rudi veterani e ragazzi prestanti di belle speranze pronti a servire la patria. Militari cinici devoti al mito della violenza, senza troppe pretese intellettuali, praticamente lobotomizzati da una società dittatoriale. L’aspetto ironico svolto dalla ridondante propaganda rende ancora più evidente la necessità di sfruttare personaggi piatti e indottrinati. Questo per quanto riguarda la “bassezza” tematica e la mentalità uniformata che accomuna ogni protagonista. Passando all’aspetto prettamente recitativo è vero che non si tratta di grandi interpretazioni ma non è neanche il caso di parlare di tragedia: il livello si mantiene sulla sufficienza, innalzandosi di tanto in tanto. Menzione a parte per il valido Michael Ironside, un attore sopra la media e dotato di buon talento. Ma anche Clancy Brown e Neil Patrick Harris fanno la loro parte, così come la discreta Dina Meyer. Insomma, diciamo che è l’attore principale, Casper Van Dien, a suscitare le maggiori perplessità, con la sua faccia quadrata da contadinotto dell’Iowa un po’ tonto. Ma è un protagonista che comunque incarna molto bene un aspetto di facciata della futura società, un giovane atletico dal bell’aspetto e con poco cervello che diventa un eroe della federazione e sprona i giovani a seguire le sue orme. La recitazione in un film come Straship Troopers assume un ruolo più marginale rispetto ad altre componenti (ribadendo comunque che il film si mantiene su livelli discreti). Nonostante questo i personaggi, nella loro semplicità, risultano comunque abbastanza magnetici e coinvolgenti, dotati in alcuni casi di grande carisma (vedi il tenente Rasczak).
Predator è diventato un gran film di fantascienza ma non mi pare che la recitazione fosse migliore. O sbaglio?



GLI ARACNIDI: i nemici, gli alieni, sono stati realizzati egregiamente, anche qui non mi sarei aspettato di meglio. L’aspetto non è quello di un comune ragno, ma è più “muscoloso” e geometrico, squadrato, meccanico. Le zampe sono acuminate, taglienti, trafiggono sterni e crani. In linea con la ferocissima aggressività che li caratterizza.



L’IRONIA: la volutamente eccessiva militarizzazione, l’esasperante e snervante propaganda, l’incessante indottrinamento, oltre ad essere l’ossatura dell’intero film, sono sintomo di un’ironia più o meno evidente. In un’intervista Verhoeven dichiara che è una critica alla politica guerrafondaia americana che vuole sempre scovare un nemico da combattere per distrarre le menti dei cittadini (in realtà chi distrugge Buenos Aires?). È evidente che non c’è alcun intento propagandistico da parte del regista che, seppur da sempre affascinato dalla violenza, non si è mai sognato di esaltarla.



SFATIAMO ALCUNI MITI:
1. Il film di Verhoeven NON è una trasposizione del libro di Heinlein, così come Atto di Forza NON era una trasposizione del racconto di Dick. Si tratta di ispirazioni, spunti, idee di partenza. Starship Troopers, oltre a prendere il nome, estrapola dal romanzo solo una parte, che sostanzialmente fa da sfondo all’intera storia, cioè la guerra contro gli aracnidi. Verhoeven (e soprattutto lo sceneggiatore Edward Neumeier) volevano girare un film di fanta-guerra con “insetti alieni”, ispirati in primis da vecchi film di sci-fi, e hanno trovato un ottimo spunto nel romanzo di Heinlein. Quindi è inutile parlare di fedeltà o infedeltà, non c’era alcuna intenzione da parte degli autori di portare sullo schermo il capolavoro dello scrittore americano.
2. Non c’è niente di fascista in questo film e basta ritornare al paragrafo precedente sull’ironia per capirlo, ma vorrei anche aggiungere che trovo ridicolo attribuire al regista un legame ideologico con l’immaginario che crea. Non è sempre così ovviamente, è possibile e accade spesso che un regista inserisca punti di vista personali più o meno espliciti. Ma non è assolutamente il caso di Starship Troopers, da cui non traspare assolutamente una visione positiva della società che viene rappresentata. Lo stesso Heinlein fu accusato di fascismo, al che rispose che attribuire all’autore pensieri del narratore o dei protagonisti è da idioti. Stesso dicasi per il film.

