mercoledì 11 agosto 2010

Evil Aliens

Evil Aliens
Horror / Splatter
(2005)



Splatter
del più ignorante e goliardico, chiaramente influenzato dal leggendario Bad Taste. Cast della malora, effetti speciali scarsissimi, trama ridicola. Nonostante questo si distacca da quel filone ultra-gore ormai noioso e ripetitivo, senza uno straccio di idea se non il (pio) desiderio di shockare lo spettatore. Nella sua totale idiozia Evil Aliens riesce a divertire senza risultare irritante, grazie ad alcuni personaggi ben costruiti e scene splatter interessanti. Su un'isola al largo del Galles si è verificato un caso di rapimento alieno e la troupe di uno show televisivo si fionda sul posto per documentare l’accaduto. La ragazza che ha assistito al rapimento ha tre fratelli, dei beceri contadini malconci e ripugnanti, che saranno i personaggi in grado di dare maggior spettacolo. Inutile dire che gli alieni ci sono davvero, e che sono molto aggressivi. Particolarmente esilaranti e dal sapore comico-epico alcune scene di combattimento con tanto di gioco di sguardi e sottofondo musicale da film western, indimenticabile la mietitrebbia falcia alieni. Inoltre la buona ambientazione brumosa contribuisce a creare un’atmosfera minacciosa e siderale. Insomma, se volete un po’ di splatter beceramente idiota siete serviti.

VOTO: 7

Alta Tensione

Alta tensione
Horror / Slasher
(2003)



Più spettacolare di “Seven”, più terrificante de “Il Silenzio degli Innocenti”. Forse un po’ troppo esagerato come slogan promozionale. Alta Tensione si muove sulla falsariga degli splatter anni ’70, una nuova ventata di vecchio omaggiato come si deve, ma che non dice niente di nuovo né vanta momenti particolarmente esaltanti. È un buon horror con scene gore ben realizzate, con tanto di fontanella che sparge emoglobina in ogni dove.
Due compagne di università, Marie ed Alex, raggiungono la casa in campagna di quest’ultima. La notte stessa un maniaco armato di rasoio si presenta alla porta con l’intenzione di far strage della famiglia. Da qui la trama si evolve in qualcosa di un po’ più complesso e articolato ma fondamentalmente siamo di fronte al classico slasher. Alex sarà l’unica della sua famiglia a non essere macellata ma verrà legata e caricata su un furgone, destinazione ignota. Marie riesce a nascondersi durante il massacro ed insegue il furgone per liberare l’amica. L’alta tensione consiste nel costante gioco tra l’assassino e Marie, che continua a nascondersi riuscendoci sempre per un pelo, fino all’ovvio momento finale, in cui saranno costretti a scontrarsi. Il film mantiene un buon livello di eccitazione ma una volta capito il meccanismo su cui è costruito l’angoscia viene meno, già sapendo che la protagonista la scamperà fino all’ultimo. C’è qualcosa di più dietro tutto questo, ma non lo racconto per non rovinare il finale. Si tratta di un buon espediente che sa comunque di già visto, soprattutto nel modo in cui viene rivelato allo spettatore (la solita dannata telecamera panopticoniana che mostra sempre la verità!). Particolarmente efficace l’uso dei colori accesi, che a tratti abbagliano, lasciando sospeso un alone surreale. Stesso dicasi per la colonna sonora, minimale e ripetitiva ma che vanta anche alcune hit, vedi la candida “New Born” dei Muse, che esplode in una cacofonia elettrica e la nostrana “Sarà perché ti amo” (!) dei Ricchi e Poveri. In definitiva un discreto film, che vale la sua ora e mezza di visione.

