domenica 8 agosto 2010

Martyrs

Martyrs
Horror
(2008)



Grazie Francia per aver risollevato le sorti del cinema horror, negli ultimi anni decisamente moribondo e riciclato a più non posso. Da una parte horror-panettoni con gnocche di turno sventrate digitalmente, torrenti di emoglobina (e di silicone) computerizzati, dall’altra dei discreti tentativi privi di mordente. È con l’uscita di “Hostel” (2005) che si nota un rinnovato interesse verso quel tipo di exploitation fortemente cruda e praticamente fine a se stessa. “Torture porn”. La trama in sostanza è la solita: un gruppo di malcapitati finisce nelle mani di feroci e sadici aguzzini che torturano a morte i protagonisti, l’intero film si concentra sui momenti di violenza mettendone in luce la particolare efferatezza. “Frontiers”, film francese del 2007, rilancia gli stessi contenuti, leggermente rafforzati da una (abbastanza superficiale) condanna della xenofobia. Giovani scannati, appesi per dei ganci come maiali, sgozzati e via dicendo. Sempre dello stesso anno, e sempre francese, è il bellissimo e splatterissimo “À l'intérieur”, dove le tematiche sociali sono trattate decisamente meglio e con più gusto. Martyrs uscirà l’anno successivo, nel 2008. Solite critiche, solita censura, ma alla fine riuscirà ad essere proiettato nelle sale e a limitare i divieti.
Si tratta di un film molto ben congegnato che riesce a riunire una serie di elementi fortemente incisivi: deliri psicopatici e visionari, torture, autolesionismo, lucido e metodico sadismo, senso di impotenza che viene trasmesso anche allo spettatore, ultraviolenza. Dividerei il film in tre parti.

1. La prima parte, abbastanza breve (10/15 minuti), ci presenta le due protagoniste. Una bambina seviziata, Lucie, che riesce a fuggire dai torturatori, per poi finire in un orfanotrofio, dove conosce l’amica Anna. Lucie è tormentata, non riesce a spiegare cosa le sia successo né a denunciare chi siano i colpevoli. È assalita continuamente da incubi e da visioni malsane.

2. 15 anni dopo. Una villa fuori città. Una tranquilla domenica in famiglia, si discute durante la colazione. Din don, va il padre ad aprire. Viene accolto da una fucilata in pieno ventre, una ragazza con una doppietta più grande di lei gli da il buongiorno. Tutta vestita di nero, minuta, la testa coperta, pare cappuccetto rosso (nero). Entra in casa e tira una fucilata anche alla madre. Poi è il turno del figlio, appena diciottenne, e della figlia, una ragazzina. Una famiglia massacrata a colpi di doppietta. Corpi tormentati dalle fucilate, sangue ovunque sulle pareti bianche. L’agente Stansfield che va a trovare la famiglia di Mathilda. La scena ha lo stesso sapore crudo. Lucie ha ritrovato i suoi aguzzini e si è fatta giustizia. Almeno così dice lei. Anna la raggiunge e cerca di sistemare il carnaio che ha scatenato l’amica. Ma Lucie non è libera dai suoi incubi, Anna sembra non credere che tra quella famiglia ci fossero le stesse persone che avevano relegato l’amica in uno scantinato per chissà quanto tempo. E Lucie non riesce più a sopportare i suoi fantasmi, si squarcia prima i polsi, poi la gola.

3. Anna è da sola in questa villa. Scopre uno strano scantinato. Lucie aveva ragione. Trova una ragazza legata ad una sedia, incatenata. Nuda, scheletrica, martoriata. Si dimena, ha il volto coperto da una maschera di ferro, Anna la libera e le toglie la maschera (inchiodata nel cranio). Ma è aggressiva, si agita, colpisce Anna e mentre sono avvinghiate un colpo nel cranio stende la poveretta. Un gruppo di uomini armati fa irruzione nella villa. E porta Anna nello scantinato, dove inizia il suo supplizio.

Quello che si scopre nell’ultima mezz’ora non lo svelo al lettore, ho forse già detto anche troppo. Non è niente di trascendentale ma si tratta comunque di una soluzione molto ben costruita, capace di trasmettere un profondo senso di impotenza anche allo spettatore, in un susseguirsi di torture che culminano nell’apoteosi finale.
La forza di questo film è riuscire ad unire diverse componenti: una prettamente orrorifica, legata agli spettri ed alle sofferenze soprattutto autolesioniste di Lucie, un’altra quasi da thriller, che dal momento in cui Anna diviene la vittima assume toni cospirativi, si ha a che fare con una specie di loggia massonica che opera indisturbata. Le scene di violenza sono realizzate caparbiamente, trasmettono una forte angoscia, le tinte prima più cupe e poi più asettiche contribuiscono ad accrescere la tensione ed il senso di malessere. Ad incorniciare tutto un’ottima colonna sonora che offre all’intera pellicola un retrogusto agrodolce. Sadismo clinico, razionale, lucido. Il peggiore.
“Saprebbe immaginare cosa c’è dopo la morte?”

