martedì 10 agosto 2010

Open Water

Open Water
Horror / Drammatico
(2003)



L’oceano, la “thalassa”, tutto quello che non è terra e che ricopre il 70% del nostro pianeta. Un altro mondo, in grado di evocare terrori ancestrali. Non sapere cosa abbiamo sotto i piedi, non riuscire a vedere più in là di qualche metro, trovarsi nel bel mezzo del nulla senza punti di riferimento. Un senso di agorafobia estremizzato dall’essere immersi in quello che non è il nostro habitat naturale. Affogare, essere divorati dagli squali, morire di ipotermia, morire di fame o di sete. Fondamentalmente essere scaraventati al largo della costa o sulla luna non fa troppa differenza.
Open Water cerca di fare leva su queste paure, un lento incedere verso la morte, senza speranza. Un coppia, per errore, viene dimenticata al largo dopo un’immersione. Nessuno si accorge dell’accaduto fino a quando sarà troppo tardi. I due protagonisti si scoprono totalmente impotenti; non sanno se aspettare aiuto o se provare a spostarsi nella speranza di prendere la direzione giusta, hanno fame e freddo, sentono la costante presenza degli squali. Il film, dal taglio quasi amatoriale, punta sulla lenta agonia e il senso di angoscia che cresce di minuto in minuto. Purtroppo le idee interessanti sono poche, la maggior parte delle scene sono abbastanza monotone e ripetitive e il senso di terrore esplode solo in pochi istanti. Ben congegnati i momenti di passaggio dal pomeriggio al tramonto e dalla sera alla notte, in grado di risollevare l’interesse dello spettatore. Qualche spunto più ispirato e una tecnica un poco più elaborata, in grado di accentuare le scene principali, avrebbero contribuito a rendere questo film decisamente più terrificante. Peccato, una buona idea di partenza sprecata.

VOTO: 6,5

Shogun Assassin

Shogun Assassin
Jidaigeki / Exploitation
(1980)



Film culto che ormai compie i suoi 30 anni, Shogun Assassin è un perenne punto di riferimento del cinema estremo orientale. Alla regia un americano, Robert Houston, nome praticamente sconosciuto se non per il suo ruolo di Bobby in “Le colline hanno gli occhi” di Craven. Il film è tratto dal manga “Lone Wolf and Cub”, pubblicato nel 1970, fumetto giapponese che tra il ’72 e il ‘74 ispirerà ben sei film di arti marziali. Il protagonista è sempre Tomisaburo Wakayama, celebre attore giapponese che vanta una filmografia sterminata e che sarà protagonista anche in Shogun Assassin.
La storia è quella di Ogami Ittō, il più grande e temuto samurai del regno, e del suo figlioletto. Siamo nel Giappone del XVII secolo; Ogami, boia personale dello Shogun, cade in disgrazia a causa di un complotto ordito nei suoi confronti. Sua moglie viene assassinata e si trova costretto a fuggire con suo figlio Diagoro, di soli tre anni. Lo svolgersi della trama si concentra fondamentalmente sugli scontri all’arma bianca che caratterizzano l’intera pellicola. Ad un'atmosfera solenne si va ad aggiungere il voluto eccesso, che sfocia nel goliardico e che stride con il clima vendicativo e serioso. Shogun Assassin è un “jidaigeki”, sottogenere storico ambientato in una specifica epoca giapponese, contaminato dall’onnipresente componente splatter / d’explotation. I combattimenti sono estremamente fantasiosi e violenti, i nemici vengono decapitati, smembrati, sgozzati e via dicendo, sempre con uno stile rapido e armonioso. Il nostro eroe Ogami combatte in piccole stanze, nei boschi, nel deserto, nell’acqua, para e colpisce, impala, trafigge i nemici lanciando la spada. Non c’è un momento di tregua, è uno scontro continuo molto coinvolgente, la spada di Ogami è sempre pronta alla difesa o all’attacco. Una spada liquida, per citare l’omonimo pezzo (e album) del rapper GZA. Un buon uso dei colori, che prendono il sopravvento soprattutto nel combattimento finale, e delle inquadrature contribuisce a creare quel senso di vedo-non vedo che pervade tutta la pellicola, creando un’atmosfera surreale e a tratti angosciante. Ad incorniciare il tutto un’interessante colonna sonora completamente elettronica, tesa e quasi morbosa.

