martedì 24 agosto 2010

Romanzo Popolare

Romanzo Popolare
Commedia all'italiana
(1974)



Forse la più bella commedia italiana degli anni ’70. Forse la più grande commedia italiana di sempre. Ancora una volta Monicelli realizza un film stupendo, complice il grande cast che vede i due giovani Michele Placido e Ornella Muti affiancati dall’inarrivabile Tognazzi. La Milano popolare degli anni ’70, la fabbrica, la lotta politica. Tognazzi è Giulio, operaio sindacalista carismatico caratterizzato da una parlantina fluida che mischia politichese e milanese. Si innamora di Vincenzina (Ornella Muti), meridionale e appena maggiorenne, e si sposano. Placido è Giovanni Pizzullo, un meridionale trasferitosi a Milano per lavorare come poliziotto; alla sua prima esperienza durante una manifestazione operaia (dove Giulio gestisce il servizio d’ordine) viene colpito in pieno cranio da un oggetto di ferro lanciato dai manifestanti. Individua il colpevole, Salvatore, amico e vicino di casa di Giulio, e decide di andarlo a prendere a casa. Salvatore verrà difeso da Giulio che sfoggia un monologo da pelle d’oca e bastona il povero poliziotto (“Vuoi fare l’eroe in divisa? Vogliamo diventare il milite ignoto? E allora ti cucchi il manufatto come incidente sul lavoro!”). In seguito Salvatore si riappacificherà con Giovanni e lo inviterà alle serate tra amici a casa di Giulio. Qui Giovanni conoscerà Vincenzina e se ne innamorerà. Entrambi giovani, entrambi meridionali; scatta qualcosa e Giulio lo scoprirà lentamente, durante una sorta di interrogatorio in crescendo che lo porterà ad una (grottesca) esasperazione. È una storia d’amori traditi sullo sfondo di una Milano grigia e brumosa; le giornate di lavoro in fabbrica, le domeniche allo stadio a tifare Milan, le serate con gli amici. La Milano popolare, quella bassa ma genuina, vitale, schiacciata da una quotidianità insoddisfacente e deludente ma dalla quale si cerca sempre di uscirne, in un modo o nell’altro. Non è una commedia spensierata, Monicelli infonde il suo solito tocco malinconico che pervade ogni cosa, si insinua poco alla volta e resta lì fino alla fine. Il finale è potenzialmente felice ma allo stesso tempo nostalgico, le cose sarebbero potute andare meglio. Sempre in linea con le illusioni politiche (e non) degli anni ’70, utopici desideri flebili ed evanescenti. Ultima ma non meno importante la colonna sonora, il motivo principale e costantemente ricorrente è stato scritto apposta per il film da Enzo Jannacci: “Vincenzina e la fabbrica”. Toccante, triste, disillusa. Come ogni romanzo popolare.

“Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina vuol bene alla fabbrica,
e non sa che la vita giù in fabbrica
non c'è,
se c'è com'è ?”


VOTO: 8,5

lunedì 23 agosto 2010

Pandorum

Pandorum
Fantascienza / Horror
(2009)