VOTO: 8,5

venerdì 6 agosto 2010

Ianva - L'Occidente

Ianva - L'occidente
Neofolk
(2007)



Ottimo EP dei nostrani Ianva, nome di spicco della scena neofolk tricolore. Se il precedente “Disobbedisco!” soffriva di alcuni passaggi forzati, tempi morti e momenti scialbi (ma parliamo sempre di un album valido) questo “L’Occidente” appare come rinforzato, rinvigorito. I suoni si fanno più composti, il muro melodico è decisamente più presente e meglio costruito: chitarre acustiche, violino, oboe, violoncello, pianoforte, trombone, fisarmonica e altro ancora si impastano armoniosamente, creano un muro solido. Solo quattro i pezzi che compongono questo EP, ma di alta caratura. “L’Occidente” spalanca sontuosamente le porte dell’Europa, per poi ricadere in un lamento decadente, “Santa Luce dei Macelli” è il nuovo “Tango della Menade”, pezzo al femminile carico di visioni viscerali. Anche la strumentale “Il sereno e la tempesta” è ben costruita, segna il passaggio verso la cover di Dave Cousins, “The Battle”. Italianizzata, “In Battaglia”, riesce a evocare scorci di trincee tra le montagne brumose del nord Italia, pezzo di chiusura veramente emozionante, da pelle d’oca. Se potete reperirlo (anche se ormai fuori produzione) non esitate.

VOTO: 7,5

Tracklist:
01. L'Occidente
02. Santa Luce Dei Macelli
03. Il Sereno E La Tempesta
04. In Battaglia - The Battle

giovedì 5 agosto 2010

Predators

Predators
Azione(?)/Fantascienza(??)/Horror(???)
(2010)



Altri soldi buttati. Non riesco ancora a capacitarmene a distanza di ormai due settimane, mi chiedo davvero come sia possibile non avere una, dico UNA idea almeno decente. Non è umanamente possibile non riuscire a creare nemmeno un momento di tensione, di stupore, di meraviglia, di terrore. Nessuna scena decente, nessun momento interessante. Ragioniamo per gradi: un film come questo “Predators” esclude a priori contenuti sociali, rimandi filosofici, stimoli intellettuali, insomma è un film in cui dovrebbero parlare solo mitragliatori, cannoni al plasma e lame taglienti. Quindi quello che mi aspetto è un film di azione abbastanza tamarro, ma non solo, può anche sfruttare un immaginario fanta-orrorifico estremamente funzionale e stimolante. Invece il vuoto, siamo di fronte alla più totale demenza e mancanza di immaginazione e creatività. Mai mi sarei aspettato di dire che i precedenti, obbrobriosi e inutili “Alien vs Predator” sono migliori di questo aborto, invece eccomi qui. Era dai tempi di “Blade Trinity” (che mi è rimasto impresso come pietra miliare dell’orrido) che non vedevo un film così dannatamente insulso. Non c’è niente di male nei film tamarri o fini a sé stessi, intrisi solo di azione e sparatorie. Ma anche le cose tamarre bisogna saperle fare. E il signor Nimród Antal ha fallito miseramente. Mi chiedo soprattutto come Rodriguez abbia potuto produrre uno schifo del genere.

Ma passiamo in rassegna alcuni dei momenti peggiori e più insensati.

1. I nostri eroi entrano in contatto con i Predator(s) e scoprono che la ragazza già conosceva questi alieni, quando erano apparsi sulla Terra in Guatemala la gente si copriva di fango per non essere localizzata dai sensori di calore. Nel momento in cui lo dice sono appena caduti giù da una cascata (mi ricorda qualcosa!), secondo voi pigliano il fango dalla spiaggia? Ovviamente no, è preferibile farsi scannare ancora un po’ visto che il film è iniziato da poco.

2. Circa a metà film incontrano il Morpheus di Matrix, Laurence Fishburne. Uno psicotico che però sopravvive da anni su questo pianeta ed è anche riuscito a fare fuori alcuni Predator(s), rubandogli corazza, armi e via dicendo. È il picco del film, nel senso che ci si aspetta uno scontro ad armi quasi pari, è una bella trovata quella di permettere agli umani di difendersi come si deve. Invece anche qui il registra riesce a distruggere quella che poteva essere l’unica idea capace di portare il film sulla soglia della decenza. Tempo cinque minuti e Morpheus, dopo aver tentato di ammazzare (?!) i nuovi compagni, viene polverizzato (letteralmente) da un Predator: la scena è una delle più orrende mai realizzate, una cannonata che dissolve il malcapitato in un effetto digitale di serie z.

3. Ad un certo punto della fuga c’è il banalissimo e scontatissimo scontro tra il membro della yakuza e un Predator, lama contro lama. Inutile dire che pure stavolta la tensione è veramente al minimo, si ripetono le solite quattro azioni fino all’esaurirsi dello scontro. Particolarmente ridicola è l’ambientazione del duello: dopo una fuga in mezzo alla foresta i protagonisti si ritrovano all’improvviso in questo campo, che sembra davvero uno di quei parchi costruiti a tavolino con tanto di lampioni che illuminano la scena. Trash all’ennesima potenza.