In definitiva ritengo Starship Troopers un capolavoro di azione fantascientifica in salsa splatter, un gioiello incompreso e fin troppo calunniato, mentre mi tocca assistere ad esaltazioni di una merdosa pacchianata come Avatar, quintessenza dell’esagerazione fine a se stessa e di cliché noiosissimi, costruito su uno sfondo (auto)citazionista (plagi?) imbarazzante.

Avanti Leoni, volete diventare degli eroi?!

giovedì 23 settembre 2010

The Host

The Host
Monster movie / Commedia drammatica
(2006)



Ne ho sentito parlare bene molto spesso, quindi mi sono deciso a vederlo. Questo "The Host" (o "Gwoemul") è un monster-movie sud-coreano piacevole e divertente, che mischia all'horror una buona dose di commedia a tratti demenziale. Una creatura enorme e ripugnante emerge da un fiume seminando il terrore in città, come si deduce dall'incipit è la conseguenza dell'eccessivo inquinamento delle acque. Durante la sfuriata uccide diverse persone e prima di ritornare al fiume rapisce una ragazzina. Il padre, assieme a fratello, sorella e pater-familias scopre in seguito che è ancora viva. Il paese è in stato d'assedio ma la famiglia riesce ad organizzarsi alla bell'e meglio per salvare la bambina, avventurandosi in una spedizione nelle fogne della città, dove si nasconde la creatura.
Il film alterna momenti d'azione e di tensione a scene grottesche, in cui la componente drammatica (la disperazione dei famigliari) è resa praticamente ridicola dai protagonisti, che con una serie di battute, espressioni facciali e atteggiamenti idioti sdrammatizzano l'atmosfera. L'ambientazione sporca e grigiastra e le tinte uggiose contribuiscono a creare un senso di disagio costante; anche il luogo di caccia, l'impianto fognario, è realizzato piacevolmente, una struttura di cemento labirintica ricca di anfratti e tunnel. La creatura, interamente digitale, riesce ad essere molto realistica, senza scadere nel pacchiano.
La trama è costruita sulla scia di un "incidente" realmente avvenuto nel 2000, quando un impresario di pompe funebri al servizio degli Stati Uniti rovesciò (consapevolmente) litri e litri di formaldeide nelle fognature di Seoul.
Inoltre nel film il governo diffonde la notizia di un virus generato dalla creatura capace di infettare l'uomo e per il quale non sembra ci sia una cura. Ovviamente è una farsa ed è chiaro il rimando critico al continuo allarmismo che ogni anno scopre in un qualche bacillo un pericolo di pandemia incombente.
Infine viene fortemente ridicolizzato l'operato del governo sud-coreano, totalmente inetto e incapace di affrontare adeguatamente la bestiale minaccia.
Una pellicola divertente, macabra e insana giusto quanto serve, senza scene particolarmente violente e truculente (non è solo il sangue a rendere un film angosciante).

VOTO: 7+

Starship Troopers: Marauder

Starship Troopers: Marauder
Fantascienza (...)/ Azione (...) / Horror (...)
(2008)



Mi sono iscritto recentemente a Flixster (in realtà ero già iscritto da qualche anno ma non usandolo mai non mi ricordavo minimamente quale fosse il mio profilo). Ho letto un pò di commenti su questo film (il terzo della "serie"), secondo alcuni utenti decisamente migliore del secondo. Si sbagliano, Starship Troopers: Marauder fa schifo quanto il secondo capitolo, anzi forse è addirittura più disastroso. Premetto che il primo Starship Troopers è uno dei miei film preferiti e non ho problemi ad ammettere che sia un capolavoro. E lo dice un fan di Robert Heinlein. Non esagero e ovviamente non ha senso che lo si paragoni ad un film di Fellini, ma comunque ne farò a breve una recensione e approfondirò meglio il mio punto di vista.
Torniamo al terzo sequel in questione, si presenta come un "cheap-movie", quindi l'aria di pagliacciata low-budget si avverte di già, ma un livello così basso non me lo aspettavo. Ambientazione "futuristica" (ha!) ridicola, scene di guerra e scontri (haha!) noiosissimi, splatter (hahaha!) ai minimi livelli, recitazione (hahahaha!) inesistente. Anche il mediocre Casper Van Dien è in forma peggiore del solito. Che c'è da dire? Niente probabilmente. La cosa più imbarazzante è forse il tentativo volutamente buffonesco di sfruttare l'estremismo militare per farne una caricatura, ma l'unico risultato è stato rendere ridicola l'intera pellicola. Uno dei film più inutili che abbia mai visto.