VOTO: 7,5

domenica 8 agosto 2010

Shadow

Shadow
Horror
(2010)



Una leggera brezza di aria fresca anche da parte dell’horror italiano. Shadow, di Federico Zampaglione, mi ha colpito abbastanza positivamente, al contrario di quanto mi aspettavo. Un po’ la solita storia di torture farcita con una critica alla guerra (costruita alla bell’e meglio), per dare un tono almeno minimamente impegnato alla pellicola. A rendere interessante il film è l’elemento che personalmente reputo primario in un horror (e che ha reso "Suspiria" il più terrificante film di sempre): l’atmosfera. E Zampaglione lo sa. Grazie alle brumose foreste di Tarvisio (Friuli) e all’ipnotica colonna sonora riesce ad aggiudicarsi una buona parte dell’interesse dello spettatore. Menzione particolare per il mefistofelico Nuot Arquint, letteralmente angosciante ed in grado di risollevare con la sola presenza la seconda parte del film, quella prettamente legata alle sevizie. Niente di nuovo in sostanza, ma quel poco che viene fatto è fatto bene. Speriamo che in futuro migliori ancora.

VOTO: 7

Martyrs

Martyrs
Horror
(2008)



Grazie Francia per aver risollevato le sorti del cinema horror, negli ultimi anni decisamente moribondo e riciclato a più non posso. Da una parte horror-panettoni con gnocche di turno sventrate digitalmente, torrenti di emoglobina (e di silicone) computerizzati, dall’altra dei discreti tentativi privi di mordente. È con l’uscita di “Hostel” (2005) che si nota un rinnovato interesse verso quel tipo di exploitation fortemente cruda e praticamente fine a se stessa. “Torture porn”. La trama in sostanza è la solita: un gruppo di malcapitati finisce nelle mani di feroci e sadici aguzzini che torturano a morte i protagonisti, l’intero film si concentra sui momenti di violenza mettendone in luce la particolare efferatezza. “Frontiers”, film francese del 2007, rilancia gli stessi contenuti, leggermente rafforzati da una (abbastanza superficiale) condanna della xenofobia. Giovani scannati, appesi per dei ganci come maiali, sgozzati e via dicendo. Sempre dello stesso anno, e sempre francese, è il bellissimo e splatterissimo “À l'intérieur”, dove le tematiche sociali sono trattate decisamente meglio e con più gusto. Martyrs uscirà l’anno successivo, nel 2008. Solite critiche, solita censura, ma alla fine riuscirà ad essere proiettato nelle sale e a limitare i divieti.
Si tratta di un film molto ben congegnato che riesce a riunire una serie di elementi fortemente incisivi: deliri psicopatici e visionari, torture, autolesionismo, lucido e metodico sadismo, senso di impotenza che viene trasmesso anche allo spettatore, ultraviolenza. Dividerei il film in tre parti.

1. La prima parte, abbastanza breve (10/15 minuti), ci presenta le due protagoniste. Una bambina seviziata, Lucie, che riesce a fuggire dai torturatori, per poi finire in un orfanotrofio, dove conosce l’amica Anna. Lucie è tormentata, non riesce a spiegare cosa le sia successo né a denunciare chi siano i colpevoli. È assalita continuamente da incubi e da visioni malsane.

2. 15 anni dopo. Una villa fuori città. Una tranquilla domenica in famiglia, si discute durante la colazione. Din don, va il padre ad aprire. Viene accolto da una fucilata in pieno ventre, una ragazza con una doppietta più grande di lei gli da il buongiorno. Tutta vestita di nero, minuta, la testa coperta, pare cappuccetto rosso (nero). Entra in casa e tira una fucilata anche alla madre. Poi è il turno del figlio, appena diciottenne, e della figlia, una ragazzina. Una famiglia massacrata a colpi di doppietta. Corpi tormentati dalle fucilate, sangue ovunque sulle pareti bianche. L’agente Stansfield che va a trovare la famiglia di Mathilda. La scena ha lo stesso sapore crudo. Lucie ha ritrovato i suoi aguzzini e si è fatta giustizia. Almeno così dice lei. Anna la raggiunge e cerca di sistemare il carnaio che ha scatenato l’amica. Ma Lucie non è libera dai suoi incubi, Anna sembra non credere che tra quella famiglia ci fossero le stesse persone che avevano relegato l’amica in uno scantinato per chissà quanto tempo. E Lucie non riesce più a sopportare i suoi fantasmi, si squarcia prima i polsi, poi la gola.

3. Anna è da sola in questa villa. Scopre uno strano scantinato. Lucie aveva ragione. Trova una ragazza legata ad una sedia, incatenata. Nuda, scheletrica, martoriata. Si dimena, ha il volto coperto da una maschera di ferro, Anna la libera e le toglie la maschera (inchiodata nel cranio). Ma è aggressiva, si agita, colpisce Anna e mentre sono avvinghiate un colpo nel cranio stende la poveretta. Un gruppo di uomini armati fa irruzione nella villa. E porta Anna nello scantinato, dove inizia il suo supplizio.