Questi grossomodo sono i momenti più insensati, il film è comunque un susseguirsi di banalità, spacconate militari, dialoghi infantili, scene fotocopia del primo Predator, azione di livello infimo, tensione inesistente. Il finale ovviamente ce lo aspettavamo tutti così, peccato che il fratello mongolo di Schwarzy non faccia minimamente lo stesso effetto. Inoltre va sottolineata la scarnissima ambientazione e i pessimi effetti speciali. La prima vanta la solita foresta e il campo base dei Predator(s), quaranta metri quadrati di terra spoglia e simil-tetra con tanto di quarti di manzo (di gomma!) sventrati e appesi qua e là. Gli effetti speciali invece sono a dir poco ridicoli, sembra di vedere degli ologrammi, l’effetto plastico e irreale è fin troppo evidente.
Infine mi chiedo: come si può costruire un film basandolo su un gruppo di persone male equipaggiate scaraventate in terra straniera e ostile contro un intero gruppo di Predator(s) quando nel primo film un solo alieno ha fatto fuori un intero commando? Non è un poco insensato e assurdo? Visto e considerato che già a 10 minuti dall’inizio i nostri eroi fanno fuori quasi tutte le munizioni? Non so, certi film mi fanno davvero incazzare pensando al potenziale che potrebbero sfruttare. Non chiedo niente di trascendentale, solo un’oretta e mezza di violenza, inseguimenti tesi, sparatorie e scontri all’arma bianca, tutto inserito in uno scenario fantascientifico di gusto orrorifico. Pollice verso, molto verso. In pasto ai leoni. A confronto un buon film come "Pitch Black" diventa un capolavoro.

VOTO: 2/3

mercoledì 4 agosto 2010

Wu-tang Clan - Enter the Wu-Tang (36 Chambers)

Wu-tang Clan - Enter the Wu-Tang (36 Chambers)
Hardcore Rap
(1992)



Inchiniamoci di fronte ad una colonna portante del rap, a mio parere il miglior album della scena mai prodotto. Esordio col botto di uno dei più importanti gruppi hardcore-rap, uscito quasi vent’anni fa ma che ancora fa tremare la terra con i suoi beat al fulmicotone e il suo vertiginoso incedere. Mixato sfruttando soprattutto spezzoni di film di Kung fu e completato dalle voci degli otto (!) membri del Clan, si tratta di un album letteralmente incalzante, completo, aspro e sporco quanto basta, a tratti tamarro, un assalto a mano armata. C’è veramente tutto quello che serve per comporre un album impeccabile, compresi i “grandi classici” ("C.R.E.A.M." o "Wu-Tang Clan Ain't Nuttin ta F' Wit"), miscela bene momenti aggressivi ad altri più orecchiabili. Essere travolti da una "Shame on a nigga" e rendersi conto che è stata scritta nei primi anni novanta è dimostrazione del talento di un gruppo che è riuscito negli anni a crearsi un vero e proprio impero, al di là del valore delle successive produzioni e degli inutili eccessi mediatici e commerciali. Questo è l’old style che riesce ad essere ancora interessante e a non sbiadire di fronte ai nuovi tecnicismi, pietra miliare che non va inutilmente idolatrata né sterilmente “studiata”, semplicemente tenuta in considerazione per ciò che il rap è stato e ciò che sarà. Menzione d’onore per il pezzo caratterizzato dalla base più emozionante mai realizzata, “Tearz”; base presa in prestito dalla canzone “After Laughter” di Wendy Rene e qui remixata superbamente, la quintessenza del rap.
En garde, I'll let you try my Wu-Tang style.

Tracklist:
1.Bring da Ruckus
2.Shame on a Nigga
3.Clan in da Front
4.Wu-Tang: 7th Chamber
5.Can It All Be So Simple
6.Da Mystery of Chessboxin'
7.Wu-Tang Clan Ain't Nuttin ta F' Wit
8.C.R.E.A.M.
9.M.E.T.H.O.D. Man
10.Protect Ya Neck
11.Tearz
12.Wu-Tang: 7th Chamber - Part II
13.M.E.T.H.O.D. Man Skunk RMX (bonus track)
14.Conclusion

