lunedì 12 aprile 2010

Fabrizio De Andrè - Tutti Morimmo a Stento

Fabrizio De Andrè - Tutti Morimmo a Stento
Cantautore
(1968)



Quando si parla di pietra miliare si può tranquillamente prendere in considerazione un album come questo, un punto di riferimento non solo per la musica ma per tutta l’arte. Un’opera eterna che salverei dall’Inquisizione del Culturame (già operativa da decenni) a qualsiasi costo. Perché dico questo? Perché purtroppo mi è capitato molte volte di sentire critiche nei confronti di De Andrè, critiche per altro davvero argomentate. “È lento, è noioso! È triste! È roba vecchia!”. Non spenderei più una parola per controbattere, ho la nausea di discuterne, ma un paio di cose le devo sempre dire. Una cosa lenta non è necessariamente brutta, né noiosa, una cosa triste non è necessariamente brutta, una cosa vecchia non è necessariamente brutta. È così difficile? Certe “argomentazioni” valgono meno di zero. Punto secondo: l’arte non è solo soggettiva. Che si tratti di musica, cinema, pittura, scultura, letteratura, poesia o quello che volete. Esistono criteri oggettivi per valutare un disco, un quadro o un film. La scorciatoia dell’ “ehhhh ma i gusti sono gusti!” la lascio a chi non ha le capacità di affinare l’orecchio (in questo caso) e spesso… a chi non ha gusto. Ebbene sì, perché la maggior parte delle volte chi taglia corto con queste massime non ha proprio alcun gusto. Culturame appunto. Cultura approssimativa, per chi si ciba di scarti e pappa già masticata, vomitata sul mercato.
Ma passiamo all’album in questione. “Tutti morimmo a stento”. Il titolo è in grado di sprigionare una potenza evocativa ed una malinconia incredibili. È un esempio lampante della forza della parola, di come sia in grado di stimolare un vortice di emozioni e di immagini.
Chi sono i protagonisti delle canzoni di De Andrè? Sono i drogati, i condannati a morte, gli alcolizzati, i morti di fame, le puttane, i matti, gli ignoranti, gli anarchici, gli zingari, insomma, tutte quelle persone che la società imborghesita benpensante solitamente etichetta come perdenti, falliti, maniaci, psicopatici, parassiti. Faber è in grado di descrivere i suoi personaggi slegandoli completamente dalle convinzioni comuni, guardando tutto in prospettiva, o meglio, senza alcuna prospettiva. Al di là del giusto e dello sbagliato, al di là di inutili moralismi. Utilizzerei gli ultimi versi di una sua canzone, “La città vecchia”, per descriverli: “Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”. Non esistono santi, non esistono demoni. Ognuno commette i propri errori, ognuno ha il diritto di redimersi. Il mondo è quello dominato dalla logica del profitto, da spietato arrivismo e free-climbing sociale, da “Banchieri, pizzicagnoli, notai, coi ventri obesi e le mani sudate, coi cuori a forma di salvadanai“ (“Recitativo”). Erigere come tiro a segno per le nostre frustrazioni un nemico più debole, più emarginato. E baciare le mani inanellate di potenti aguzzini, sperando di trarne un qualche becero vantaggio, perfettamente inseriti in questo rivoltante mosaico delle disgrazie umane. Ognuno fa la sua parte. Sieg Heil, indottrinamento, sottomissione, adeguamento, lobotomia catodica, potere per il potere, lavoro per il lavoro.
“Tutti morimmo a stento” è un album abbastanza a se stante rispetto alla restante produzione del cantautore genovese. Non c'è molta ironia, che fa capolino solo in alcuni momenti. Predominano sentimenti malinconici che spesso sfociano in passaggi tristi, quasi disperati, a volte rabbiosi ed angoscianti. La tinta è grigia, cupa. Si inizia con la disperazione allucinata di un tossicodipendente emarginato e terrorizzato, passando per il trauma di una ragazzina violentata e gli ultimi momenti di un condannato a morte, amori perduti e guerre inevitabili. Nel finale traspare qualcosa di diverso, un cerchio che si chiude: prima un monito per i potenti, poi un re che vuole redimersi ma fallisce. La miseria umana non trova mai scampo.
Difficile per molti assimilarlo, proprio a causa della dominante malinconia che trasuda. Non per questo da sottovalutare o da ascoltare superficialmente, per quanto mi riguarda ho sempre preferito la tragedia al lieto fine.
Ed avevamo gli occhi troppo belli: che la pietà non vi rimanga in tasca.