Quello che si scopre nell’ultima mezz’ora non lo svelo al lettore, ho forse già detto anche troppo. Non è niente di trascendentale ma si tratta comunque di una soluzione molto ben costruita, capace di trasmettere un profondo senso di impotenza anche allo spettatore, in un susseguirsi di torture che culminano nell’apoteosi finale.
La forza di questo film è riuscire ad unire diverse componenti: una prettamente orrorifica, legata agli spettri ed alle sofferenze soprattutto autolesioniste di Lucie, un’altra quasi da thriller, che dal momento in cui Anna diviene la vittima assume toni cospirativi, si ha a che fare con una specie di loggia massonica che opera indisturbata. Le scene di violenza sono realizzate caparbiamente, trasmettono una forte angoscia, le tinte prima più cupe e poi più asettiche contribuiscono ad accrescere la tensione ed il senso di malessere. Ad incorniciare tutto un’ottima colonna sonora che offre all’intera pellicola un retrogusto agrodolce. Sadismo clinico, razionale, lucido. Il peggiore.
“Saprebbe immaginare cosa c’è dopo la morte?”

VOTO: 8,5

venerdì 6 agosto 2010

Ianva - L'Occidente

Ianva - L'occidente
Neofolk
(2007)



Ottimo EP dei nostrani Ianva, nome di spicco della scena neofolk tricolore. Se il precedente “Disobbedisco!” soffriva di alcuni passaggi forzati, tempi morti e momenti scialbi (ma parliamo sempre di un album valido) questo “L’Occidente” appare come rinforzato, rinvigorito. I suoni si fanno più composti, il muro melodico è decisamente più presente e meglio costruito: chitarre acustiche, violino, oboe, violoncello, pianoforte, trombone, fisarmonica e altro ancora si impastano armoniosamente, creano un muro solido. Solo quattro i pezzi che compongono questo EP, ma di alta caratura. “L’Occidente” spalanca sontuosamente le porte dell’Europa, per poi ricadere in un lamento decadente, “Santa Luce dei Macelli” è il nuovo “Tango della Menade”, pezzo al femminile carico di visioni viscerali. Anche la strumentale “Il sereno e la tempesta” è ben costruita, segna il passaggio verso la cover di Dave Cousins, “The Battle”. Italianizzata, “In Battaglia”, riesce a evocare scorci di trincee tra le montagne brumose del nord Italia, pezzo di chiusura veramente emozionante, da pelle d’oca. Se potete reperirlo (anche se ormai fuori produzione) non esitate.

VOTO: 7,5

Tracklist:
01. L'Occidente
02. Santa Luce Dei Macelli
03. Il Sereno E La Tempesta
04. In Battaglia - The Battle

giovedì 5 agosto 2010

Predators

Predators
Azione(?)/Fantascienza(??)/Horror(???)
(2010)



Altri soldi buttati. Non riesco ancora a capacitarmene a distanza di ormai due settimane, mi chiedo davvero come sia possibile non avere una, dico UNA idea almeno decente. Non è umanamente possibile non riuscire a creare nemmeno un momento di tensione, di stupore, di meraviglia, di terrore. Nessuna scena decente, nessun momento interessante. Ragioniamo per gradi: un film come questo “Predators” esclude a priori contenuti sociali, rimandi filosofici, stimoli intellettuali, insomma è un film in cui dovrebbero parlare solo mitragliatori, cannoni al plasma e lame taglienti. Quindi quello che mi aspetto è un film di azione abbastanza tamarro, ma non solo, può anche sfruttare un immaginario fanta-orrorifico estremamente funzionale e stimolante. Invece il vuoto, siamo di fronte alla più totale demenza e mancanza di immaginazione e creatività. Mai mi sarei aspettato di dire che i precedenti, obbrobriosi e inutili “Alien vs Predator” sono migliori di questo aborto, invece eccomi qui. Era dai tempi di “Blade Trinity” (che mi è rimasto impresso come pietra miliare dell’orrido) che non vedevo un film così dannatamente insulso. Non c’è niente di male nei film tamarri o fini a sé stessi, intrisi solo di azione e sparatorie. Ma anche le cose tamarre bisogna saperle fare. E il signor Nimród Antal ha fallito miseramente. Mi chiedo soprattutto come Rodriguez abbia potuto produrre uno schifo del genere.

Ma passiamo in rassegna alcuni dei momenti peggiori e più insensati.

1. I nostri eroi entrano in contatto con i Predator(s) e scoprono che la ragazza già conosceva questi alieni, quando erano apparsi sulla Terra in Guatemala la gente si copriva di fango per non essere localizzata dai sensori di calore. Nel momento in cui lo dice sono appena caduti giù da una cascata (mi ricorda qualcosa!), secondo voi pigliano il fango dalla spiaggia? Ovviamente no, è preferibile farsi scannare ancora un po’ visto che il film è iniziato da poco.

2. Circa a metà film incontrano il Morpheus di Matrix, Laurence Fishburne. Uno psicotico che però sopravvive da anni su questo pianeta ed è anche riuscito a fare fuori alcuni Predator(s), rubandogli corazza, armi e via dicendo. È il picco del film, nel senso che ci si aspetta uno scontro ad armi quasi pari, è una bella trovata quella di permettere agli umani di difendersi come si deve. Invece anche qui il registra riesce a distruggere quella che poteva essere l’unica idea capace di portare il film sulla soglia della decenza. Tempo cinque minuti e Morpheus, dopo aver tentato di ammazzare (?!) i nuovi compagni, viene polverizzato (letteralmente) da un Predator: la scena è una delle più orrende mai realizzate, una cannonata che dissolve il malcapitato in un effetto digitale di serie z.