VOTO: 7

martedì 10 agosto 2010

Dark Waters

Dark Waters
Horror
(1994)



Come abbia fatto a passare totalmente inosservato un film del genere è un mistero. Non è un capolavoro, ma è un buon film horror con spunti interessanti e un’atmosfera malsana. Sicuramente è un prodotto molto più valido di tutta la spazzatura adolescenziale e ultra digitalizzata da cui siamo sommersi.
In questo Dark Waters la protagonista si reca su un’isola del Mar Nero, per scoprire cosa legasse la sua famiglia a quel luogo e per far luce su strani avvenimenti accaduti quando era ancora una bambina. In un convento dove le suore praticano uno strano culto vivrà a contatto con una realtà misteriosa e tenebrosa. La verità verrà a galla poco alla volta. A farla da padrona come già detto è l’atmosfera tetra; il clima perennemente uggioso, la pioggia, il convento diroccato e le grotte che richiamano molto la Midian di Barker.
Ovviamente il punto di riferimento principale è il maestro Argento ma Mariano Baino dimostra comunque un buon talento e uno stile personale abbastanza elaborato. La componente horror vecchio stile è evidentissima ma viene rielaborata e rinnovata caparbiamente, unendo lo stile più classico a quello di nuova generazione.
Da riscoprire!

VOTO: 7

Open Water

Open Water
Horror / Drammatico
(2003)



L’oceano, la “thalassa”, tutto quello che non è terra e che ricopre il 70% del nostro pianeta. Un altro mondo, in grado di evocare terrori ancestrali. Non sapere cosa abbiamo sotto i piedi, non riuscire a vedere più in là di qualche metro, trovarsi nel bel mezzo del nulla senza punti di riferimento. Un senso di agorafobia estremizzato dall’essere immersi in quello che non è il nostro habitat naturale. Affogare, essere divorati dagli squali, morire di ipotermia, morire di fame o di sete. Fondamentalmente essere scaraventati al largo della costa o sulla luna non fa troppa differenza.
Open Water cerca di fare leva su queste paure, un lento incedere verso la morte, senza speranza. Un coppia, per errore, viene dimenticata al largo dopo un’immersione. Nessuno si accorge dell’accaduto fino a quando sarà troppo tardi. I due protagonisti si scoprono totalmente impotenti; non sanno se aspettare aiuto o se provare a spostarsi nella speranza di prendere la direzione giusta, hanno fame e freddo, sentono la costante presenza degli squali. Il film, dal taglio quasi amatoriale, punta sulla lenta agonia e il senso di angoscia che cresce di minuto in minuto. Purtroppo le idee interessanti sono poche, la maggior parte delle scene sono abbastanza monotone e ripetitive e il senso di terrore esplode solo in pochi istanti. Ben congegnati i momenti di passaggio dal pomeriggio al tramonto e dalla sera alla notte, in grado di risollevare l’interesse dello spettatore. Qualche spunto più ispirato e una tecnica un poco più elaborata, in grado di accentuare le scene principali, avrebbero contribuito a rendere questo film decisamente più terrificante. Peccato, una buona idea di partenza sprecata.

VOTO: 6,5

Shogun Assassin

Shogun Assassin
Jidaigeki / Exploitation
(1980)



Film culto che ormai compie i suoi 30 anni, Shogun Assassin è un perenne punto di riferimento del cinema estremo orientale. Alla regia un americano, Robert Houston, nome praticamente sconosciuto se non per il suo ruolo di Bobby in “Le colline hanno gli occhi” di Craven. Il film è tratto dal manga “Lone Wolf and Cub”, pubblicato nel 1970, fumetto giapponese che tra il ’72 e il ‘74 ispirerà ben sei film di arti marziali. Il protagonista è sempre Tomisaburo Wakayama, celebre attore giapponese che vanta una filmografia sterminata e che sarà protagonista anche in Shogun Assassin.
La storia è quella di Ogami Ittō, il più grande e temuto samurai del regno, e del suo figlioletto. Siamo nel Giappone del XVII secolo; Ogami, boia personale dello Shogun, cade in disgrazia a causa di un complotto ordito nei suoi confronti. Sua moglie viene assassinata e si trova costretto a fuggire con suo figlio Diagoro, di soli tre anni. Lo svolgersi della trama si concentra fondamentalmente sugli scontri all’arma bianca che caratterizzano l’intera pellicola. Ad un'atmosfera solenne si va ad aggiungere il voluto eccesso, che sfocia nel goliardico e che stride con il clima vendicativo e serioso. Shogun Assassin è un “jidaigeki”, sottogenere storico ambientato in una specifica epoca giapponese, contaminato dall’onnipresente componente splatter / d’explotation. I combattimenti sono estremamente fantasiosi e violenti, i nemici vengono decapitati, smembrati, sgozzati e via dicendo, sempre con uno stile rapido e armonioso. Il nostro eroe Ogami combatte in piccole stanze, nei boschi, nel deserto, nell’acqua, para e colpisce, impala, trafigge i nemici lanciando la spada. Non c’è un momento di tregua, è uno scontro continuo molto coinvolgente, la spada di Ogami è sempre pronta alla difesa o all’attacco. Una spada liquida, per citare l’omonimo pezzo (e album) del rapper GZA. Un buon uso dei colori, che prendono il sopravvento soprattutto nel combattimento finale, e delle inquadrature contribuisce a creare quel senso di vedo-non vedo che pervade tutta la pellicola, creando un’atmosfera surreale e a tratti angosciante. Ad incorniciare il tutto un’interessante colonna sonora completamente elettronica, tesa e quasi morbosa.