VOTO: 3

giovedì 26 agosto 2010

The Descent

The Descent
Horror
(2005)



I soliti annunci eclatanti, sempre esagerati per ovvii motivi pubblicitari, a volte sono davvero esasperanti. Quasi ti fanno partire prevenuto nei confronti di un film. The Descent è stato considerato uno dei film più terrificanti di sempre e via dicendo. Niente di tutto questo, è un buon horror che ci regala diversi momenti di tensione. Un gruppo di amiche in stile donnavventura si ritrova dopo anni per esplorare delle grotte in America, tra i Monti Appalachi. Una di loro, bramosa d’avventura, conduce il gruppo verso altre grotte, ancora inesplorate, dove ovviamente la comitiva si perde dopo essere stata intrappolata da una frana. Cercano un’uscita e dopo un po’ di tempo che si muovono alla cieca si imbattono in qualcosa. Un qualcosa dalle sembianze umane ma mostruosamente deformate e soprattutto bramoso di sangue. Il gruppo si divide, c’è chi fugge da una parte e chi dall’altra, mentre poco per volta vengono scannate e sbranate. A rendere emozionante e tesa la pellicola è in primis l’ambientazione, grotte buie e tetre sconosciute anche alle protagoniste, in secondo luogo la trovata di sfruttare alcuni espedienti come l’infrarosso e la cecità delle bestie. L’infrarosso della telecamera (e di alcuni flare verdastri che creano un effetto analogo) permette allo spettatore di immedesimarsi soggettivamente e di sentirsi braccato quanto le protagoniste, mentre (l’ovvia?) cecità delle creature sotterranee implica tentativi di fuga silenziosi e lenti, spesso aggirando a distanze minime i mostri carnivori. Sono questi i momenti più tesi che quasi fanno trattenere il respiro, sperando fino all’ultimo che la poveretta di turno la scampi. Il sangue scorre abbastanza copiosamente, assistiamo anche a diversi momenti macabri e particolarmente truci, dal sapore cannibalistico.
Un buon film horror sicuramente superiore alla norma, ma altrettanto sicuramente non siamo di fronte ad un capolavoro.

VOTO: 7

Vendicami

Vendicami
Noir
(2009)



Prima di tutto una cosa: è assurdo avere nel raggio di 20 minuti 6/7 cinema e neanche uno che abbia avuto in programmazione Vendicami. Zero assoluto. Veramente scandaloso, ma forse dovrei già meravigliarmi che sia stato proiettato in qualche sala italiana. Il nuovo noir di Johnnie To si prospetta come la classica storia di vendetta tormentata, una famiglia massacrata dalla mala di Hong Kong per motivi ignoti. Il padre della donna, l’unica superstite, arriva dalla Francia per trovare i carnefici e fargliela pagare. Lui è Costello, un cuoco (Johnny Hallyday), o almeno così dice. Riesce ad assoldare tre killer professionisti e li incarica di eliminare gli assassini della moglie. I tre sono i soliti protagonisti delle ultime produzioni del regista cinese: Lam Suet, Anthony Wong e Lam Ka Tung. Degli assassini abilissimi ma con una forte vena scherzosa e bonaria, che alla fine si ritrovano sempre soli contro tutti, ribelli anche contro i propri padroni. È in loro che si incarna e traspare la vena ironica in grado di smorzare i toni troppo seriosi, costruiti sullo sfondo di truculente stragi in cui nessuno, bambini compresi, ne esce vivo. Vendicami, a differenza degli ultimi lavori di To non risulta pienamente coinvolgente, complice una durata forse leggermente eccessiva ed alcuni tempi morti. Inoltre mancano le scene travolgenti, le sparatorie armoniose e danzanti tipiche dei precedenti film, in grado di elettrizzare lo spettatore lasciandolo a bocca aperta. È necessario uno stile notevole per rendere così interessanti dei comunissimi scontri a fuoco, e Jonnhie To è sempre stato decisamente abile nel renderli unici. I nemici cadono come mosche, ma anche i nostri vengono feriti (altro elemento ridondante) e si rimettono in pista dopo essersi curati con le proprie mani. Anche il “cuoco” Costello si rivelerà un abile pistolero, forse perché anche lui lavorava nello stesso ramo dei suoi nuovi compagni. Ma durante i bei tempi andati si era beccato anche una pallottola nel cranio, che se ne sta ancora lì e rischia di fargli perdere la memoria. La corsa verso la vendetta si fa sempre più tesa e inesorabile.
L’atmosfera umida e fumosa della città accresce il pathos, siamo di fronte ad una componente classica del noir ma che si rivela sempre efficace nella sua semplicità. Anche la colonna sonora malinconica intensifica il sopraggiungere di una fine ingloriosa e inevitabile, verso la quale ci si precipita con noncuranza, pronti ad accogliere la morte a braccia aperte. Un film inferiore ai precedenti ma comunque valido, che ci conferma ancora lo stile di To: piogge di piombo, duelli in stile western, premesse di ingiustizie urlanti che devono essere placate, trionfo nel bagno di sangue.