3. Ad un certo punto della fuga c’è il banalissimo e scontatissimo scontro tra il membro della yakuza e un Predator, lama contro lama. Inutile dire che pure stavolta la tensione è veramente al minimo, si ripetono le solite quattro azioni fino all’esaurirsi dello scontro. Particolarmente ridicola è l’ambientazione del duello: dopo una fuga in mezzo alla foresta i protagonisti si ritrovano all’improvviso in questo campo, che sembra davvero uno di quei parchi costruiti a tavolino con tanto di lampioni che illuminano la scena. Trash all’ennesima potenza.

Questi grossomodo sono i momenti più insensati, il film è comunque un susseguirsi di banalità, spacconate militari, dialoghi infantili, scene fotocopia del primo Predator, azione di livello infimo, tensione inesistente. Il finale ovviamente ce lo aspettavamo tutti così, peccato che il fratello mongolo di Schwarzy non faccia minimamente lo stesso effetto. Inoltre va sottolineata la scarnissima ambientazione e i pessimi effetti speciali. La prima vanta la solita foresta e il campo base dei Predator(s), quaranta metri quadrati di terra spoglia e simil-tetra con tanto di quarti di manzo (di gomma!) sventrati e appesi qua e là. Gli effetti speciali invece sono a dir poco ridicoli, sembra di vedere degli ologrammi, l’effetto plastico e irreale è fin troppo evidente.
Infine mi chiedo: come si può costruire un film basandolo su un gruppo di persone male equipaggiate scaraventate in terra straniera e ostile contro un intero gruppo di Predator(s) quando nel primo film un solo alieno ha fatto fuori un intero commando? Non è un poco insensato e assurdo? Visto e considerato che già a 10 minuti dall’inizio i nostri eroi fanno fuori quasi tutte le munizioni? Non so, certi film mi fanno davvero incazzare pensando al potenziale che potrebbero sfruttare. Non chiedo niente di trascendentale, solo un’oretta e mezza di violenza, inseguimenti tesi, sparatorie e scontri all’arma bianca, tutto inserito in uno scenario fantascientifico di gusto orrorifico. Pollice verso, molto verso. In pasto ai leoni. A confronto un buon film come "Pitch Black" diventa un capolavoro.

VOTO: 2/3

mercoledì 4 agosto 2010

Wu-tang Clan - Enter the Wu-Tang (36 Chambers)

Wu-tang Clan - Enter the Wu-Tang (36 Chambers)
Hardcore Rap
(1992)



Inchiniamoci di fronte ad una colonna portante del rap, a mio parere il miglior album della scena mai prodotto. Esordio col botto di uno dei più importanti gruppi hardcore-rap, uscito quasi vent’anni fa ma che ancora fa tremare la terra con i suoi beat al fulmicotone e il suo vertiginoso incedere. Mixato sfruttando soprattutto spezzoni di film di Kung fu e completato dalle voci degli otto (!) membri del Clan, si tratta di un album letteralmente incalzante, completo, aspro e sporco quanto basta, a tratti tamarro, un assalto a mano armata. C’è veramente tutto quello che serve per comporre un album impeccabile, compresi i “grandi classici” ("C.R.E.A.M." o "Wu-Tang Clan Ain't Nuttin ta F' Wit"), miscela bene momenti aggressivi ad altri più orecchiabili. Essere travolti da una "Shame on a nigga" e rendersi conto che è stata scritta nei primi anni novanta è dimostrazione del talento di un gruppo che è riuscito negli anni a crearsi un vero e proprio impero, al di là del valore delle successive produzioni e degli inutili eccessi mediatici e commerciali. Questo è l’old style che riesce ad essere ancora interessante e a non sbiadire di fronte ai nuovi tecnicismi, pietra miliare che non va inutilmente idolatrata né sterilmente “studiata”, semplicemente tenuta in considerazione per ciò che il rap è stato e ciò che sarà. Menzione d’onore per il pezzo caratterizzato dalla base più emozionante mai realizzata, “Tearz”; base presa in prestito dalla canzone “After Laughter” di Wendy Rene e qui remixata superbamente, la quintessenza del rap.
En garde, I'll let you try my Wu-Tang style.