Spulciando le recensioni in rete Pandorum è stato stroncato un po’ ovunque o salvato per un pelo (fatta eccezione per Splattercontainer). Il motivo principale è legato alle “citazioni” onnipresenti che (così si vuol fare intendere) sforano nel plagio, tutto sa di già visto. Il discorso in merito sarebbe fin troppo lungo e rischierebbe di scadere spesso in considerazioni soggettive e troppo relative. Fatto sta che siamo di fronte ad una pellicola che non pretende nulla, non mira a stravolgere né a creare qualcosa di nuovo. È semplicemente un buon film di fantascienza orrorifica, capace di coinvolgere lo spettatore senza bisogno di strafare. Provando a considerarlo, come hanno fatto un po’ tutti, in rapporto ad altri film a cui è ispirato direi che si tratta di un incrocio tra "Solaris" e "Sfera" con una bella spruzzata di "Alien". All’horror psicologico si unisce quello più concreto, una minaccia aliena spietata che incombe sui malcapitati protagonisti. Al risveglio dall’iper-sonno due membri dell’equipaggio non ricordano nulla, la nave pare morta e non c’è anima viva. Il capitano resta nella sala-comando, mentre l’ingegnere decide di avviarsi tramite cunicoli verso il cuore della nave, per far ripartire il reattore. Ovviamente non sono soli. Il punto di forza del film sta nell’ambientazione, che come già detto ricorda molto Alien, una nave tetra e buia abitata da abominevoli umanoidi sanguinari. Il senso di terrore, la sensazione di essere sempre braccati e quindi costretti a muoversi silenziosamente generano una tensione costante che esplode nei momenti d’azione, tamarri ma non troppo ed abbastanza cruenti. Si è già paragonato gli “alieni” alle bestie di “The Descent”, io aggiungo che mi hanno ricordato anche i mostri di “Fantasmi da Marte” di Carpenter. La trama si evolve in due direzioni, da una parte lo scontro con gli alieni, dall’altra i deliri psicotici del capitano, isolato nella sua sala. Insomma, c’è un po’ di tutto ed è facile ritenere Pandorum un’ accozzaglia di luoghi comuni e plagi ma di fatto si nota uno sforzo abbastanza efficace nella ricostruzione scenografica e nella realizzazione di un’atmosfera claustrofobica. Il problema è sempre tracciare il limite, rendersi conto di quali sono le pretese di un film e che in questi casi il come è molto più importante del cosa, non importa se è la solita storia trita e ritrita, importa che sia ben realizzata e che sia capace di intrattenere per un paio d’ore. Niente di più, niente di meno.

VOTO: 7

lunedì 16 agosto 2010

Elephant

Elephant
Drammatico
(2003)



Se ne è già parlato in svariate salse del tristemente famoso massacro della Columbine, avvenuto nel 1999. Non che in Italia ne sia giunta un’eco particolarmente rilevante, ma ovviamente in America l’impatto è stato molto più devastante. I due ragazzi responsabili della strage sono stati etichettati come “strani, “diversi”, “asociali” e via dicendo, appassionati di musica estrema, di videogiochi violenti e filo-nazisti. Insomma, il solito classico, adolescenti che compiono gesti estremi e che di conseguenza sono deviati. I motivi sono da ricercare non nei limitati o inesistenti rapporti umani e nel grigiore quotidiano ma in gruppi musicali depravati, videogiochi sanguinari e chi più ne ha più ne metta, la solita sfilza di luoghi comuni in grado di terrorizzare il cittadino medio. In Italia abbiamo avuto un caso analogo ma meno cruento, quello delle “Bestie di Satana”: ragazzi(ni) indemoniati che organizzavano riti in onore del Signore delle Tenebre, fino a quando non ci scappa il morto. Anzi, più di uno si scoprirà in seguito. A dirla tutta in seguito si scopriranno anche i retroscena della vita quotidiana delle bestie; famiglie praticamente inesistenti, problemi psichici, abuso di droghe. Ma è più comodo incolpare il black metal e il satanismo, figuriamoci in uno stato come quello italiano, bigotto all’inverosimile, cristiano-cattolico e nemico del diverso, imborghesito fino al midollo. Pseudo-tradizionalismo cialtrone e culturame che si incontrano in un unico calderone, forse la peggior cosa che si possa trovare in circolazione.
Il titolo del film allude ad un modo di dire, avere un elefante nella stanza, cioè un problema enorme e davanti agli occhi di tutti ma di cui nessuno vuol parlare. Van Sant cerca appunto di ricostruire i motivi reali scatenanti la strage, purtroppo girandoci troppo intorno senza colpire duro. I due carnefici sono delineati in maniera un po’ imprecisa e frettolosa (uno dei due tra l’altro entra in scena solo nel finale). Le cause vengono individuate, come già detto, in problemi concreti e quotidiani: famiglia assente, professori incapaci di contatto con gli alunni, bullismo. Di pari passo ci vengono presentati anche gli altri motivi, quelli condannati e che in realtà sono solo una facciata, come i videogiochi o la “passione” per il nazismo (che qui non è altro che un documentario visto per puro caso dai due). Anche gli altri personaggi del film sono introdotti uno alla volta e per alcuni viene delineata una situazione più o meno infelice: padre alcolizzato, anoressia, emarginazione. Pure stavolta il tentativo di inserire una serie di problemi del mondo adolescenziale è eccessivamente rapido e purtroppo si rivela grossolano e sbrigativo. A risollevare il tutto contribuisce un ottimo stile, molto cupo, a momenti quasi amatoriale. Particolare l’uso costante della focalizzazione, i personaggi vengono spesso ripresi (solitamente di spalle) mettendo fuori fuoco tutto ciò che li circonda, creando un senso di isolamento e di incomunicabilità costanti. Tutto si svolge nel giro di circa un’ora o poco più, durante la quale i numerosi protagonisti subentrano man mano; il tempo continua a tornare indietro di una manciata di minuti descrivendo brevemente i ragazzi, per poi ritornare a pochi minuti prima della strage. Ininterrottamente indietro e avanti accumulando frammenti di vita. Ad inizio film, così come a metà e alla fine, viene ripreso per alcuni minuti un cielo verdastro, in procinto di oscurarsi. La tempesta viene annunciata, generando un’atmosfera tetramente premonitrice che si scatena nel finale. Molto buona anche la recitazione, nonostante la giovane età degli attori.
In sostanza siamo di fronte ad un titolo troppo pretenzioso e con grosse lacune nei contenuti, ma comunque ben realizzato e discretamente interessante.