VOTO: 7+

martedì 24 agosto 2010

Fratello, dove sei?

Fratello, dove sei?
Commedia / Avventura
(2000)



Piacevole commedia avventurosa diretta da Joel Coen, assistito dal fratello. Liberamente ispirato all’Odissea, Fratello, dove sei? non è un nuovo “Ulisse” joyciano, niente di così trascendentale e intricato. I generici rimandi all’Odissea vengono modernizzati nell’America (Mississippi per la precisione) degli anni trenta. Tre galeotti evadono e si dirigono alla ricerca di un tesoro sepolto da uno dei tre (Clooney), in una zona che a breve verrà inondata da una diga. La ricerca si staglia sullo sfondo di un America razzista e becera, in un ambiente ancora in buona parte rurale caratterizzato dalla classica figura del contadino sudista ignorantissimo e grezzo, oppure dal cittadino medio borghese, sostanzialmente identico al suddetto contadino e diverso solo nelle apparenze. Durante il viaggio i tre, accompagnati da un chitarrista nero, incidono una canzone per guadagnare qualche soldo, canzone che a loro insaputa diventerà un tormentone e che consentirà loro di redimersi a tempo debito. La colonna sonora è ovviamente country con qualche sprazzo blues e folk, fondamentale per immedesimare lo spettatore nel contesto popolare. I tre protagonisti sono due villani e un erudito, l’Omero-Clooney, che riesce ad essere abbastanza simpatico nonostante la solita spacconeria. Una commedia carina capace di strappare numerosi sorrisi, soprattutto grazie alla componente musicale e all’atmosfera rustica.

VOTO: 7

Romanzo Popolare

Romanzo Popolare
Commedia all'italiana
(1974)



Forse la più bella commedia italiana degli anni ’70. Forse la più grande commedia italiana di sempre. Ancora una volta Monicelli realizza un film stupendo, complice il grande cast che vede i due giovani Michele Placido e Ornella Muti affiancati dall’inarrivabile Tognazzi. La Milano popolare degli anni ’70, la fabbrica, la lotta politica. Tognazzi è Giulio, operaio sindacalista carismatico caratterizzato da una parlantina fluida che mischia politichese e milanese. Si innamora di Vincenzina (Ornella Muti), meridionale e appena maggiorenne, e si sposano. Placido è Giovanni Pizzullo, un meridionale trasferitosi a Milano per lavorare come poliziotto; alla sua prima esperienza durante una manifestazione operaia (dove Giulio gestisce il servizio d’ordine) viene colpito in pieno cranio da un oggetto di ferro lanciato dai manifestanti. Individua il colpevole, Salvatore, amico e vicino di casa di Giulio, e decide di andarlo a prendere a casa. Salvatore verrà difeso da Giulio che sfoggia un monologo da pelle d’oca e bastona il povero poliziotto (“Vuoi fare l’eroe in divisa? Vogliamo diventare il milite ignoto? E allora ti cucchi il manufatto come incidente sul lavoro!”). In seguito Salvatore si riappacificherà con Giovanni e lo inviterà alle serate tra amici a casa di Giulio. Qui Giovanni conoscerà Vincenzina e se ne innamorerà. Entrambi giovani, entrambi meridionali; scatta qualcosa e Giulio lo scoprirà lentamente, durante una sorta di interrogatorio in crescendo che lo porterà ad una (grottesca) esasperazione. È una storia d’amori traditi sullo sfondo di una Milano grigia e brumosa; le giornate di lavoro in fabbrica, le domeniche allo stadio a tifare Milan, le serate con gli amici. La Milano popolare, quella bassa ma genuina, vitale, schiacciata da una quotidianità insoddisfacente e deludente ma dalla quale si cerca sempre di uscirne, in un modo o nell’altro. Non è una commedia spensierata, Monicelli infonde il suo solito tocco malinconico che pervade ogni cosa, si insinua poco alla volta e resta lì fino alla fine. Il finale è potenzialmente felice ma allo stesso tempo nostalgico, le cose sarebbero potute andare meglio. Sempre in linea con le illusioni politiche (e non) degli anni ’70, utopici desideri flebili ed evanescenti. Ultima ma non meno importante la colonna sonora, il motivo principale e costantemente ricorrente è stato scritto apposta per il film da Enzo Jannacci: “Vincenzina e la fabbrica”. Toccante, triste, disillusa. Come ogni romanzo popolare.

“Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina vuol bene alla fabbrica,
e non sa che la vita giù in fabbrica
non c'è,
se c'è com'è ?”


VOTO: 8,5

lunedì 23 agosto 2010

Pandorum

Pandorum
Fantascienza / Horror
(2009)



Spulciando le recensioni in rete Pandorum è stato stroncato un po’ ovunque o salvato per un pelo (fatta eccezione per Splattercontainer). Il motivo principale è legato alle “citazioni” onnipresenti che (così si vuol fare intendere) sforano nel plagio, tutto sa di già visto. Il discorso in merito sarebbe fin troppo lungo e rischierebbe di scadere spesso in considerazioni soggettive e troppo relative. Fatto sta che siamo di fronte ad una pellicola che non pretende nulla, non mira a stravolgere né a creare qualcosa di nuovo. È semplicemente un buon film di fantascienza orrorifica, capace di coinvolgere lo spettatore senza bisogno di strafare. Provando a considerarlo, come hanno fatto un po’ tutti, in rapporto ad altri film a cui è ispirato direi che si tratta di un incrocio tra "Solaris" e "Sfera" con una bella spruzzata di "Alien". All’horror psicologico si unisce quello più concreto, una minaccia aliena spietata che incombe sui malcapitati protagonisti. Al risveglio dall’iper-sonno due membri dell’equipaggio non ricordano nulla, la nave pare morta e non c’è anima viva. Il capitano resta nella sala-comando, mentre l’ingegnere decide di avviarsi tramite cunicoli verso il cuore della nave, per far ripartire il reattore. Ovviamente non sono soli. Il punto di forza del film sta nell’ambientazione, che come già detto ricorda molto Alien, una nave tetra e buia abitata da abominevoli umanoidi sanguinari. Il senso di terrore, la sensazione di essere sempre braccati e quindi costretti a muoversi silenziosamente generano una tensione costante che esplode nei momenti d’azione, tamarri ma non troppo ed abbastanza cruenti. Si è già paragonato gli “alieni” alle bestie di “The Descent”, io aggiungo che mi hanno ricordato anche i mostri di “Fantasmi da Marte” di Carpenter. La trama si evolve in due direzioni, da una parte lo scontro con gli alieni, dall’altra i deliri psicotici del capitano, isolato nella sua sala. Insomma, c’è un po’ di tutto ed è facile ritenere Pandorum un’ accozzaglia di luoghi comuni e plagi ma di fatto si nota uno sforzo abbastanza efficace nella ricostruzione scenografica e nella realizzazione di un’atmosfera claustrofobica. Il problema è sempre tracciare il limite, rendersi conto di quali sono le pretese di un film e che in questi casi il come è molto più importante del cosa, non importa se è la solita storia trita e ritrita, importa che sia ben realizzata e che sia capace di intrattenere per un paio d’ore. Niente di più, niente di meno.

VOTO: 7

lunedì 16 agosto 2010

Elephant

Elephant
Drammatico
(2003)