VOTO: 7,5

domenica 8 agosto 2010

Shadow

Shadow
Horror
(2010)



Una leggera brezza di aria fresca anche da parte dell’horror italiano. Shadow, di Federico Zampaglione, mi ha colpito abbastanza positivamente, al contrario di quanto mi aspettavo. Un po’ la solita storia di torture farcita con una critica alla guerra (costruita alla bell’e meglio), per dare un tono almeno minimamente impegnato alla pellicola. A rendere interessante il film è l’elemento che personalmente reputo primario in un horror (e che ha reso "Suspiria" il più terrificante film di sempre): l’atmosfera. E Zampaglione lo sa. Grazie alle brumose foreste di Tarvisio (Friuli) e all’ipnotica colonna sonora riesce ad aggiudicarsi una buona parte dell’interesse dello spettatore. Menzione particolare per il mefistofelico Nuot Arquint, letteralmente angosciante ed in grado di risollevare con la sola presenza la seconda parte del film, quella prettamente legata alle sevizie. Niente di nuovo in sostanza, ma quel poco che viene fatto è fatto bene. Speriamo che in futuro migliori ancora.

VOTO: 7

Martyrs

Martyrs
Horror
(2008)



Grazie Francia per aver risollevato le sorti del cinema horror, negli ultimi anni decisamente moribondo e riciclato a più non posso. Da una parte horror-panettoni con gnocche di turno sventrate digitalmente, torrenti di emoglobina (e di silicone) computerizzati, dall’altra dei discreti tentativi privi di mordente. È con l’uscita di “Hostel” (2005) che si nota un rinnovato interesse verso quel tipo di exploitation fortemente cruda e praticamente fine a se stessa. “Torture porn”. La trama in sostanza è la solita: un gruppo di malcapitati finisce nelle mani di feroci e sadici aguzzini che torturano a morte i protagonisti, l’intero film si concentra sui momenti di violenza mettendone in luce la particolare efferatezza. “Frontiers”, film francese del 2007, rilancia gli stessi contenuti, leggermente rafforzati da una (abbastanza superficiale) condanna della xenofobia. Giovani scannati, appesi per dei ganci come maiali, sgozzati e via dicendo. Sempre dello stesso anno, e sempre francese, è il bellissimo e splatterissimo “À l'intérieur”, dove le tematiche sociali sono trattate decisamente meglio e con più gusto. Martyrs uscirà l’anno successivo, nel 2008. Solite critiche, solita censura, ma alla fine riuscirà ad essere proiettato nelle sale e a limitare i divieti.
Si tratta di un film molto ben congegnato che riesce a riunire una serie di elementi fortemente incisivi: deliri psicopatici e visionari, torture, autolesionismo, lucido e metodico sadismo, senso di impotenza che viene trasmesso anche allo spettatore, ultraviolenza. Dividerei il film in tre parti.

1. La prima parte, abbastanza breve (10/15 minuti), ci presenta le due protagoniste. Una bambina seviziata, Lucie, che riesce a fuggire dai torturatori, per poi finire in un orfanotrofio, dove conosce l’amica Anna. Lucie è tormentata, non riesce a spiegare cosa le sia successo né a denunciare chi siano i colpevoli. È assalita continuamente da incubi e da visioni malsane.