giovedì 10 giugno 2010

C'è a chi basta una parola

L’altro giorno mi capita di vedere pubblicato il nuovo pezzo dei 99 Posse su una pagina di facebook (quella degli assalti frontali). Il pezzo è “antifa” (...). Schiaccio play e dopo 30 secondi la fermo, porca puttana, mi fa venire l’orticaria. Per correttezza ci riprovo e dopo averla ascoltata un paio di volte credo di poter dare la mia opinione. Cioè che fa CAGARE. Sì, cagare. Ma non tanto per dire o per esagerare, è veramente un pezzo orrendo, scontato, banale. In primis la musica, scanzonata e sempliciotta su una base molto sbarazzina, che nel ritornello diventa veramente insopportabile. Tutto molto catchy insomma. Ma il bello è il testo. Veramente stimolante, non solo sono cose mai sentite, ma sono fatte con uno stile senza pari. Giusto per riportare i primi versi: “siamo solo esseri umani a cui è molto cara la vita / ci sono in giro dei fascisti che sono pronti a farla finita con noi / e con chiunque non si adatti al loro barbaro stile di vita (a noi!) / no non ci adattiamo, non indietreggiamo, combattiamo per salvarci la vita”. UAU! Ma ora arriva lo scanzonatissimo ritornello, che (anti)fa: “Antifa, alza le mani siamo noi antifa! Non ti nascondere se sei antifa! Siamo un esercito ribelle! Antifa! Che combatte per la sua pelle! Antifa! Alza le mani siamo noi antifa!...”. La canzone prosegue tutta su questa scia, di sicuro non perdo altro tempo a riportare tutto il testo, potete ascoltarla da voi. Veramente esiste gente che supporta questa roba e la ritiene valida? C’è gente che attribuisce un qualche valore artistico a queste puttanate? C’è davvero chi ha il coraggio di paragonare questa canzoncina da asilo a pezzi come “Odio”, “Povera vita mia” o per citare anche altri artisti hip-hop italiani “L’anno del drago”, “Banditi”, “Cinque minuti di paura”, “Stop al panico” o salcazzo? Vi anticipo subito che i commenti online per questo aborto sono mediamente entusiasti, ci si bagna e già si preparano le mutandine di riserva.
Comunque, il perché io stia scrivendo questo non è tanto per parlare di un gruppo morto e sepolto, ma per riportarvi alcune risposte che mi sono sorbito dopo avere osato dire che il pezzo fa cagare:

“una canzone può anche non piacere, ma i 99, come gli assalti portano avanti musica militante,e si fanno in quattro per ridare coscienza a sto paese...criticare ok, buttare merda è mancanza di rispetto. “

Classico dei classici: se l’arte ha contenuti politici è automaticamente bella. Luogo comune diffusissimo e con cui bisogna sempre fare i conti, tipico del sinistroide medio. Mai una cazzo di volta che ti risparmino questa menata. Solitamente queste sparate coincidono con una scarsa cultura musicale: chi si nasconde dietro a questa enorme balla ha una conoscenza musicale ridottissima orbitante attorno ai soliti gruppi (tra cui di fisso ci sono 99posse e gli inutilissimi ska-p) o comunque limitata all’universo “militante”. Metto subito le mani avanti, visto che prevedo rotture di coglioni, e dico subito: non mi considero un esperto in materia musicale e so che ho ancora TANTE lacune da colmare. Ma sono anche sicuro che rispetto a certi elementi possiedo una capacità di giudizio un attimo più precisa su questo argomento, grazie soprattutto ad un orizzonte musicale più ampio. Non è essere prevenuti, è dare per scontato che chi apprezza un aborto di canzone del genere non ha mai ascoltato molta musica. Come le ragazzine infoiate (ma non solo) che vanno al cinema a vedere “twilight” e tornano elettrizzate ed esaltatissime. Che cazzo ne capiranno di cinema? Dareste credito a persone del genere? Io no. Va bè comunque non faccio di tutta l’erba un fascio. Un 10% lo salvo perché può sempre darsi che la mattina siano finiti i cotton fiock.
Un commento successivo conferma (come se ce ne fosse bisogno) questa mentalità del cazzo del “militante è sempre bello”:

“.chi scrive che il il pezzo fa cagare, non capisce niente di musica. .il testo poi e' paro paro alla sfaccimma di realta' che si vive oggi. .99, assalti, musica importante con testo militante ed antagonista, e quello che piu' conta, ammèn,ANTIFASCISTA.”

Passiamo ora ad altri commenti. Una tipa è riuscita a snocciolare una quantità di menate inutili in poche righe:
“se non vi piace tappatevi la bocca e non sputate sull'art dell'altra gente!!!
nessuno vi ha chiesto di commentare il pezzo. nun ve piace, ignorate. o almeno commentate dignitosamente ed educatamente. provate voi a scrivere un testo, la musica e fare militanza. ma guarda..la munnezza della gente”