Tracklist:
1.Cantico dei drogati
2.Primo intermezzo
3.Leggenda di Natale
4.Secondo intermezzo
5.Ballata degli impiccati
6.Inverno
7.Girotondo
8.Terzo intermezzo
9.Recitativo
10.Corale

giovedì 24 dicembre 2009

Current 93 - Soft Black Stars

Current 93 - Soft Black Stars
(1998)



Pochi gruppi possono vantare un produzione sterminata e soprattutto variegata come quella dei C93. David Tibet non vive di rendita, vuole sempre sperimentare, ben conscio del rischio. Fatto sta che è difficile, molto difficile dire che abbia sbagliato anche un solo colpo. Abbiamo assistito a diverse fasi della novantatreesima corrente, un primo periodo molto sperimentale e quasi indigesto (ma al tempo stesso geniale), un neofolk darkeggiante dal sapore gotico, un neofolk più puro e tradizionale fino ad arrivare alle ultime produzioni. Nonostante le diverse sonorità proposte negli anni, David è sempre riuscito ad emozionare, a scatenare visioni oniriche o oscure, ad essere viscerale. Il suo essere un personaggio apparentemente bizzarro, capace di mischiare amore, erotismo, religione e tanto altro rende tutto ancora più strano e apparentemente assurdo.
Con “Soft black stars” siamo di fronte ad un album unico, nel senso che si distacca quasi completamente da tutto ciò che è venuto prima e dopo. Minimalismo è la parola d’ordine. La voce di David e un pianoforte. Nient’altro. All’inizio spiazza molto. Ascolti e non capisci, non c’è né il neofolk “acustico” né il buon vecchio delirante David che strazia microfoni con urla isteriche. Mi ci sono voluti un bel po’ di ascolti per assimilarlo, ma quando l’ho fatto mio non c’è stato più niente da fare. Sono ormai un paio di mesi che lo ascolto quasi quotidianamente e posso tranquillamente dire che si piazza immediatamente dopo l’inarrivabile “All the pretty little horses”. È un album veramente strepitoso, è incredibile come dopo un poco di titubanza riesca a conficcarsi nel cuore e non staccarsi più, senza nemmeno perdere mordente. Come al solito è difficile analizzare traccia per traccia senza perdere qualcosa per strada, ogni pezzo nasce in quello precedente e si riversa nel successivo, personalmente reputo l’apice il trittico “A gothic love song / Soft black stars / Whilst the night rejoices profound and still”, ma non si tratta di fare classifiche. Ogni album dei C93 necessita di essere ascoltato da cima a fondo più volte per coglierne l’essenza, non siamo di fronte a qualcosa di semplice e scomposto ma a un corpo che prende forma e vita solo grazie alla sua completezza e compattezza. Le sonorità, come già detto, sono molto semplici, giri di pianoforte che compongono l’ossatura di base e la voce di Tibet, che intervalla parti cantate ad altre più simili al recitato. Anche qui non facciamoci ingannare dalle apparenze, non si tratta di qualcosa di noioso o di ripetitivo (nel senso negativo del termine). La malinconia, i ricordi e la sensazione di un qualcosa o un qualcuno ormai perduti nel tempo ricorrono nell’immaginario generato dall’album. Tutto è nero, buio, e in questa oscurità non vi è alcuna luce, né lo spazio impercettibile in cui si è immersi vuole dilatarsi per lasciare spazio ad una tinta più chiara. C’è solo il nostro corpo che si lascia andare nel vuoto, trascinato da correnti impercettibili, mentre le stelle che ancora non riusciamo a vedere ci accompagnano sussurrandoci dolcemente.

VOTO: 9

Tracklist:
1. "Judas as Black Moth" – 2:45
2. "Larkspur and Lazarus" – 6:05
3. "Gothic Love Song (For N.)" – 4:06
4. "Mockingbird" – 4:04
5. "Soft Black Stars" – 3:08
6. "It Is Time, Only Time" – 5:06
7. "Antichrist and Barcodes" – 2:26
8. "The Signs in the Stars" – 3:43
9. "Whilst the Night Rejoices Profound and Still" – 4:24
10. "Moonlight, Or Other Dreams, Or Other Fields" – 2:08
11. "Judas as Black Moth II" – 6:17
12. "Chewing on Shadows" – 14:48
13. "Chewing on Shadows (Vinyl Version)" – 12:06 (reissue bonus track)
14. "Chewing on Shadows (Unreleased Acoustic Version)" – 3:08 (reissue bonus track)

sabato 20 giugno 2009

E la morte non avrà più dominio...