VOTO: 7-

Cella 211

Cella 211
Drammatico
(2010)



Juan, un secondino appena assunto, si ritrova nel bel mezzo di una rivolta. Tramortito, viene lasciato in una cella, la 211; quando si rende conto di quello che sta accadendo fa in tempo a sbarazzarsi di portafoglio, stringhe e cintura fingendo di essere un nuovo carcerato. Viene messo alla prova dai nuovi compagni, guidati dal leader indiscusso Malamadre (Luis Tosar). Grazie ai nervi saldi ed una buona faccia tosta riesce subito ad accattivarsi la fiducia del capo branco. Juan si districa in un costante doppiogiochismo assecondando da una parte i carcerati, dall’atra i suoi superiori. Si offre un negoziato alle autorità: in cambio di migliori condizioni nelle carceri verranno liberati gli ostaggi, tre terroristi dell’ETA, di notevole utilità politica. La situazione si complica quando i telegiornali diffondono la notizia della rivolta e di un poliziotto morto durante gli scontri. Attorno al carcere si accalcano i parenti che vogliono essere messi al corrente della condizione dei propri famigliari. Per disperdere la folla i poliziotti fanno uso sfrenato del manganello, fino a colpire a morte la moglie (gravida) di Juan. Da questo momento la vita di Juan verrà stravolta.
Siamo di fronte ad una pellicola interessante e con contenuti attualissimi; purtroppo il bersaglio viene colpito solo di striscio. A lasciare l’amaro in bocca sono in primis alcuni snodi principali della trama, poco sensati e decisamente forzati. Quando Juan si mette in contatto con i suoi superiori per trattare, fingendosi un prigioniero, sono utilizzati toni decisamente troppo confidenziali, è evidente che si conoscono tra loro. Ma gli altri prigionieri pare non si accorgano di nulla. Mah. Inoltre la morte della moglie di Juan è troppo inverosimile, guarda caso lei ha la sensazione che a suo marito sia successo qualcosa, si dirige al carcere e viene colpita a morte dal poliziotto più odiato della galera. Tutto è filmato da meno di un metro di distanza senza che la telecamera sia distrutta o sequestrata, perché ovviamente il video verrà fatto vedere a Juan. Siamo di fronte ad un controsenso evidente: un poliziotto che dà fuori di matto senza il minimo motivo, giusto per diventare un infame agli occhi dello spettatore, ma che non fa niente se viene ripreso in pieno volto. Un doppio espediente (morte della moglie + video incriminato) elaborato malissimo. Come se fosse difficile rendere bastardo un poliziotto. Si tratta di un punto focale che viene trattato in maniera troppo sbrigativa e illogica. Altra pecca è la caratterizzazione dei personaggi principali: Juan appare decisamente freddo, distaccato, monocorde, mentre Malamadre pur personificando molto bene il carcerato spaccone ed ignorante in diversi passaggi sembra goffo, impacciato. Tutto scorre abbastanza velocemente, ai momenti diplomatici si alternano quelli d’azione, vengono a galla lentamente inimicizie interne sia tra i prigionieri che tra i superiori. Ogni cosa è il riflesso di un problema più ampio e complesso, quello della situazione nelle carceri e del rapporto con le istituzioni. Affiora nel finale una riflessione sulla natura umana e di quanto un uomo sia capace di mutare a seconda della situazione in cui si trova.
Una buona occasione mancata, c’è un argomento di fondo e viene veicolato, ma è veicolato troppo caoticamente e grossolanamente. Un argomento molto serio che andrebbe trattato più spesso, considerando soprattutto quella che è la distorta opinione comune riguardo le carceri, in una società sempre più amica di sbarre, muri e manganelli.

“Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va…”


VOTO: 7-

venerdì 13 agosto 2010

Agalloch - Ashes Against the Grain

Agalloch - Ashes Against the Grain
Black Metal / Dark Ambient
(2008)



Terzo album di uno dei più interessanti gruppi degli ultimi dieci anni. Questa band dell'Oregon non inventa nulla, intendiamoci, ma crea un perfetto connubio tra una base black/dark ambient, sprazzi doom e intermezzi acustici/folk da brividi. Un'emozione in coda all'altra, intimi, introspettivi, atmosferici, glaciali. E quest'album ne è la conferma definitiva. Gli intermezzi acustici vengono meno, si lascia più spazio all'elettrica che in ogni traccia crea melodie sempre più suggestive, in grado di intrecciarsi l'una all'altra in un crescendo gelido ma al tempo stesso carico di emozioni, di calore. Si raggiunge il top nel trittico "Falling snow", "Fire above, ice below" e "Not unlike the waves". La prima, guidata da uno screaming non propriamente black, lascia puro spazio all'immaginazione, soprattuto grazie al fantastico lavoro di chitarra che crea un tessuto sonoro sempre più elaborato ed incalzante, pare di assistere alla caduta di neve cristallina che malinconicamente ricopre ogni lembo di terra. In "Fire above, ice Below" siamo dinnanzi ad una sorta di ballad letteralmente glaciale (sì, glaciale ricorre un po' troppo spesso come aggettivo ma non avrei altre parole per descrivere quest'album), che nel ritornello sfocia nel binomio (in antitesi) citato dal titolo, un fuoco così vivo che scioglie la cortina di ghiaccio. "Not unlike the waves" inizia con l'infrangersi delle onde sulla spiaggia, in una nebbiosa giornata invernale, subentrano gli arpeggi, subentra il distorto, subentra la voce e si sogna ad occhi aperti, atmosfera ed introspezione si amalgamano crescendo in ogni singolo istante, la tanta blasonata sensazione di gelo trova qui l'apice al grido di "Solstafir!". Ho delineato i tre momenti essenziali di questo album ma non che gli altri siano da meno, ogni traccia si incastra nella successiva ed ha radici nella precedente, consiglio l'ascolto in giornate invernali, quando l'atmosfera generata puo' essere resa molto più efficacemente e il connubio visivo-uditivo trova l'apice.
"White as the falling snow, black as our citadels burned against the sky"

VOTO: 8

Tracklist:
1. Limbs
2. Falling Snow
3. This White Mountain On Which You Will Die
4. Fire Above, Ice Below
5. Not Unlike the Waves
6. Our Fortress Is Burning... I
7. Our Fortress Is Burning... II - Bloodbirds
8. Our Fortress Is Burning... III - The Grain

Spite Extreme Wing - Vltra

Spite Extreme Wing - Vltra
Black Metal
(2008)