1. Adesso non si può neanche commentare un pezzo e dare il proprio parere. Ma pensa un po’! Poi ovviamente se la critica verso la canzone diventa troppo forte allora si dice “sputare sull’arte”, che fa molto effetto.
2. No cara, nessuno mi ha chiesto di commentare il pezzo per il semplice motivo che nessuno deve chiedermelo. Mi pare semplice. Soprattutto se si pubblica qualcosa su un social network, il cui scopo bene o male è quello di mantenere contatti e scambiarsi idee, pareri, opinioni. No, bisogna ignorare o dire che è bello.
3. “O almeno commentate dignitosamente”. Ora la mena sul fatto che io abbia scritto “fa cagare”. E non si riferisce solo a me, ma anche ad un altro ragazzo che aveva scritto “fa schifo”. Insomma, fa un po’ la politicamente corretta, un po’ l’insegnate di bon ton.
4. “Provate voi a scrivere un testo, la musica e fare militanza”. Questa penso sia la stronzata più grande e insensata a cui si attacca la persona media che non ha la minima conoscenza degli argomenti che difende. Perché ti lamenti del governo allora? Prova a governare. Perché ti permetti di dire che un film ti ha fatto cagare, prova a fare il regista piuttosto. Perché dire che un libro è osceno, diventa scrittore. E così via. Una persona non ha bisogno di essere musicista o scrittrice per criticare un album o un libro, perché uno scrittore dipende dai suoi lettori e deve accettare ogni critica, volente o nolente, così come un gruppo dipende dal suo pubblico. Sono dei rapporti ovvii, logici, c’è una “domanda”e un’”offerta”. Altrimenti non si potrebbero nemmeno stroncare i merdosissimi film di Vanzina, né dire che Marco Carta è un inutile pirla, o desiderare che i libri di Moccia siano vittime di combustioni spontanee. Come potrei permettermi di esprimere giudizi del genere?!

La tipa conclude con:

“e comunque voglio pure capire che il pezzo vi possa fare schifo, a meno che non siate dei fascisti pezzi di merda, ma la cosa importante che in due giorni è stato scaricato da più di 9000 persone dal sito ufficiale di xl............... a me questo dice molto di più!!!!!”

Ah bé! E’ risaputo che la bravura di un gruppo è proporzionale agli ascolti e al numero di fan. Un altro aberrante luogo comune. Sia in questo senso che nel senso opposto, pochi o molti fan non dimostrano un cazzo, gruppi d’èlite o gruppi mainstream possono essere fantastici o merdosi allo stesso modo.

Questo essenzialmente il succo di un po’ tutti commenti, ce ne sono alcuni altri su questa scia e altri invece ancora più assurdi, scritti con così tanto cervello da contraddirsi continuamente. Ultima cosa: pare che io, dicendo che il pezzo fa cagare, abbia insultato i 99 posse. Non ho scritto una parola contro il gruppo, ho solo detto che il pezzo mi faceva cagare. Non solo, ho anche precisato fin da subito che il gruppo in passato ha fatto grandi cose. Ritengo comunque che non valgano più un cazzo, questo è vero, ma lo dico qui per la prima volta e resta comunque una mia opinione (che mi son ben visto dall’esprimere in quel momento, o avrei rischiato di farmi travolgere da una miriade di fan isterici e devoti alla sacra militanza). Riporto solo il commento fatto dai gestori della pagina, non so se siano membri degli assalti o se sia un fan:

“Ma com'è che vi invitate a casa nostra e rompete i coglioni? Se non vi piace una canzone e sentite il bisogno di dirlo, ditelo, ma ci vuole stile. La 99 posse sono nostri fratelli e se insultate loro, insultate noi e sporcate questa pagina del cazzo. E' una questione di cortesia, non ve ne frega niente? a noi nemmeno delle vostre lezioni di libertà di parola. Questa è una nicchia, siamo in pochi ma non ci sentiamo per niente soli, ambiamo ad avere un sentire comune e a casa nostra i fratelli non si toccano.”

Ovvio, se insulto loro insulto anche gli assalti. Mi scusi, due etti di retorica del cazzo per favore. Sì sì grazie, lasci pure. Loro poi sono una nicchia. Un altro tipo aveva commentato che i 99 posse hanno fatto 50 date tutte sold out (a dimostrazione di solo lui sa cosa). Proprio una nicchia! Che poi manco ho capito questa storia della nicchia, cosa vogliono dimostrare? Ancora la menata del “soli contro tutti”? Bo, non so.

Quello che mi ha confermato per l’ennesima volta questa eccitantissima e stimolantissima avventura virtuale è che i limiti di certa gente, che si nasconde dietro al dito antifascista (criterio minimo sufficiente per ritenersi nel giusto), sono decisamente evidenti. Non me ne frega niente ora di fare una critica a un movimento agonizzante e incapace di farsi autocritica per i cazzi propri. Mi interessa solo dire che in un certo ambito, quello artistico/culturale facciamo pena, per i motivi che credo siano venuti fuori in quello che ho scritto fino ad ora. E ovviamente si prende tutto sottogamba, vuoi perché prima c’è la “lotta”, la “militanza” , vuoi perché l’unica “cultura” che si porta avanti è quella kkkontropotere kkkontrokulturale infarcita con le solite menate antifasciste.
E si accetta ogni merdata spalmata su disco, in un’ondata di isterismo che ti pare di vedere delle sbarbatelle in calore al concerto di George Michael. Eterni sedicenni.