Tracklist:
1.Bring da Ruckus
2.Shame on a Nigga
3.Clan in da Front
4.Wu-Tang: 7th Chamber
5.Can It All Be So Simple
6.Da Mystery of Chessboxin'
7.Wu-Tang Clan Ain't Nuttin ta F' Wit
8.C.R.E.A.M.
9.M.E.T.H.O.D. Man
10.Protect Ya Neck
11.Tearz
12.Wu-Tang: 7th Chamber - Part II
13.M.E.T.H.O.D. Man Skunk RMX (bonus track)
14.Conclusion

giovedì 10 giugno 2010

C'è a chi basta una parola

L’altro giorno mi capita di vedere pubblicato il nuovo pezzo dei 99 Posse su una pagina di facebook (quella degli assalti frontali). Il pezzo è “antifa” (...). Schiaccio play e dopo 30 secondi la fermo, porca puttana, mi fa venire l’orticaria. Per correttezza ci riprovo e dopo averla ascoltata un paio di volte credo di poter dare la mia opinione. Cioè che fa CAGARE. Sì, cagare. Ma non tanto per dire o per esagerare, è veramente un pezzo orrendo, scontato, banale. In primis la musica, scanzonata e sempliciotta su una base molto sbarazzina, che nel ritornello diventa veramente insopportabile. Tutto molto catchy insomma. Ma il bello è il testo. Veramente stimolante, non solo sono cose mai sentite, ma sono fatte con uno stile senza pari. Giusto per riportare i primi versi: “siamo solo esseri umani a cui è molto cara la vita / ci sono in giro dei fascisti che sono pronti a farla finita con noi / e con chiunque non si adatti al loro barbaro stile di vita (a noi!) / no non ci adattiamo, non indietreggiamo, combattiamo per salvarci la vita”. UAU! Ma ora arriva lo scanzonatissimo ritornello, che (anti)fa: “Antifa, alza le mani siamo noi antifa! Non ti nascondere se sei antifa! Siamo un esercito ribelle! Antifa! Che combatte per la sua pelle! Antifa! Alza le mani siamo noi antifa!...”. La canzone prosegue tutta su questa scia, di sicuro non perdo altro tempo a riportare tutto il testo, potete ascoltarla da voi. Veramente esiste gente che supporta questa roba e la ritiene valida? C’è gente che attribuisce un qualche valore artistico a queste puttanate? C’è davvero chi ha il coraggio di paragonare questa canzoncina da asilo a pezzi come “Odio”, “Povera vita mia” o per citare anche altri artisti hip-hop italiani “L’anno del drago”, “Banditi”, “Cinque minuti di paura”, “Stop al panico” o salcazzo? Vi anticipo subito che i commenti online per questo aborto sono mediamente entusiasti, ci si bagna e già si preparano le mutandine di riserva.
Comunque, il perché io stia scrivendo questo non è tanto per parlare di un gruppo morto e sepolto, ma per riportarvi alcune risposte che mi sono sorbito dopo avere osato dire che il pezzo fa cagare:

“una canzone può anche non piacere, ma i 99, come gli assalti portano avanti musica militante,e si fanno in quattro per ridare coscienza a sto paese...criticare ok, buttare merda è mancanza di rispetto. “

Classico dei classici: se l’arte ha contenuti politici è automaticamente bella. Luogo comune diffusissimo e con cui bisogna sempre fare i conti, tipico del sinistroide medio. Mai una cazzo di volta che ti risparmino questa menata. Solitamente queste sparate coincidono con una scarsa cultura musicale: chi si nasconde dietro a questa enorme balla ha una conoscenza musicale ridottissima orbitante attorno ai soliti gruppi (tra cui di fisso ci sono 99posse e gli inutilissimi ska-p) o comunque limitata all’universo “militante”. Metto subito le mani avanti, visto che prevedo rotture di coglioni, e dico subito: non mi considero un esperto in materia musicale e so che ho ancora TANTE lacune da colmare. Ma sono anche sicuro che rispetto a certi elementi possiedo una capacità di giudizio un attimo più precisa su questo argomento, grazie soprattutto ad un orizzonte musicale più ampio. Non è essere prevenuti, è dare per scontato che chi apprezza un aborto di canzone del genere non ha mai ascoltato molta musica. Come le ragazzine infoiate (ma non solo) che vanno al cinema a vedere “twilight” e tornano elettrizzate ed esaltatissime. Che cazzo ne capiranno di cinema? Dareste credito a persone del genere? Io no. Va bè comunque non faccio di tutta l’erba un fascio. Un 10% lo salvo perché può sempre darsi che la mattina siano finiti i cotton fiock.
Un commento successivo conferma (come se ce ne fosse bisogno) questa mentalità del cazzo del “militante è sempre bello”:

“.chi scrive che il il pezzo fa cagare, non capisce niente di musica. .il testo poi e' paro paro alla sfaccimma di realta' che si vive oggi. .99, assalti, musica importante con testo militante ed antagonista, e quello che piu' conta, ammèn,ANTIFASCISTA.”