Non ho mai considerato Argento un genio, a differenza di molti che ritengono un capolavoro “Non Dvcor Dvco”, rintronati probabilmente dai testi evolan-mistico-decadenti. Buon album per carità, ma tralasciando un attimo il fattore testi, i suoni troppo cacofonici (e pure qui, divenne kvltissimo perchè registrato nel forte Geremia a Genova) e una certa monotonia dei pezzi lo rendono a mio parere troppo acerbo. Zì zì, belo belo, è biù blegmedol! diranno molti, peccato che nel 2004 sentire un album registrato ancora come Panzerfaust non ha molto senso. Anche “Magnificat” era un buon album, forse pure migliore di NDD, con “Kosmokrator” si raggiungono livelli decisamente interessanti. “VLTRA”. Siamo veramente oltre. Innanzitutto è registrato come si deve, produzione pulita, chitarra in rilievo, basso e batteria che spingono per bene senza sovrastare tutto, screaming tipico di Argento (quasi recitativo) ed inserti corali che fanno da cornice. In secondo luogo siamo davanti a componimenti veramente interessanti, ben congegnati, pensati e ragionati come si deve, si alternano pezzi più o meno lunghi ad altri più brevi e furiosi, sono canzoni destinate a durare. L’intro ("I") ci fa già intuire che le sonorità sono diverse (maggiori melodie, inserzioni di cori – mai messi in primo piano, spesso quasi soffusi e incastonati nell’organico-), passando a “II” è chiaro che Argento ha abbandonato gli stilemi passati e si è avvicinato al suono proposto dai compaesani Janvs. Senza andare a scandagliare l’album track-by-track posso tranquillamente affermare che si viaggia su livelli decisamente alti, non saprei trovare un pezzo svigorito, tra tutti spiccano “II”, “IV” (un minuto e quattordici secondi di epicità pura, una sfuriata quasi hardcore celebrante le gesta degli arditi in trincea, che trova respiro in un improvviso boato per poi infrangersi nuovamente nel fragore dello scontro) e “V”. In definitiva è una rivelazione (almeno per me), che trova il suo punto di forza nell’epicità trapelante, nelle melodie (mai troppo marcate) e nella varietà. Assieme agli Janvs introducono un nuovo modo di suonare black che differenzia il suono made in Italy, personale ed originale.
"Eroe olimpico sospeso tra caos e dèi, riportami alla casa dei padri tra i proci grassi e rei! Vita somnium est! Oltre! Vltra!"

Tracklist:

1. I
2. II
3. III
4. IV
5. V
6. VI
7. VII
8. VIII
9. IX
10. X (Helter Skelter - Beatles)


VOTO: 7+

The Misfits - Walk Among Us

The Misfits - Walk Among Us
Hardcore / Horror Punk
(1982)



Sono spudoratamente di parte, i Misfits, anzi i THE Misfits, quelli veri, quelli con quel genio di Danzig alla voce sono tra i miei gruppi preferiti di sempre. Questo album, il loro primo full-lenght, segna un confine, un nuovo inizio per quelle che poi saranno alcune tra le sonorità più estreme nella storia della musica, l'hardcore e il thrash. Seppur a livello ancora abbastanza embrionale questo è un album hc, forse il primo o comunque uno dei primi, che andrà ad influenzare artisti del calibro di Metallica, Slayer, Sepultura, Negazione, Discharge e chi più ne ha più ne metta, insomma tutta la futura scena hc e thrash.
Chi si è già avvicinato alla scena hardcore, soprattutto quella attuale, molto più potente e tecnica rispetto a quella old school, storcerà il naso vedendo etichettato questo album come hc, anche io non lo considero un album hardcore al 100% (a differenza di "Earth A.D./Wolfsblood") ma lo ritengo una pietra miliare di una sonorità che si puo' definire di transizione tra il classico punk '77 e la nascente musica hc.
Ma non credo sia così fondamentale etichettare il genere, l'importante è che si riconosca l'importanza storica di questo straordinario gruppo, fondamentale a dire poco.
Perchè adoro così tanto i Misfits? Perchè adoro la voce di Glen ("l'Elvis del punk", prendetela con le pinze e anche con un po' di ironia, mi raccomando), perchè adoro quei primi anni '80 e la scena punk-hc che andava formandosi, perchè adoro il cinema horror e di conseguenza il loro modo ironico di sfruttarlo (a livello estetico-tematico sono definiti horror-punk) e infine adoro quella sensazione che riescono a darmi, una sensazione che non riesco a spiegare, un miscuglio di ciò che ho appena elencato, un vortice che ti trascina in un immaginario orrorifico che sa di perduto.
Ogni canzone di questo album è un classico, inutile commentarle una per una, sonorità semplici(fondamentalmente pochi power-chord in stile Ramones), veloci e personali, tra tutti i pezzi spiccano gli ultra-classici "Hatebreeders", "Night of the living dead", "Skulls" e l'immortale "Astro Zombies".