Se ne è già parlato in svariate salse del tristemente famoso massacro della Columbine, avvenuto nel 1999. Non che in Italia ne sia giunta un’eco particolarmente rilevante, ma ovviamente in America l’impatto è stato molto più devastante. I due ragazzi responsabili della strage sono stati etichettati come “strani, “diversi”, “asociali” e via dicendo, appassionati di musica estrema, di videogiochi violenti e filo-nazisti. Insomma, il solito classico, adolescenti che compiono gesti estremi e che di conseguenza sono deviati. I motivi sono da ricercare non nei limitati o inesistenti rapporti umani e nel grigiore quotidiano ma in gruppi musicali depravati, videogiochi sanguinari e chi più ne ha più ne metta, la solita sfilza di luoghi comuni in grado di terrorizzare il cittadino medio. In Italia abbiamo avuto un caso analogo ma meno cruento, quello delle “Bestie di Satana”: ragazzi(ni) indemoniati che organizzavano riti in onore del Signore delle Tenebre, fino a quando non ci scappa il morto. Anzi, più di uno si scoprirà in seguito. A dirla tutta in seguito si scopriranno anche i retroscena della vita quotidiana delle bestie; famiglie praticamente inesistenti, problemi psichici, abuso di droghe. Ma è più comodo incolpare il black metal e il satanismo, figuriamoci in uno stato come quello italiano, bigotto all’inverosimile, cristiano-cattolico e nemico del diverso, imborghesito fino al midollo. Pseudo-tradizionalismo cialtrone e culturame che si incontrano in un unico calderone, forse la peggior cosa che si possa trovare in circolazione.
Il titolo del film allude ad un modo di dire, avere un elefante nella stanza, cioè un problema enorme e davanti agli occhi di tutti ma di cui nessuno vuol parlare. Van Sant cerca appunto di ricostruire i motivi reali scatenanti la strage, purtroppo girandoci troppo intorno senza colpire duro. I due carnefici sono delineati in maniera un po’ imprecisa e frettolosa (uno dei due tra l’altro entra in scena solo nel finale). Le cause vengono individuate, come già detto, in problemi concreti e quotidiani: famiglia assente, professori incapaci di contatto con gli alunni, bullismo. Di pari passo ci vengono presentati anche gli altri motivi, quelli condannati e che in realtà sono solo una facciata, come i videogiochi o la “passione” per il nazismo (che qui non è altro che un documentario visto per puro caso dai due). Anche gli altri personaggi del film sono introdotti uno alla volta e per alcuni viene delineata una situazione più o meno infelice: padre alcolizzato, anoressia, emarginazione. Pure stavolta il tentativo di inserire una serie di problemi del mondo adolescenziale è eccessivamente rapido e purtroppo si rivela grossolano e sbrigativo. A risollevare il tutto contribuisce un ottimo stile, molto cupo, a momenti quasi amatoriale. Particolare l’uso costante della focalizzazione, i personaggi vengono spesso ripresi (solitamente di spalle) mettendo fuori fuoco tutto ciò che li circonda, creando un senso di isolamento e di incomunicabilità costanti. Tutto si svolge nel giro di circa un’ora o poco più, durante la quale i numerosi protagonisti subentrano man mano; il tempo continua a tornare indietro di una manciata di minuti descrivendo brevemente i ragazzi, per poi ritornare a pochi minuti prima della strage. Ininterrottamente indietro e avanti accumulando frammenti di vita. Ad inizio film, così come a metà e alla fine, viene ripreso per alcuni minuti un cielo verdastro, in procinto di oscurarsi. La tempesta viene annunciata, generando un’atmosfera tetramente premonitrice che si scatena nel finale. Molto buona anche la recitazione, nonostante la giovane età degli attori.
In sostanza siamo di fronte ad un titolo troppo pretenzioso e con grosse lacune nei contenuti, ma comunque ben realizzato e discretamente interessante.

VOTO: 7-

Cella 211

Cella 211
Drammatico
(2010)