Passiamo ora ad altri commenti. Una tipa è riuscita a snocciolare una quantità di menate inutili in poche righe:
“se non vi piace tappatevi la bocca e non sputate sull'art dell'altra gente!!!
nessuno vi ha chiesto di commentare il pezzo. nun ve piace, ignorate. o almeno commentate dignitosamente ed educatamente. provate voi a scrivere un testo, la musica e fare militanza. ma guarda..la munnezza della gente”


1. Adesso non si può neanche commentare un pezzo e dare il proprio parere. Ma pensa un po’! Poi ovviamente se la critica verso la canzone diventa troppo forte allora si dice “sputare sull’arte”, che fa molto effetto.
2. No cara, nessuno mi ha chiesto di commentare il pezzo per il semplice motivo che nessuno deve chiedermelo. Mi pare semplice. Soprattutto se si pubblica qualcosa su un social network, il cui scopo bene o male è quello di mantenere contatti e scambiarsi idee, pareri, opinioni. No, bisogna ignorare o dire che è bello.
3. “O almeno commentate dignitosamente”. Ora la mena sul fatto che io abbia scritto “fa cagare”. E non si riferisce solo a me, ma anche ad un altro ragazzo che aveva scritto “fa schifo”. Insomma, fa un po’ la politicamente corretta, un po’ l’insegnate di bon ton.
4. “Provate voi a scrivere un testo, la musica e fare militanza”. Questa penso sia la stronzata più grande e insensata a cui si attacca la persona media che non ha la minima conoscenza degli argomenti che difende. Perché ti lamenti del governo allora? Prova a governare. Perché ti permetti di dire che un film ti ha fatto cagare, prova a fare il regista piuttosto. Perché dire che un libro è osceno, diventa scrittore. E così via. Una persona non ha bisogno di essere musicista o scrittrice per criticare un album o un libro, perché uno scrittore dipende dai suoi lettori e deve accettare ogni critica, volente o nolente, così come un gruppo dipende dal suo pubblico. Sono dei rapporti ovvii, logici, c’è una “domanda”e un’”offerta”. Altrimenti non si potrebbero nemmeno stroncare i merdosissimi film di Vanzina, né dire che Marco Carta è un inutile pirla, o desiderare che i libri di Moccia siano vittime di combustioni spontanee. Come potrei permettermi di esprimere giudizi del genere?!

La tipa conclude con:

“e comunque voglio pure capire che il pezzo vi possa fare schifo, a meno che non siate dei fascisti pezzi di merda, ma la cosa importante che in due giorni è stato scaricato da più di 9000 persone dal sito ufficiale di xl............... a me questo dice molto di più!!!!!”

Ah bé! E’ risaputo che la bravura di un gruppo è proporzionale agli ascolti e al numero di fan. Un altro aberrante luogo comune. Sia in questo senso che nel senso opposto, pochi o molti fan non dimostrano un cazzo, gruppi d’èlite o gruppi mainstream possono essere fantastici o merdosi allo stesso modo.

Questo essenzialmente il succo di un po’ tutti commenti, ce ne sono alcuni altri su questa scia e altri invece ancora più assurdi, scritti con così tanto cervello da contraddirsi continuamente. Ultima cosa: pare che io, dicendo che il pezzo fa cagare, abbia insultato i 99 posse. Non ho scritto una parola contro il gruppo, ho solo detto che il pezzo mi faceva cagare. Non solo, ho anche precisato fin da subito che il gruppo in passato ha fatto grandi cose. Ritengo comunque che non valgano più un cazzo, questo è vero, ma lo dico qui per la prima volta e resta comunque una mia opinione (che mi son ben visto dall’esprimere in quel momento, o avrei rischiato di farmi travolgere da una miriade di fan isterici e devoti alla sacra militanza). Riporto solo il commento fatto dai gestori della pagina, non so se siano membri degli assalti o se sia un fan:

“Ma com'è che vi invitate a casa nostra e rompete i coglioni? Se non vi piace una canzone e sentite il bisogno di dirlo, ditelo, ma ci vuole stile. La 99 posse sono nostri fratelli e se insultate loro, insultate noi e sporcate questa pagina del cazzo. E' una questione di cortesia, non ve ne frega niente? a noi nemmeno delle vostre lezioni di libertà di parola. Questa è una nicchia, siamo in pochi ma non ci sentiamo per niente soli, ambiamo ad avere un sentire comune e a casa nostra i fratelli non si toccano.”

Ovvio, se insulto loro insulto anche gli assalti. Mi scusi, due etti di retorica del cazzo per favore. Sì sì grazie, lasci pure. Loro poi sono una nicchia. Un altro tipo aveva commentato che i 99 posse hanno fatto 50 date tutte sold out (a dimostrazione di solo lui sa cosa). Proprio una nicchia! Che poi manco ho capito questa storia della nicchia, cosa vogliono dimostrare? Ancora la menata del “soli contro tutti”? Bo, non so.