"...with just a touch of my burning hand
i'm gonna live my life to to destroy your world
prime directive, exterminate the whole fuckin' race
then your face drops in a pile of flesh
and then your heart, heart pounds and it pumps in death
prime directive, exterminate the whole fuckin' place..."

Tracklist:

01)20 eyes
02)I turned into a martian
03)All hell breaks loose
04)Vampira
05)Nike a go go
06)Hatebreeders
07)Mommy can I go out & kill tonight (live)
08)Night of the living dead
09)Skulls
10)Violent world
11)Devils whorehouse
12)Astro zombies
13)Braineaters

giovedì 12 agosto 2010

Amici Miei

Amici Miei
Commedia all'italiana
(1975)



Questa è Commedia, la vera commedia italiana. Genuina, nostrana, recitata alla grande, volgare quanto basta e solo quando serve. Capace di divertire grazie allo strabiliante magnetismo dei personaggi, in grado di far riflettere senza cadere nel retorico o nel noioso. Ovviamente siamo di fronte ad un cast d’eccezione: Del Prete, Noiret, Moschin, Celi e l’intramontabile Tognazzi. I cinque amici che a cinquant’anni suonati ancora si divertono come ragazzini. Non credo ci sia bisogno di raccontare la trama o di focalizzarsi sulle scene più esilaranti (chi non ha mai visto la scena del treno, in cui i malcapitati viaggiatori in partenza con la testa fuori dal finestrino vengono schiaffeggiati al volo uno dietro l’altro? Chi non conosce la supercazzola?). Giusto per fare un quadro della situazione, i quattro (il quinto, “il Sassaroli” si aggiungerà durante il film) sono soliti ritrovarsi ogni tanto per le loro “zingarate”, un periodo più o meno lungo in cui staccano la spina e se ne vanno a zonzo burlandosi di tutti quelli che gli capitano a tiro. È “il Perozzi” la voce narrante che ci introduce nella storia, convocando il gruppo perché stanco della solita routine. Uno per volta ogni personaggio viene presentato. Ne risulta una descrizione completa dei protagonisti, con i quali si condivide immediatamente il fare goliardico e la sfrontatezza. Un gruppo unito, nel bene e nel male, che rivendica costantemente l’amicizia, su cui si può sempre contare anche quando non è rimasto più niente a cui attaccarsi. Ma non è solo il valore dell’amicizia ad essere al centro del film, ma anche e soprattutto l’importanza dell’ironia, il suo ruolo fondamentale nella vita. È l’ironia che ci permette di sopravvivere nella quotidianità grigia e monotona che lentamente ci divora e ci condanna all’atavismo. Ed è con l’ironia che si può affrontare ogni situazione, anche la più dolorosa. Nel rapporto tra Perozzi e suo figlio è evidentissimo il contrasto di personalità: il primo allegro e spensierato che prende la vita come viene, il secondo ligio al dovere e perennemente serio, austero. Due mentalità agli antipodi che condannano il povero Perozzi ad essere una nullità e non venire rimpianto nemmeno in punto di morte se non da un pugno di persone, mentre al figlio spetteranno onori per i sacrifici compiuti in nome del dovere e della serietà professionale (e non). Una comicità con retrogusto drammatico, malinconico, in linea con le (dis)illusioni dell’Italia degli anni ’70. Il finale riassume l’essenza del film, momento drammatico che bastona le belle speranze e la spensieratezza ma che viene affrontato con ironia, quella che, citando Enrique Vila-Matas, è “la più alta forma di sincerità”.