2. 15 anni dopo. Una villa fuori città. Una tranquilla domenica in famiglia, si discute durante la colazione. Din don, va il padre ad aprire. Viene accolto da una fucilata in pieno ventre, una ragazza con una doppietta più grande di lei gli da il buongiorno. Tutta vestita di nero, minuta, la testa coperta, pare cappuccetto rosso (nero). Entra in casa e tira una fucilata anche alla madre. Poi è il turno del figlio, appena diciottenne, e della figlia, una ragazzina. Una famiglia massacrata a colpi di doppietta. Corpi tormentati dalle fucilate, sangue ovunque sulle pareti bianche. L’agente Stansfield che va a trovare la famiglia di Mathilda. La scena ha lo stesso sapore crudo. Lucie ha ritrovato i suoi aguzzini e si è fatta giustizia. Almeno così dice lei. Anna la raggiunge e cerca di sistemare il carnaio che ha scatenato l’amica. Ma Lucie non è libera dai suoi incubi, Anna sembra non credere che tra quella famiglia ci fossero le stesse persone che avevano relegato l’amica in uno scantinato per chissà quanto tempo. E Lucie non riesce più a sopportare i suoi fantasmi, si squarcia prima i polsi, poi la gola.

3. Anna è da sola in questa villa. Scopre uno strano scantinato. Lucie aveva ragione. Trova una ragazza legata ad una sedia, incatenata. Nuda, scheletrica, martoriata. Si dimena, ha il volto coperto da una maschera di ferro, Anna la libera e le toglie la maschera (inchiodata nel cranio). Ma è aggressiva, si agita, colpisce Anna e mentre sono avvinghiate un colpo nel cranio stende la poveretta. Un gruppo di uomini armati fa irruzione nella villa. E porta Anna nello scantinato, dove inizia il suo supplizio.

Quello che si scopre nell’ultima mezz’ora non lo svelo al lettore, ho forse già detto anche troppo. Non è niente di trascendentale ma si tratta comunque di una soluzione molto ben costruita, capace di trasmettere un profondo senso di impotenza anche allo spettatore, in un susseguirsi di torture che culminano nell’apoteosi finale.
La forza di questo film è riuscire ad unire diverse componenti: una prettamente orrorifica, legata agli spettri ed alle sofferenze soprattutto autolesioniste di Lucie, un’altra quasi da thriller, che dal momento in cui Anna diviene la vittima assume toni cospirativi, si ha a che fare con una specie di loggia massonica che opera indisturbata. Le scene di violenza sono realizzate caparbiamente, trasmettono una forte angoscia, le tinte prima più cupe e poi più asettiche contribuiscono ad accrescere la tensione ed il senso di malessere. Ad incorniciare tutto un’ottima colonna sonora che offre all’intera pellicola un retrogusto agrodolce. Sadismo clinico, razionale, lucido. Il peggiore.
“Saprebbe immaginare cosa c’è dopo la morte?”

VOTO: 8,5

venerdì 6 agosto 2010

Ianva - L'Occidente

Ianva - L'occidente
Neofolk
(2007)



Ottimo EP dei nostrani Ianva, nome di spicco della scena neofolk tricolore. Se il precedente “Disobbedisco!” soffriva di alcuni passaggi forzati, tempi morti e momenti scialbi (ma parliamo sempre di un album valido) questo “L’Occidente” appare come rinforzato, rinvigorito. I suoni si fanno più composti, il muro melodico è decisamente più presente e meglio costruito: chitarre acustiche, violino, oboe, violoncello, pianoforte, trombone, fisarmonica e altro ancora si impastano armoniosamente, creano un muro solido. Solo quattro i pezzi che compongono questo EP, ma di alta caratura. “L’Occidente” spalanca sontuosamente le porte dell’Europa, per poi ricadere in un lamento decadente, “Santa Luce dei Macelli” è il nuovo “Tango della Menade”, pezzo al femminile carico di visioni viscerali. Anche la strumentale “Il sereno e la tempesta” è ben costruita, segna il passaggio verso la cover di Dave Cousins, “The Battle”. Italianizzata, “In Battaglia”, riesce a evocare scorci di trincee tra le montagne brumose del nord Italia, pezzo di chiusura veramente emozionante, da pelle d’oca. Se potete reperirlo (anche se ormai fuori produzione) non esitate.