Quello che mi ha confermato per l’ennesima volta questa eccitantissima e stimolantissima avventura virtuale è che i limiti di certa gente, che si nasconde dietro al dito antifascista (criterio minimo sufficiente per ritenersi nel giusto), sono decisamente evidenti. Non me ne frega niente ora di fare una critica a un movimento agonizzante e incapace di farsi autocritica per i cazzi propri. Mi interessa solo dire che in un certo ambito, quello artistico/culturale facciamo pena, per i motivi che credo siano venuti fuori in quello che ho scritto fino ad ora. E ovviamente si prende tutto sottogamba, vuoi perché prima c’è la “lotta”, la “militanza” , vuoi perché l’unica “cultura” che si porta avanti è quella kkkontropotere kkkontrokulturale infarcita con le solite menate antifasciste.
E si accetta ogni merdata spalmata su disco, in un’ondata di isterismo che ti pare di vedere delle sbarbatelle in calore al concerto di George Michael. Eterni sedicenni.

lunedì 12 aprile 2010

Fabrizio De Andrè - Tutti Morimmo a Stento

Fabrizio De Andrè - Tutti Morimmo a Stento
Cantautore
(1968)



Quando si parla di pietra miliare si può tranquillamente prendere in considerazione un album come questo, un punto di riferimento non solo per la musica ma per tutta l’arte. Un’opera eterna che salverei dall’Inquisizione del Culturame (già operativa da decenni) a qualsiasi costo. Perché dico questo? Perché purtroppo mi è capitato molte volte di sentire critiche nei confronti di De Andrè, critiche per altro davvero argomentate. “È lento, è noioso! È triste! È roba vecchia!”. Non spenderei più una parola per controbattere, ho la nausea di discuterne, ma un paio di cose le devo sempre dire. Una cosa lenta non è necessariamente brutta, né noiosa, una cosa triste non è necessariamente brutta, una cosa vecchia non è necessariamente brutta. È così difficile? Certe “argomentazioni” valgono meno di zero. Punto secondo: l’arte non è solo soggettiva. Che si tratti di musica, cinema, pittura, scultura, letteratura, poesia o quello che volete. Esistono criteri oggettivi per valutare un disco, un quadro o un film. La scorciatoia dell’ “ehhhh ma i gusti sono gusti!” la lascio a chi non ha le capacità di affinare l’orecchio (in questo caso) e spesso… a chi non ha gusto. Ebbene sì, perché la maggior parte delle volte chi taglia corto con queste massime non ha proprio alcun gusto. Culturame appunto. Cultura approssimativa, per chi si ciba di scarti e pappa già masticata, vomitata sul mercato.
Ma passiamo all’album in questione. “Tutti morimmo a stento”. Il titolo è in grado di sprigionare una potenza evocativa ed una malinconia incredibili. È un esempio lampante della forza della parola, di come sia in grado di stimolare un vortice di emozioni e di immagini.
Chi sono i protagonisti delle canzoni di De Andrè? Sono i drogati, i condannati a morte, gli alcolizzati, i morti di fame, le puttane, i matti, gli ignoranti, gli anarchici, gli zingari, insomma, tutte quelle persone che la società imborghesita benpensante solitamente etichetta come perdenti, falliti, maniaci, psicopatici, parassiti. Faber è in grado di descrivere i suoi personaggi slegandoli completamente dalle convinzioni comuni, guardando tutto in prospettiva, o meglio, senza alcuna prospettiva. Al di là del giusto e dello sbagliato, al di là di inutili moralismi. Utilizzerei gli ultimi versi di una sua canzone, “La città vecchia”, per descriverli: “Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”. Non esistono santi, non esistono demoni. Ognuno commette i propri errori, ognuno ha il diritto di redimersi. Il mondo è quello dominato dalla logica del profitto, da spietato arrivismo e free-climbing sociale, da “Banchieri, pizzicagnoli, notai, coi ventri obesi e le mani sudate, coi cuori a forma di salvadanai“ (“Recitativo”). Erigere come tiro a segno per le nostre frustrazioni un nemico più debole, più emarginato. E baciare le mani inanellate di potenti aguzzini, sperando di trarne un qualche becero vantaggio, perfettamente inseriti in questo rivoltante mosaico delle disgrazie umane. Ognuno fa la sua parte. Sieg Heil, indottrinamento, sottomissione, adeguamento, lobotomia catodica, potere per il potere, lavoro per il lavoro.
“Tutti morimmo a stento” è un album abbastanza a se stante rispetto alla restante produzione del cantautore genovese. Non c'è molta ironia, che fa capolino solo in alcuni momenti. Predominano sentimenti malinconici che spesso sfociano in passaggi tristi, quasi disperati, a volte rabbiosi ed angoscianti. La tinta è grigia, cupa. Si inizia con la disperazione allucinata di un tossicodipendente emarginato e terrorizzato, passando per il trauma di una ragazzina violentata e gli ultimi momenti di un condannato a morte, amori perduti e guerre inevitabili. Nel finale traspare qualcosa di diverso, un cerchio che si chiude: prima un monito per i potenti, poi un re che vuole redimersi ma fallisce. La miseria umana non trova mai scampo.
Difficile per molti assimilarlo, proprio a causa della dominante malinconia che trasuda. Non per questo da sottovalutare o da ascoltare superficialmente, per quanto mi riguarda ho sempre preferito la tragedia al lieto fine.
Ed avevamo gli occhi troppo belli: che la pietà non vi rimanga in tasca.