lunedì 12 aprile 2010

Fabrizio De Andrè - Tutti Morimmo a Stento

Fabrizio De Andrè - Tutti Morimmo a Stento
Cantautore
(1968)



Quando si parla di pietra miliare si può tranquillamente prendere in considerazione un album come questo, un punto di riferimento non solo per la musica ma per tutta l’arte. Un’opera eterna che salverei dall’Inquisizione del Culturame (già operativa da decenni) a qualsiasi costo. Perché dico questo? Perché purtroppo mi è capitato molte volte di sentire critiche nei confronti di De Andrè, critiche per altro davvero argomentate. “È lento, è noioso! È triste! È roba vecchia!”. Non spenderei più una parola per controbattere, ho la nausea di discuterne, ma un paio di cose le devo sempre dire. Una cosa lenta non è necessariamente brutta, né noiosa, una cosa triste non è necessariamente brutta, una cosa vecchia non è necessariamente brutta. È così difficile? Certe “argomentazioni” valgono meno di zero. Punto secondo: l’arte non è solo soggettiva. Che si tratti di musica, cinema, pittura, scultura, letteratura, poesia o quello che volete. Esistono criteri oggettivi per valutare un disco, un quadro o un film. La scorciatoia dell’ “ehhhh ma i gusti sono gusti!” la lascio a chi non ha le capacità di affinare l’orecchio (in questo caso) e spesso… a chi non ha gusto. Ebbene sì, perché la maggior parte delle volte chi taglia corto con queste massime non ha proprio alcun gusto. Culturame appunto. Cultura approssimativa, per chi si ciba di scarti e pappa già masticata, vomitata sul mercato.
Ma passiamo all’album in questione. “Tutti morimmo a stento”. Il titolo è in grado di sprigionare una potenza evocativa ed una malinconia incredibili. È un esempio lampante della forza della parola, di come sia in grado di stimolare un vortice di emozioni e di immagini.
Chi sono i protagonisti delle canzoni di De Andrè? Sono i drogati, i condannati a morte, gli alcolizzati, i morti di fame, le puttane, i matti, gli ignoranti, gli anarchici, gli zingari, insomma, tutte quelle persone che la società imborghesita benpensante solitamente etichetta come perdenti, falliti, maniaci, psicopatici, parassiti. Faber è in grado di descrivere i suoi personaggi slegandoli completamente dalle convinzioni comuni, guardando tutto in prospettiva, o meglio, senza alcuna prospettiva. Al di là del giusto e dello sbagliato, al di là di inutili moralismi. Utilizzerei gli ultimi versi di una sua canzone, “La città vecchia”, per descriverli: “Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”. Non esistono santi, non esistono demoni. Ognuno commette i propri errori, ognuno ha il diritto di redimersi. Il mondo è quello dominato dalla logica del profitto, da spietato arrivismo e free-climbing sociale, da “Banchieri, pizzicagnoli, notai, coi ventri obesi e le mani sudate, coi cuori a forma di salvadanai“ (“Recitativo”). Erigere come tiro a segno per le nostre frustrazioni un nemico più debole, più emarginato. E baciare le mani inanellate di potenti aguzzini, sperando di trarne un qualche becero vantaggio, perfettamente inseriti in questo rivoltante mosaico delle disgrazie umane. Ognuno fa la sua parte. Sieg Heil, indottrinamento, sottomissione, adeguamento, lobotomia catodica, potere per il potere, lavoro per il lavoro.
“Tutti morimmo a stento” è un album abbastanza a se stante rispetto alla restante produzione del cantautore genovese. Non c'è molta ironia, che fa capolino solo in alcuni momenti. Predominano sentimenti malinconici che spesso sfociano in passaggi tristi, quasi disperati, a volte rabbiosi ed angoscianti. La tinta è grigia, cupa. Si inizia con la disperazione allucinata di un tossicodipendente emarginato e terrorizzato, passando per il trauma di una ragazzina violentata e gli ultimi momenti di un condannato a morte, amori perduti e guerre inevitabili. Nel finale traspare qualcosa di diverso, un cerchio che si chiude: prima un monito per i potenti, poi un re che vuole redimersi ma fallisce. La miseria umana non trova mai scampo.
Difficile per molti assimilarlo, proprio a causa della dominante malinconia che trasuda. Non per questo da sottovalutare o da ascoltare superficialmente, per quanto mi riguarda ho sempre preferito la tragedia al lieto fine.
Ed avevamo gli occhi troppo belli: che la pietà non vi rimanga in tasca.