VOTO: 7,5

Tracklist:
01. L'Occidente
02. Santa Luce Dei Macelli
03. Il Sereno E La Tempesta
04. In Battaglia - The Battle

giovedì 5 agosto 2010

Predators

Predators
Azione(?)/Fantascienza(??)/Horror(???)
(2010)



Altri soldi buttati. Non riesco ancora a capacitarmene a distanza di ormai due settimane, mi chiedo davvero come sia possibile non avere una, dico UNA idea almeno decente. Non è umanamente possibile non riuscire a creare nemmeno un momento di tensione, di stupore, di meraviglia, di terrore. Nessuna scena decente, nessun momento interessante. Ragioniamo per gradi: un film come questo “Predators” esclude a priori contenuti sociali, rimandi filosofici, stimoli intellettuali, insomma è un film in cui dovrebbero parlare solo mitragliatori, cannoni al plasma e lame taglienti. Quindi quello che mi aspetto è un film di azione abbastanza tamarro, ma non solo, può anche sfruttare un immaginario fanta-orrorifico estremamente funzionale e stimolante. Invece il vuoto, siamo di fronte alla più totale demenza e mancanza di immaginazione e creatività. Mai mi sarei aspettato di dire che i precedenti, obbrobriosi e inutili “Alien vs Predator” sono migliori di questo aborto, invece eccomi qui. Era dai tempi di “Blade Trinity” (che mi è rimasto impresso come pietra miliare dell’orrido) che non vedevo un film così dannatamente insulso. Non c’è niente di male nei film tamarri o fini a sé stessi, intrisi solo di azione e sparatorie. Ma anche le cose tamarre bisogna saperle fare. E il signor Nimród Antal ha fallito miseramente. Mi chiedo soprattutto come Rodriguez abbia potuto produrre uno schifo del genere.

Ma passiamo in rassegna alcuni dei momenti peggiori e più insensati.

1. I nostri eroi entrano in contatto con i Predator(s) e scoprono che la ragazza già conosceva questi alieni, quando erano apparsi sulla Terra in Guatemala la gente si copriva di fango per non essere localizzata dai sensori di calore. Nel momento in cui lo dice sono appena caduti giù da una cascata (mi ricorda qualcosa!), secondo voi pigliano il fango dalla spiaggia? Ovviamente no, è preferibile farsi scannare ancora un po’ visto che il film è iniziato da poco.

2. Circa a metà film incontrano il Morpheus di Matrix, Laurence Fishburne. Uno psicotico che però sopravvive da anni su questo pianeta ed è anche riuscito a fare fuori alcuni Predator(s), rubandogli corazza, armi e via dicendo. È il picco del film, nel senso che ci si aspetta uno scontro ad armi quasi pari, è una bella trovata quella di permettere agli umani di difendersi come si deve. Invece anche qui il registra riesce a distruggere quella che poteva essere l’unica idea capace di portare il film sulla soglia della decenza. Tempo cinque minuti e Morpheus, dopo aver tentato di ammazzare (?!) i nuovi compagni, viene polverizzato (letteralmente) da un Predator: la scena è una delle più orrende mai realizzate, una cannonata che dissolve il malcapitato in un effetto digitale di serie z.

3. Ad un certo punto della fuga c’è il banalissimo e scontatissimo scontro tra il membro della yakuza e un Predator, lama contro lama. Inutile dire che pure stavolta la tensione è veramente al minimo, si ripetono le solite quattro azioni fino all’esaurirsi dello scontro. Particolarmente ridicola è l’ambientazione del duello: dopo una fuga in mezzo alla foresta i protagonisti si ritrovano all’improvviso in questo campo, che sembra davvero uno di quei parchi costruiti a tavolino con tanto di lampioni che illuminano la scena. Trash all’ennesima potenza.