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l'uomo nel vento e la luna d'occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché impazziscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l'amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l'unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà;
E la morte non avrà più dominio.




And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.
And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan't crack;
And death shall have no dominion.
And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.




(DYLAN THOMAS)

lunedì 1 giugno 2009

Spiritual Front - Armageddon Gigolò

Spiritual Front - Armageddon Gigolò
Neofolk / Pop
(2006)



Ahhh la vagina, la passione, l'ardere e lo struggersi per amori non ricambiati. E tante altre cose, tutte in salsa erotico-spirtual-grottesca. Questi gli Spiritual Front, gruppo neofolk romano che inserisce in ogni pezzo melodie e passaggi molto orecchiabili senza però risultare ruffiano, anzi. Timbro vocale caldo e carismatico, acustica in rilievo e tastiera che incornicia il tutto con pianoforti e violini. L'atmosfera è decisamente retrò, il sapore malinconico che si respira è molto lontano da quello dei padrini DI6 o Current 93, è piuttosto il lamento costante di un amante non corrisposto o un amore dimenticato nelle sabbie del tempo. A tratti una commedia passionale ed erotica. Un album veramente notevole, scorrevolissimo ma non semplicistico nè limitato. Alcuni frammenti sottotono (vedi "My Kingdom For a Horse"), ma si tratta di casi isolati, ampiamente ricompensati dalla presenza di brani del calibro di "Jesus died in Las Vegas", "The Shinning Circle" o "Love through Vaseline", alcuni dei picchi di questo "Armageddn Gigolo". Consigliato a chi vuole qualcosa di diverso dal classico neofolk apocalittico e darkeggiante, ma anche a chiunque mastica buona musica e vuole concedersi 40 minuti rilassanti. Gangbang Generation.

VOTO: 7+


Tracklist:
1. Slave
2. Bastard angel
3. I walk the deadline
4. The shining circle
5. My kingdom for a horse
6. Jesus died in las vegas
7. Crusin
8. Love through vaseline
9. Ragged bed
10. No kisses on the mouth
11. Redemption or myself

giovedì 28 maggio 2009

Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata

Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
(2008)
Cantautore




Mah. Ma proprio BOH. Tutto è nato quasi un anno fa quando in attesa del concerto degli Offlaga Disco Pax alla festa di Sant’Eufemia (BS) mi capitò di assistere allo spettacolo di questo Vasco Brondi, accompagnato dal grandissimo Canali. Il nome della band mi era noto da tempo, ma non avevo mai approfondito. Non mi piacque minimamente, quasi mi irritava. Cosa mi irritava? Il suo ibridare CCCP a Rino Gaetano in una salsa pseudo-originale, ma soprattutto la vena di cazzinculismo costante in ogni pezzo. Non la tollero. Non che non mi piacciano le atmosfere tristi e/o malinconiche, quelle per capirci sulla scia di “Radici” di Guccini o di “Tutti morimmo a stento” di De Andrè. È che qui non c’è alcuna malinconia. C’è cazzinculismo e basta. È difficile identificarlo, se non in un punto focale: il contesto generazionale. Non so quanti anni abbia Vasco, credo attorno ai 25, anno più anno meno. È quindi molto vicino alla mia generazione, una generazione capace solo di lamentarsi e piangersi addosso. E lui la rappresenta a pennello con la sua vena passivista, col tono di chi sa di avere perso la partita ma senza avere mosso un dito. Non voglio tra l’altro parlare dei passaggi in cui fa riferimento ai torcioni, veramente insopportabili, rappresentazione del ragazzo/ragazzino che trascorre pomeriggi al parchetto a fumare perché “ccccioè non c’è speranza, non me ne frega un cazzo di niente e di nessuno, sto nel mio, non c’è nulla di interessante!!”, odiosa rappresentazione di un altrettanto odioso elemento medio borghese annoiato dalla vita, forma di vita amebica parassitaria che si sta riproducendo a dismisura. Mi accorgo però che diversi conoscenti, gente che mastica musica, lo ritengono un ottimo cantautore, una grande rivelazione in questi tempi morti. Allora un po’ scettico decido di dare una possibilità all’album, questo “Canzoni da spiaggia deturpata”. Al primo ascolto scorre veloce, carino, niente male mi dico, pensavo peggio visto l’impressione che mi ha dato la prima volta. Al secondo inizio a divenire ancora sospettoso. Al terzo riaffiora l’alone di vittimismo che tanto mi aveva infastidito, alone che permea ogni traccia e si diffonde a macchia d’olio. Lo ascolto ancora ogni tanto, solo qualche pezzo estrapolato dal contesto e giungo ad una conclusione definitiva: Vasco ci sa fare abbastanza, ci sono alcune buone trovate, ma fa molto, troppo il verso a Rino e a Lindo. Inoltre non so quanto sia farina del suo sacco e quanto sia scritto (a livello prettamente musicale, non lirico) da Canali. Tutto questo però non è abbastanza, soprattutto non riesco ad ascoltare più di un paio di pezzi senza che riaffiori il già fin troppo citato vittimismo, che mi fa skippare la traccia in favore dei Dead Prez. Non conosco Vasco e non sono giudizi sulla sua persona questi, è ovviamente l’effetto che esercita su di me la sua musica, per quanto ne so puo’ anche essere un guerrigliero Tamil, purtroppo però non è la musica che fa per me. Diciamo che raggiunge la sufficienza solo considerando alcuni pezzi a se stanti, ma non nell’insieme.