Tracklist:
1.Cantico dei drogati
2.Primo intermezzo
3.Leggenda di Natale
4.Secondo intermezzo
5.Ballata degli impiccati
6.Inverno
7.Girotondo
8.Terzo intermezzo
9.Recitativo
10.Corale

giovedì 24 dicembre 2009

Current 93 - Soft Black Stars

Current 93 - Soft Black Stars
(1998)



Pochi gruppi possono vantare un produzione sterminata e soprattutto variegata come quella dei C93. David Tibet non vive di rendita, vuole sempre sperimentare, ben conscio del rischio. Fatto sta che è difficile, molto difficile dire che abbia sbagliato anche un solo colpo. Abbiamo assistito a diverse fasi della novantatreesima corrente, un primo periodo molto sperimentale e quasi indigesto (ma al tempo stesso geniale), un neofolk darkeggiante dal sapore gotico, un neofolk più puro e tradizionale fino ad arrivare alle ultime produzioni. Nonostante le diverse sonorità proposte negli anni, David è sempre riuscito ad emozionare, a scatenare visioni oniriche o oscure, ad essere viscerale. Il suo essere un personaggio apparentemente bizzarro, capace di mischiare amore, erotismo, religione e tanto altro rende tutto ancora più strano e apparentemente assurdo.
Con “Soft black stars” siamo di fronte ad un album unico, nel senso che si distacca quasi completamente da tutto ciò che è venuto prima e dopo. Minimalismo è la parola d’ordine. La voce di David e un pianoforte. Nient’altro. All’inizio spiazza molto. Ascolti e non capisci, non c’è né il neofolk “acustico” né il buon vecchio delirante David che strazia microfoni con urla isteriche. Mi ci sono voluti un bel po’ di ascolti per assimilarlo, ma quando l’ho fatto mio non c’è stato più niente da fare. Sono ormai un paio di mesi che lo ascolto quasi quotidianamente e posso tranquillamente dire che si piazza immediatamente dopo l’inarrivabile “All the pretty little horses”. È un album veramente strepitoso, è incredibile come dopo un poco di titubanza riesca a conficcarsi nel cuore e non staccarsi più, senza nemmeno perdere mordente. Come al solito è difficile analizzare traccia per traccia senza perdere qualcosa per strada, ogni pezzo nasce in quello precedente e si riversa nel successivo, personalmente reputo l’apice il trittico “A gothic love song / Soft black stars / Whilst the night rejoices profound and still”, ma non si tratta di fare classifiche. Ogni album dei C93 necessita di essere ascoltato da cima a fondo più volte per coglierne l’essenza, non siamo di fronte a qualcosa di semplice e scomposto ma a un corpo che prende forma e vita solo grazie alla sua completezza e compattezza. Le sonorità, come già detto, sono molto semplici, giri di pianoforte che compongono l’ossatura di base e la voce di Tibet, che intervalla parti cantate ad altre più simili al recitato. Anche qui non facciamoci ingannare dalle apparenze, non si tratta di qualcosa di noioso o di ripetitivo (nel senso negativo del termine). La malinconia, i ricordi e la sensazione di un qualcosa o un qualcuno ormai perduti nel tempo ricorrono nell’immaginario generato dall’album. Tutto è nero, buio, e in questa oscurità non vi è alcuna luce, né lo spazio impercettibile in cui si è immersi vuole dilatarsi per lasciare spazio ad una tinta più chiara. C’è solo il nostro corpo che si lascia andare nel vuoto, trascinato da correnti impercettibili, mentre le stelle che ancora non riusciamo a vedere ci accompagnano sussurrandoci dolcemente.

VOTO: 9

Tracklist:
1. "Judas as Black Moth" – 2:45
2. "Larkspur and Lazarus" – 6:05
3. "Gothic Love Song (For N.)" – 4:06
4. "Mockingbird" – 4:04
5. "Soft Black Stars" – 3:08
6. "It Is Time, Only Time" – 5:06
7. "Antichrist and Barcodes" – 2:26
8. "The Signs in the Stars" – 3:43
9. "Whilst the Night Rejoices Profound and Still" – 4:24
10. "Moonlight, Or Other Dreams, Or Other Fields" – 2:08
11. "Judas as Black Moth II" – 6:17
12. "Chewing on Shadows" – 14:48
13. "Chewing on Shadows (Vinyl Version)" – 12:06 (reissue bonus track)
14. "Chewing on Shadows (Unreleased Acoustic Version)" – 3:08 (reissue bonus track)

sabato 20 giugno 2009

E la morte non avrà più dominio...

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l'uomo nel vento e la luna d'occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché impazziscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l'amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l'unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà;
E la morte non avrà più dominio.




And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.
And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan't crack;
And death shall have no dominion.
And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.