Questi grossomodo sono i momenti più insensati, il film è comunque un susseguirsi di banalità, spacconate militari, dialoghi infantili, scene fotocopia del primo Predator, azione di livello infimo, tensione inesistente. Il finale ovviamente ce lo aspettavamo tutti così, peccato che il fratello mongolo di Schwarzy non faccia minimamente lo stesso effetto. Inoltre va sottolineata la scarnissima ambientazione e i pessimi effetti speciali. La prima vanta la solita foresta e il campo base dei Predator(s), quaranta metri quadrati di terra spoglia e simil-tetra con tanto di quarti di manzo (di gomma!) sventrati e appesi qua e là. Gli effetti speciali invece sono a dir poco ridicoli, sembra di vedere degli ologrammi, l’effetto plastico e irreale è fin troppo evidente.
Infine mi chiedo: come si può costruire un film basandolo su un gruppo di persone male equipaggiate scaraventate in terra straniera e ostile contro un intero gruppo di Predator(s) quando nel primo film un solo alieno ha fatto fuori un intero commando? Non è un poco insensato e assurdo? Visto e considerato che già a 10 minuti dall’inizio i nostri eroi fanno fuori quasi tutte le munizioni? Non so, certi film mi fanno davvero incazzare pensando al potenziale che potrebbero sfruttare. Non chiedo niente di trascendentale, solo un’oretta e mezza di violenza, inseguimenti tesi, sparatorie e scontri all’arma bianca, tutto inserito in uno scenario fantascientifico di gusto orrorifico. Pollice verso, molto verso. In pasto ai leoni. A confronto un buon film come "Pitch Black" diventa un capolavoro.

VOTO: 2/3

mercoledì 4 agosto 2010

Wu-tang Clan - Enter the Wu-Tang (36 Chambers)

Wu-tang Clan - Enter the Wu-Tang (36 Chambers)
Hardcore Rap
(1992)



Inchiniamoci di fronte ad una colonna portante del rap, a mio parere il miglior album della scena mai prodotto. Esordio col botto di uno dei più importanti gruppi hardcore-rap, uscito quasi vent’anni fa ma che ancora fa tremare la terra con i suoi beat al fulmicotone e il suo vertiginoso incedere. Mixato sfruttando soprattutto spezzoni di film di Kung fu e completato dalle voci degli otto (!) membri del Clan, si tratta di un album letteralmente incalzante, completo, aspro e sporco quanto basta, a tratti tamarro, un assalto a mano armata. C’è veramente tutto quello che serve per comporre un album impeccabile, compresi i “grandi classici” ("C.R.E.A.M." o "Wu-Tang Clan Ain't Nuttin ta F' Wit"), miscela bene momenti aggressivi ad altri più orecchiabili. Essere travolti da una "Shame on a nigga" e rendersi conto che è stata scritta nei primi anni novanta è dimostrazione del talento di un gruppo che è riuscito negli anni a crearsi un vero e proprio impero, al di là del valore delle successive produzioni e degli inutili eccessi mediatici e commerciali. Questo è l’old style che riesce ad essere ancora interessante e a non sbiadire di fronte ai nuovi tecnicismi, pietra miliare che non va inutilmente idolatrata né sterilmente “studiata”, semplicemente tenuta in considerazione per ciò che il rap è stato e ciò che sarà. Menzione d’onore per il pezzo caratterizzato dalla base più emozionante mai realizzata, “Tearz”; base presa in prestito dalla canzone “After Laughter” di Wendy Rene e qui remixata superbamente, la quintessenza del rap.
En garde, I'll let you try my Wu-Tang style.

Tracklist:
1.Bring da Ruckus
2.Shame on a Nigga
3.Clan in da Front
4.Wu-Tang: 7th Chamber
5.Can It All Be So Simple
6.Da Mystery of Chessboxin'
7.Wu-Tang Clan Ain't Nuttin ta F' Wit
8.C.R.E.A.M.
9.M.E.T.H.O.D. Man
10.Protect Ya Neck
11.Tearz
12.Wu-Tang: 7th Chamber - Part II
13.M.E.T.H.O.D. Man Skunk RMX (bonus track)
14.Conclusion