VOTO: 5 / 6

Tracklist:

1. Lacrimogeni
2. Per Combattere L’Acne
3. Sere Feriali
4. Stagnola
5. Piromani
6. La Lotta Armata Al Bar
7. La Gigantesca Scritta Coop
8. Fare I Camerieri
9. Produzioni Seriali Di Cieli Stellati
10. Nei Garage A Milano Nord

giovedì 16 aprile 2009

Eyehategod - Confederacy of Ruined Lives

Eyehategod - Confederacy of Ruined Lives
Sludge
(2000)



Il gruppo più negativo, marciscente e politicamente scorretto in circolazione. Sick, sick, sick. Non c'è aggettivo più azzeccato. Cinque tossicomani di New Orleans figli sia della scena hc-crust punkeggiante sia dell'estremismo sonoro di Napalm Death, Pantera e Godflesh, anche se dire "figli" è un po' forzato, sono attivi da più di 20 anni. Ma non è facile definire un punto di partenza dello sludge, sicuramente in questo campo gli EHG sono una colonna portante. L'attitudine è quella più estremista ed oltranzista tipica della scena hardcore e crust, d'altra parte troviamo anche un onnipresente senso di malessere delirante e psicotico in stile Godflesh, senza trascurare la componente metal che rimanda un po' ai Pantera di Anselmo e soprattutto agli immortali Black Sabbath. Da tutto ciò emerge un sound violento, schizofrenico e masochista, ossessivo nel suo incedere lento e disperato, sorretto da giri di chitarra veramente ipnotizzanti, mentre Mike strazia il microfono e il ritmo esasperato pesta come si deve, per non farci dimenticare la dose di violenza che ci meritiamo. Non un passo falso nella loro discografia, questo "Confederacy of Ruined Lives" è una della tante conferme. Malato dall'inizio alla fine, schizzato, plumbeo. Tutti quegli aspetti più fastidiosi e negativi della nostra esistenza incanalati nota per nota. Avete presente quando guardate qualcosa che vi schifa e voltate lo sguardo per poi tornare irresistibilmente a guardarlo coscienti della vostra insana attrazione? Questo è Eyehategod.

VOTO:7,5

Tracklist:
1 - Revelation/Revolution
2 - Blood Money
3 - Jack Ass In The Will Of God
4 - Self Medication Blues
5 - The Concussion Machine Process
6 - Inferior And Full Of Anxiety
7 - 0001%
8 - 99 Miles Of Bad Road
9 - Last Year (She Wanted A Doll House)
10 - Corruption Scheme

venerdì 3 aprile 2009

Assalti Frontali - Un'intesa perfetta

Assalti Frontali - Un'intesa perfetta
Rap
(2008)