(DYLAN THOMAS)

lunedì 1 giugno 2009

Spiritual Front - Armageddon Gigolò

Spiritual Front - Armageddon Gigolò
Neofolk / Pop
(2006)



Ahhh la vagina, la passione, l'ardere e lo struggersi per amori non ricambiati. E tante altre cose, tutte in salsa erotico-spirtual-grottesca. Questi gli Spiritual Front, gruppo neofolk romano che inserisce in ogni pezzo melodie e passaggi molto orecchiabili senza però risultare ruffiano, anzi. Timbro vocale caldo e carismatico, acustica in rilievo e tastiera che incornicia il tutto con pianoforti e violini. L'atmosfera è decisamente retrò, il sapore malinconico che si respira è molto lontano da quello dei padrini DI6 o Current 93, è piuttosto il lamento costante di un amante non corrisposto o un amore dimenticato nelle sabbie del tempo. A tratti una commedia passionale ed erotica. Un album veramente notevole, scorrevolissimo ma non semplicistico nè limitato. Alcuni frammenti sottotono (vedi "My Kingdom For a Horse"), ma si tratta di casi isolati, ampiamente ricompensati dalla presenza di brani del calibro di "Jesus died in Las Vegas", "The Shinning Circle" o "Love through Vaseline", alcuni dei picchi di questo "Armageddn Gigolo". Consigliato a chi vuole qualcosa di diverso dal classico neofolk apocalittico e darkeggiante, ma anche a chiunque mastica buona musica e vuole concedersi 40 minuti rilassanti. Gangbang Generation.

VOTO: 7+


Tracklist:
1. Slave
2. Bastard angel
3. I walk the deadline
4. The shining circle
5. My kingdom for a horse
6. Jesus died in las vegas
7. Crusin
8. Love through vaseline
9. Ragged bed
10. No kisses on the mouth
11. Redemption or myself

giovedì 28 maggio 2009

Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata

Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
(2008)
Cantautore




Mah. Ma proprio BOH. Tutto è nato quasi un anno fa quando in attesa del concerto degli Offlaga Disco Pax alla festa di Sant’Eufemia (BS) mi capitò di assistere allo spettacolo di questo Vasco Brondi, accompagnato dal grandissimo Canali. Il nome della band mi era noto da tempo, ma non avevo mai approfondito. Non mi piacque minimamente, quasi mi irritava. Cosa mi irritava? Il suo ibridare CCCP a Rino Gaetano in una salsa pseudo-originale, ma soprattutto la vena di cazzinculismo costante in ogni pezzo. Non la tollero. Non che non mi piacciano le atmosfere tristi e/o malinconiche, quelle per capirci sulla scia di “Radici” di Guccini o di “Tutti morimmo a stento” di De Andrè. È che qui non c’è alcuna malinconia. C’è cazzinculismo e basta. È difficile identificarlo, se non in un punto focale: il contesto generazionale. Non so quanti anni abbia Vasco, credo attorno ai 25, anno più anno meno. È quindi molto vicino alla mia generazione, una generazione capace solo di lamentarsi e piangersi addosso. E lui la rappresenta a pennello con la sua vena passivista, col tono di chi sa di avere perso la partita ma senza avere mosso un dito. Non voglio tra l’altro parlare dei passaggi in cui fa riferimento ai torcioni, veramente insopportabili, rappresentazione del ragazzo/ragazzino che trascorre pomeriggi al parchetto a fumare perché “ccccioè non c’è speranza, non me ne frega un cazzo di niente e di nessuno, sto nel mio, non c’è nulla di interessante!!”, odiosa rappresentazione di un altrettanto odioso elemento medio borghese annoiato dalla vita, forma di vita amebica parassitaria che si sta riproducendo a dismisura. Mi accorgo però che diversi conoscenti, gente che mastica musica, lo ritengono un ottimo cantautore, una grande rivelazione in questi tempi morti. Allora un po’ scettico decido di dare una possibilità all’album, questo “Canzoni da spiaggia deturpata”. Al primo ascolto scorre veloce, carino, niente male mi dico, pensavo peggio visto l’impressione che mi ha dato la prima volta. Al secondo inizio a divenire ancora sospettoso. Al terzo riaffiora l’alone di vittimismo che tanto mi aveva infastidito, alone che permea ogni traccia e si diffonde a macchia d’olio. Lo ascolto ancora ogni tanto, solo qualche pezzo estrapolato dal contesto e giungo ad una conclusione definitiva: Vasco ci sa fare abbastanza, ci sono alcune buone trovate, ma fa molto, troppo il verso a Rino e a Lindo. Inoltre non so quanto sia farina del suo sacco e quanto sia scritto (a livello prettamente musicale, non lirico) da Canali. Tutto questo però non è abbastanza, soprattutto non riesco ad ascoltare più di un paio di pezzi senza che riaffiori il già fin troppo citato vittimismo, che mi fa skippare la traccia in favore dei Dead Prez. Non conosco Vasco e non sono giudizi sulla sua persona questi, è ovviamente l’effetto che esercita su di me la sua musica, per quanto ne so puo’ anche essere un guerrigliero Tamil, purtroppo però non è la musica che fa per me. Diciamo che raggiunge la sufficienza solo considerando alcuni pezzi a se stanti, ma non nell’insieme.

VOTO: 5 / 6

Tracklist:

1. Lacrimogeni
2. Per Combattere L’Acne
3. Sere Feriali
4. Stagnola
5. Piromani
6. La Lotta Armata Al Bar
7. La Gigantesca Scritta Coop
8. Fare I Camerieri
9. Produzioni Seriali Di Cieli Stellati
10. Nei Garage A Milano Nord