Juan, un secondino appena assunto, si ritrova nel bel mezzo di una rivolta. Tramortito, viene lasciato in una cella, la 211; quando si rende conto di quello che sta accadendo fa in tempo a sbarazzarsi di portafoglio, stringhe e cintura fingendo di essere un nuovo carcerato. Viene messo alla prova dai nuovi compagni, guidati dal leader indiscusso Malamadre (Luis Tosar). Grazie ai nervi saldi ed una buona faccia tosta riesce subito ad accattivarsi la fiducia del capo branco. Juan si districa in un costante doppiogiochismo assecondando da una parte i carcerati, dall’atra i suoi superiori. Si offre un negoziato alle autorità: in cambio di migliori condizioni nelle carceri verranno liberati gli ostaggi, tre terroristi dell’ETA, di notevole utilità politica. La situazione si complica quando i telegiornali diffondono la notizia della rivolta e di un poliziotto morto durante gli scontri. Attorno al carcere si accalcano i parenti che vogliono essere messi al corrente della condizione dei propri famigliari. Per disperdere la folla i poliziotti fanno uso sfrenato del manganello, fino a colpire a morte la moglie (gravida) di Juan. Da questo momento la vita di Juan verrà stravolta.
Siamo di fronte ad una pellicola interessante e con contenuti attualissimi; purtroppo il bersaglio viene colpito solo di striscio. A lasciare l’amaro in bocca sono in primis alcuni snodi principali della trama, poco sensati e decisamente forzati. Quando Juan si mette in contatto con i suoi superiori per trattare, fingendosi un prigioniero, sono utilizzati toni decisamente troppo confidenziali, è evidente che si conoscono tra loro. Ma gli altri prigionieri pare non si accorgano di nulla. Mah. Inoltre la morte della moglie di Juan è troppo inverosimile, guarda caso lei ha la sensazione che a suo marito sia successo qualcosa, si dirige al carcere e viene colpita a morte dal poliziotto più odiato della galera. Tutto è filmato da meno di un metro di distanza senza che la telecamera sia distrutta o sequestrata, perché ovviamente il video verrà fatto vedere a Juan. Siamo di fronte ad un controsenso evidente: un poliziotto che dà fuori di matto senza il minimo motivo, giusto per diventare un infame agli occhi dello spettatore, ma che non fa niente se viene ripreso in pieno volto. Un doppio espediente (morte della moglie + video incriminato) elaborato malissimo. Come se fosse difficile rendere bastardo un poliziotto. Si tratta di un punto focale che viene trattato in maniera troppo sbrigativa e illogica. Altra pecca è la caratterizzazione dei personaggi principali: Juan appare decisamente freddo, distaccato, monocorde, mentre Malamadre pur personificando molto bene il carcerato spaccone ed ignorante in diversi passaggi sembra goffo, impacciato. Tutto scorre abbastanza velocemente, ai momenti diplomatici si alternano quelli d’azione, vengono a galla lentamente inimicizie interne sia tra i prigionieri che tra i superiori. Ogni cosa è il riflesso di un problema più ampio e complesso, quello della situazione nelle carceri e del rapporto con le istituzioni. Affiora nel finale una riflessione sulla natura umana e di quanto un uomo sia capace di mutare a seconda della situazione in cui si trova.
Una buona occasione mancata, c’è un argomento di fondo e viene veicolato, ma è veicolato troppo caoticamente e grossolanamente. Un argomento molto serio che andrebbe trattato più spesso, considerando soprattutto quella che è la distorta opinione comune riguardo le carceri, in una società sempre più amica di sbarre, muri e manganelli.

“Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va…”


VOTO: 7-

giovedì 12 agosto 2010

Amici Miei

Amici Miei
Commedia all'italiana
(1975)



Questa è Commedia, la vera commedia italiana. Genuina, nostrana, recitata alla grande, volgare quanto basta e solo quando serve. Capace di divertire grazie allo strabiliante magnetismo dei personaggi, in grado di far riflettere senza cadere nel retorico o nel noioso. Ovviamente siamo di fronte ad un cast d’eccezione: Del Prete, Noiret, Moschin, Celi e l’intramontabile Tognazzi. I cinque amici che a cinquant’anni suonati ancora si divertono come ragazzini. Non credo ci sia bisogno di raccontare la trama o di focalizzarsi sulle scene più esilaranti (chi non ha mai visto la scena del treno, in cui i malcapitati viaggiatori in partenza con la testa fuori dal finestrino vengono schiaffeggiati al volo uno dietro l’altro? Chi non conosce la supercazzola?). Giusto per fare un quadro della situazione, i quattro (il quinto, “il Sassaroli” si aggiungerà durante il film) sono soliti ritrovarsi ogni tanto per le loro “zingarate”, un periodo più o meno lungo in cui staccano la spina e se ne vanno a zonzo burlandosi di tutti quelli che gli capitano a tiro. È “il Perozzi” la voce narrante che ci introduce nella storia, convocando il gruppo perché stanco della solita routine. Uno per volta ogni personaggio viene presentato. Ne risulta una descrizione completa dei protagonisti, con i quali si condivide immediatamente il fare goliardico e la sfrontatezza. Un gruppo unito, nel bene e nel male, che rivendica costantemente l’amicizia, su cui si può sempre contare anche quando non è rimasto più niente a cui attaccarsi. Ma non è solo il valore dell’amicizia ad essere al centro del film, ma anche e soprattutto l’importanza dell’ironia, il suo ruolo fondamentale nella vita. È l’ironia che ci permette di sopravvivere nella quotidianità grigia e monotona che lentamente ci divora e ci condanna all’atavismo. Ed è con l’ironia che si può affrontare ogni situazione, anche la più dolorosa. Nel rapporto tra Perozzi e suo figlio è evidentissimo il contrasto di personalità: il primo allegro e spensierato che prende la vita come viene, il secondo ligio al dovere e perennemente serio, austero. Due mentalità agli antipodi che condannano il povero Perozzi ad essere una nullità e non venire rimpianto nemmeno in punto di morte se non da un pugno di persone, mentre al figlio spetteranno onori per i sacrifici compiuti in nome del dovere e della serietà professionale (e non). Una comicità con retrogusto drammatico, malinconico, in linea con le (dis)illusioni dell’Italia degli anni ’70. Il finale riassume l’essenza del film, momento drammatico che bastona le belle speranze e la spensieratezza ma che viene affrontato con ironia, quella che, citando Enrique Vila-Matas, è “la più alta forma di sincerità”.