Nel 2008 tornano gli Assalti Frontali, padrini indiscussi dell'hip-hop made in Italy, quell'hip-hop fortemente politicizzato orbitante attorno a c.s.a., squat, autogestioni, occupazioni e indissolubile militanza. Militant A è sempre una garanzia, a distanza di ormai 20 anni dal debutto con la leggendaria Onda Rossa Posse riesce ancora a scrivere pezzi impegnati senza scadere nel banale, lontano da quei clichè riciclati a oltranza, tanto da risultare quasi fastidiosi. Deciso, diretto ma anche ironico riesce a ritrarre gli aspetti più spietati della repressione politica, descrivendo la gioia e la determinazione della lotta, tra rabbia e malinconia, evocando ricordi ed esperienze indimenticabili. Per quanto non mi piaccia citare personaggi ultra-inflazionati come Guevara mi tocca dire che la frase che riesce meglio a descrivere questo album (anzi, ogni album degli Assalti Frontali) è "essere duri senza perdere la tenerezza". Tra critiche anti-imperialiste, inni contro le barriere sociali e la gerarchie costituite, denunce della violenza neofascista, solidarietà con gli immigrati clandestini e passaggi più scanzonati e allegri celebranti ricordi e amicizie, "Un'intesa perfetta" è una album decisamente coinvolgente, che scorre veloce, supportato da ottime basi maggiormente elaborate rispetto agli album precedenti. Non fondamentale come possono esserlo stati "Banditi" o "Mi sa che stanotte...", ma comunque notevole ed interessante, molto carico, ironico, duro, pregno di speranza. Pollice alto per gli Assalti. Ancora una volta.

VOTO: 7

Tracklist:
01. E' Come Respirare
02. Mappe Della Liberta'
03. Senza Resa
04. La Mia Crew
05. Che Ora E'
06. Enea Super Rap
07. C'Est La Banlieue
08. Giu' Le Lame
09. Nell'Indotto
10. Dal Buiaccaro
11. No Smoking Area
12. Un'Intesa Perfetta

mercoledì 18 febbraio 2009

Little Miss Sunshine

Little Miss Sunshine
Commedia
(2006)



Divertente commedia ben calibrata, non troppo retorica nè mielosa, in alcuni passaggi amara. Una famiglia scapestrata si mette in viaggio per la California, dove la figlioletta Olive dovrà sostenere il concorso di "Piccola Miss California". Il padre è il classico americano di belle speranze, si è messo in proprio scrivendo un libro, incentrato su come avere successo nella vita, ma il suo editore lo scarica. Ecco che inizia da questo momento l'evoluzione del personaggio, fervido sostenitore della dictomia (su cui si basa la società) perdente-vincente, sostenuta a spada tratta (tanto da risultare odiosa) per buona parte del film, fino, appunto, al momento in cui si ritrova nella condizione da lui tanto disprezzata di "perdente". La madre adora i suoi due figli ma è perennemente in lite col marito, si tratta infatti un personaggio nevrotico, interpretato da Toni Collette (madre anche ne "Il sesto senso" e "About a Boy", abbastanza schizzata pure in questi film). Il figlio pare problematico, ha fatto promessa di non proferire parola fino a quando non avrà terminato i futuri studi di aeronautica, si allena ogni giorno ed è un fervido lettore di Nietzsche. Lo zio è un ex docente universitario salvato da un suicidio, tentato per amore, con lo sguardo perennemente afflitto e una disperazione di fondo sfociata in una sorta di atarassia. Il nonno è un folle eroinomane e segaiolo, che ci regala perle per una buona parte del film, mentre la piccina, Olvie, risulta fortunatamente simpatica (a differenza di molte altre interpretazioni dove la bambina di turno sarebbe da prendere a noci in faccia). Una famiglia abbastanza anomala quindi. Durante il viaggio in California ovviamente ne capitano di tutte, i messaggi di fondo sono un po' i soliti (la forza del nucleo famigliare, il rifiuto di una società costruita sull'apparire) ma si tratta comunque di una pellicola ben costruita, che scorre veloce e capace di strappare molte risate.

VOTO: 7,5

In the panchine - In the panchine street album

In the panchine - In the panchine street album
Rap
(2005)