VOTO: 8

mercoledì 11 agosto 2010

Evil Aliens

Evil Aliens
Horror / Splatter
(2005)



Splatter
del più ignorante e goliardico, chiaramente influenzato dal leggendario Bad Taste. Cast della malora, effetti speciali scarsissimi, trama ridicola. Nonostante questo si distacca da quel filone ultra-gore ormai noioso e ripetitivo, senza uno straccio di idea se non il (pio) desiderio di shockare lo spettatore. Nella sua totale idiozia Evil Aliens riesce a divertire senza risultare irritante, grazie ad alcuni personaggi ben costruiti e scene splatter interessanti. Su un'isola al largo del Galles si è verificato un caso di rapimento alieno e la troupe di uno show televisivo si fionda sul posto per documentare l’accaduto. La ragazza che ha assistito al rapimento ha tre fratelli, dei beceri contadini malconci e ripugnanti, che saranno i personaggi in grado di dare maggior spettacolo. Inutile dire che gli alieni ci sono davvero, e che sono molto aggressivi. Particolarmente esilaranti e dal sapore comico-epico alcune scene di combattimento con tanto di gioco di sguardi e sottofondo musicale da film western, indimenticabile la mietitrebbia falcia alieni. Inoltre la buona ambientazione brumosa contribuisce a creare un’atmosfera minacciosa e siderale. Insomma, se volete un po’ di splatter beceramente idiota siete serviti.

VOTO: 7

Alta Tensione

Alta tensione
Horror / Slasher
(2003)



Più spettacolare di “Seven”, più terrificante de “Il Silenzio degli Innocenti”. Forse un po’ troppo esagerato come slogan promozionale. Alta Tensione si muove sulla falsariga degli splatter anni ’70, una nuova ventata di vecchio omaggiato come si deve, ma che non dice niente di nuovo né vanta momenti particolarmente esaltanti. È un buon horror con scene gore ben realizzate, con tanto di fontanella che sparge emoglobina in ogni dove.
Due compagne di università, Marie ed Alex, raggiungono la casa in campagna di quest’ultima. La notte stessa un maniaco armato di rasoio si presenta alla porta con l’intenzione di far strage della famiglia. Da qui la trama si evolve in qualcosa di un po’ più complesso e articolato ma fondamentalmente siamo di fronte al classico slasher. Alex sarà l’unica della sua famiglia a non essere macellata ma verrà legata e caricata su un furgone, destinazione ignota. Marie riesce a nascondersi durante il massacro ed insegue il furgone per liberare l’amica. L’alta tensione consiste nel costante gioco tra l’assassino e Marie, che continua a nascondersi riuscendoci sempre per un pelo, fino all’ovvio momento finale, in cui saranno costretti a scontrarsi. Il film mantiene un buon livello di eccitazione ma una volta capito il meccanismo su cui è costruito l’angoscia viene meno, già sapendo che la protagonista la scamperà fino all’ultimo. C’è qualcosa di più dietro tutto questo, ma non lo racconto per non rovinare il finale. Si tratta di un buon espediente che sa comunque di già visto, soprattutto nel modo in cui viene rivelato allo spettatore (la solita dannata telecamera panopticoniana che mostra sempre la verità!). Particolarmente efficace l’uso dei colori accesi, che a tratti abbagliano, lasciando sospeso un alone surreale. Stesso dicasi per la colonna sonora, minimale e ripetitiva ma che vanta anche alcune hit, vedi la candida “New Born” dei Muse, che esplode in una cacofonia elettrica e la nostrana “Sarà perché ti amo” (!) dei Ricchi e Poveri. In definitiva un discreto film, che vale la sua ora e mezza di visione.

VOTO: 7