VOTO: 8

mercoledì 11 agosto 2010

Evil Aliens

Evil Aliens
Horror / Splatter
(2005)



Splatter
del più ignorante e goliardico, chiaramente influenzato dal leggendario Bad Taste. Cast della malora, effetti speciali scarsissimi, trama ridicola. Nonostante questo si distacca da quel filone ultra-gore ormai noioso e ripetitivo, senza uno straccio di idea se non il (pio) desiderio di shockare lo spettatore. Nella sua totale idiozia Evil Aliens riesce a divertire senza risultare irritante, grazie ad alcuni personaggi ben costruiti e scene splatter interessanti. Su un'isola al largo del Galles si è verificato un caso di rapimento alieno e la troupe di uno show televisivo si fionda sul posto per documentare l’accaduto. La ragazza che ha assistito al rapimento ha tre fratelli, dei beceri contadini malconci e ripugnanti, che saranno i personaggi in grado di dare maggior spettacolo. Inutile dire che gli alieni ci sono davvero, e che sono molto aggressivi. Particolarmente esilaranti e dal sapore comico-epico alcune scene di combattimento con tanto di gioco di sguardi e sottofondo musicale da film western, indimenticabile la mietitrebbia falcia alieni. Inoltre la buona ambientazione brumosa contribuisce a creare un’atmosfera minacciosa e siderale. Insomma, se volete un po’ di splatter beceramente idiota siete serviti.

VOTO: 7

Alta Tensione

Alta tensione
Horror / Slasher
(2003)



Più spettacolare di “Seven”, più terrificante de “Il Silenzio degli Innocenti”. Forse un po’ troppo esagerato come slogan promozionale. Alta Tensione si muove sulla falsariga degli splatter anni ’70, una nuova ventata di vecchio omaggiato come si deve, ma che non dice niente di nuovo né vanta momenti particolarmente esaltanti. È un buon horror con scene gore ben realizzate, con tanto di fontanella che sparge emoglobina in ogni dove.
Due compagne di università, Marie ed Alex, raggiungono la casa in campagna di quest’ultima. La notte stessa un maniaco armato di rasoio si presenta alla porta con l’intenzione di far strage della famiglia. Da qui la trama si evolve in qualcosa di un po’ più complesso e articolato ma fondamentalmente siamo di fronte al classico slasher. Alex sarà l’unica della sua famiglia a non essere macellata ma verrà legata e caricata su un furgone, destinazione ignota. Marie riesce a nascondersi durante il massacro ed insegue il furgone per liberare l’amica. L’alta tensione consiste nel costante gioco tra l’assassino e Marie, che continua a nascondersi riuscendoci sempre per un pelo, fino all’ovvio momento finale, in cui saranno costretti a scontrarsi. Il film mantiene un buon livello di eccitazione ma una volta capito il meccanismo su cui è costruito l’angoscia viene meno, già sapendo che la protagonista la scamperà fino all’ultimo. C’è qualcosa di più dietro tutto questo, ma non lo racconto per non rovinare il finale. Si tratta di un buon espediente che sa comunque di già visto, soprattutto nel modo in cui viene rivelato allo spettatore (la solita dannata telecamera panopticoniana che mostra sempre la verità!). Particolarmente efficace l’uso dei colori accesi, che a tratti abbagliano, lasciando sospeso un alone surreale. Stesso dicasi per la colonna sonora, minimale e ripetitiva ma che vanta anche alcune hit, vedi la candida “New Born” dei Muse, che esplode in una cacofonia elettrica e la nostrana “Sarà perché ti amo” (!) dei Ricchi e Poveri. In definitiva un discreto film, che vale la sua ora e mezza di visione.

VOTO: 7