Aò, da Roma con ignoranza. Cole, Benassa, Chicoria e Gemello, della crew Truceklan, incidono questo street album coniando lo slang romano-inglese. Sono ovviamente eccessivi, parlano della vita quotidiana nella periferia romana anche se spesso non si capisce bene cosa cazzo stiano dicendo, ma non è importante, il bello di questo album sono le perle (nonsense) sparate a raffica, unite a delle buone basi (in alcuni passaggi davvero ottime). È onnipresente la questione "ma questi sono seri?", valida per ogni album inciso dai componenti del Truceklan (Noyz, Carter, Gel, Montana, Gemello ecc.). La mia risposta è NO, o comunque NON SEMPRE, ma non posso saperlo, di sicuro vivere nelle periferie romane non è un passeggiata (ma altrettanto sicuramente non si puo' minimamente paragonare la situazione a quella dei ghetti americani o delle banlieues francesi). Fatto sta che è un album molto coinvolgente e cazzone, ricco di momenti esilaranti, tra il comico e il brutale. Tra i quattro truceboys quello che preferisco è Cole, che ha sempre un tiro della madonna (soprattutto in "Far Away From Problemi", dove parte in quinta), seguito da Benassa. Gemello non mi fa impazzire, Chicoria è allucinante, ha una voce da dodicenne, parla solo romano e di quanto sia dura fà er pusher aò, è proprio quel problema sulla serietà (e lui mi pare sempre l'unico serio) che me lo fa scadere, diciamo che lo considero proprio un caso umano. Comunque dopo la sparata in Tajerino (da "La calda notte") non posso più dire nulla, ha fatto un balzo enorme con una manciata di parole ("tutto quer sudore che ti bagna, come la fregna de 'na cagna"). Non dimentichiamo le collaborazioni, tra le quali spicca (ovviamente) Noyz Narcos, prima in "Deadly Combination" ("open my bara dorata, sniff my droga tagliata, die lungo la strada with the narice scoppiata") e poi in quello che diverrà il suo pezzo più conosciuto, "Verano Zombie" ("nation di zulù, non ne posso più, bevo rum, fuck mc.menù, chiodi in bambola e voodoo"). Gli higlights sono, oltre ai due pezzi con Noyz, "Never Do the Spia" (bella base cantata da Evelina), "Far Away from Problemi" (miglior base del lotto assieme a quella di Verano Zombie, composta da Dj Lollibar) e "Loosin' Pazienza".
Se vi piace il rap è consigliato per i momenti più cazzoni, basta non prenderli sul serio nè esaltarli come idoli indiscussi del brutal-cinismo di nuova generazione (tendenza che sta prendendo piede negli ultimi anni).

VOTO: 7

Tracklist:
1. Deadly Combination
2. 13 pm
3. Gemeloooo
4. Mr. G
5. Verano Zombie
6. Stolen Car
7. Fuori Misura
8. In The Panchina
9. Never Do The Spia
10. Far Away From Problemi
11. I Push My Rap, Dude
12. Chicoria
13. Loosin' Pazienza
14. (Bonus Track)

martedì 17 febbraio 2009

Forseti - Windzeit

Forseti - Windzeit
Neofolk
(2002)



Il Neofolk è un genere che riesce davvero a trasmettermi molte sensazioni. Malinconia, senso di abbandono, isolamento in un mondo che non mi appartiene, spesso il tutto inserito in una contemplazione primordiale della natura. È questo il caso di Forseti, one-man-band tedesca progetto di Andreas Ritter, compositore e polistrumentista (lo troviamo alla voce, alla chitarra, alle percussioni ed alla fisarmonica) appoggiato da una manciata di musicisti. Questo “Windzeit” è un buon album caratterizzato soprattutto dal particolare timbro di Andreas, niente di sensazionale né particolarmente talentuoso, ma efficace ed adatto all’immaginario generato. L’armonia dell’immersione in un ambiente arcadico, la quiete infusa da fisarmonica e flauto, gli intrecci di acustica che segnano il battere del vento sulla nuda roccia; tutto è finalizzato a ricreare quell’intesa bucolica andata perduta nei secoli. Sono composizioni relativamente semplici, quasi ripetitive, ma ipnotiche nell’incedere, una manciata di inni alla vita ancestrale, un desiderio di ricongiungimento avverso al mondo moderno. Pare di essere dispersi in immense vallate durante una sera autunnale, dove le fronde degli alberi sono percosse dal vento e l’orizzonte è grigio e lontano. In alcuni passaggi il tessuto sonoro è raffinato dalla presenza di un violino e di una voce femminile, ma nulla pare mai essere in primo piano se non forse la voce di Ritter. Nell’ultima traccia il padrino Douglas Pearce offre la sua voce, concludendo questo breve viaggio in terre vergini ed incontaminate. Non aspettatevi alcuna influenza apocalyptic o industrialeggiante, siamo di fronte ad un’opera semplice e basilare sostenuta dal binomio acustica-voce condito dall’inserzione di alcuni strumenti (fisarmonica – violino – flauto) volti a ricreare un’ atmosfera triste e nostalgica. Leggero e delicato come le gocce di pioggia che si infrangono sui vetri.

VOTO: 7

Tracklist:
1) Verzweiflung
2) Welkes Blatt
3) Sturmgeweiht
4) Letzter Traum
5) Wind
6) Windzeit
7) Herbstabend
8) Einsamkeit
9) Abendrot
10) Black Jena