Tracklist:
1.Cantico dei drogati
2.Primo intermezzo
3.Leggenda di Natale
4.Secondo intermezzo
5.Ballata degli impiccati
6.Inverno
7.Girotondo
8.Terzo intermezzo
9.Recitativo
10.Corale

giovedì 24 dicembre 2009

Current 93 - Soft Black Stars

Current 93 - Soft Black Stars
(1998)



Pochi gruppi possono vantare un produzione sterminata e soprattutto variegata come quella dei C93. David Tibet non vive di rendita, vuole sempre sperimentare, ben conscio del rischio. Fatto sta che è difficile, molto difficile dire che abbia sbagliato anche un solo colpo. Abbiamo assistito a diverse fasi della novantatreesima corrente, un primo periodo molto sperimentale e quasi indigesto (ma al tempo stesso geniale), un neofolk darkeggiante dal sapore gotico, un neofolk più puro e tradizionale fino ad arrivare alle ultime produzioni. Nonostante le diverse sonorità proposte negli anni, David è sempre riuscito ad emozionare, a scatenare visioni oniriche o oscure, ad essere viscerale. Il suo essere un personaggio apparentemente bizzarro, capace di mischiare amore, erotismo, religione e tanto altro rende tutto ancora più strano e apparentemente assurdo.
Con “Soft black stars” siamo di fronte ad un album unico, nel senso che si distacca quasi completamente da tutto ciò che è venuto prima e dopo. Minimalismo è la parola d’ordine. La voce di David e un pianoforte. Nient’altro. All’inizio spiazza molto. Ascolti e non capisci, non c’è né il neofolk “acustico” né il buon vecchio delirante David che strazia microfoni con urla isteriche. Mi ci sono voluti un bel po’ di ascolti per assimilarlo, ma quando l’ho fatto mio non c’è stato più niente da fare. Sono ormai un paio di mesi che lo ascolto quasi quotidianamente e posso tranquillamente dire che si piazza immediatamente dopo l’inarrivabile “All the pretty little horses”. È un album veramente strepitoso, è incredibile come dopo un poco di titubanza riesca a conficcarsi nel cuore e non staccarsi più, senza nemmeno perdere mordente. Come al solito è difficile analizzare traccia per traccia senza perdere qualcosa per strada, ogni pezzo nasce in quello precedente e si riversa nel successivo, personalmente reputo l’apice il trittico “A gothic love song / Soft black stars / Whilst the night rejoices profound and still”, ma non si tratta di fare classifiche. Ogni album dei C93 necessita di essere ascoltato da cima a fondo più volte per coglierne l’essenza, non siamo di fronte a qualcosa di semplice e scomposto ma a un corpo che prende forma e vita solo grazie alla sua completezza e compattezza. Le sonorità, come già detto, sono molto semplici, giri di pianoforte che compongono l’ossatura di base e la voce di Tibet, che intervalla parti cantate ad altre più simili al recitato. Anche qui non facciamoci ingannare dalle apparenze, non si tratta di qualcosa di noioso o di ripetitivo (nel senso negativo del termine). La malinconia, i ricordi e la sensazione di un qualcosa o un qualcuno ormai perduti nel tempo ricorrono nell’immaginario generato dall’album. Tutto è nero, buio, e in questa oscurità non vi è alcuna luce, né lo spazio impercettibile in cui si è immersi vuole dilatarsi per lasciare spazio ad una tinta più chiara. C’è solo il nostro corpo che si lascia andare nel vuoto, trascinato da correnti impercettibili, mentre le stelle che ancora non riusciamo a vedere ci accompagnano sussurrandoci dolcemente.

VOTO: 9

Tracklist:
1. "Judas as Black Moth" – 2:45
2. "Larkspur and Lazarus" – 6:05
3. "Gothic Love Song (For N.)" – 4:06
4. "Mockingbird" – 4:04
5. "Soft Black Stars" – 3:08
6. "It Is Time, Only Time" – 5:06
7. "Antichrist and Barcodes" – 2:26
8. "The Signs in the Stars" – 3:43
9. "Whilst the Night Rejoices Profound and Still" – 4:24
10. "Moonlight, Or Other Dreams, Or Other Fields" – 2:08
11. "Judas as Black Moth II" – 6:17
12. "Chewing on Shadows" – 14:48
13. "Chewing on Shadows (Vinyl Version)" – 12:06 (reissue bonus track)
14. "Chewing on Shadows (Unreleased Acoustic Version)" – 3:08 (reissue bonus track)